Bar Sport – La cultura del calcio

In by Simone

Alle squadre cinesi manca la pazienza di veder maturare i frutti del proprio lavoro. Si acquistano gli stranieri, ma non si riesce a costruire una buona nazionale. Come per le vigne, dalle quali si pretende un buon vino senza aspettar troppo. Massimo un paio d’anni, eh! [Continua da qui] Girava una battuta tempo fa in Cina, che recentemente ho ascoltato in un baretto nato tra le viuzze delle parte storica di Pechino e che si chiama proprio “Bar Sport”. Diceva qualcosa tipo: "quello che manca ai calciatori cinesi per giocare al di fuori dell’Asia sono due cose: il piede destro e il piede sinistro".

Il livello del calcio cinese, quello della Super League, potrebbe essere paragonato alla serie B italiana attuale, ovvero una serie C degli anni Ottanta e Novanta.

Al momento il calcio locale è anche di fronte ad alcune scelte molte importanti: proprio recentemente è stata stabilita la regola dei 7 stranieri, di cui solo 4 possono essere titolari.

Si tratta di una norma voluta e ottenuta dal Guangzhou Evergrande, la squadra allenata da Marcello Lippi a testimoniare come nel calcio moderno un po’ ovunque i più ricchi dettano legge: non a caso il Canton è colma di stranieri e in procinto di giocarsi la fase finale della Champions League asiatica.

Lo scopo del patron della squadra, uno dei più ricchi della Cina, è quello di andarsi a giocare il prossimo dicembre il mondiale per club. Ha voluto e ottenuto questa norma, vista da molti come un freno allo sviluppo del “movimento”.

Anche perché in casa, il Canton, vince a mani basse. Dicevamo del campionato cinese: si tratta di una Lega, recentemente riformata composta da 16 squadre (prima erano 12, poi 14) che si affrontano in due gironi di andata e ritorno. Due retrocedono, una vince, le prime tre vanno a fare la Champions Asiatica.

Niente di strano, come da noi. Se si escludono alcune scelte ad effetto come ad esempio quella del Wuhan che nel 2008 dopo un rigore contestato decise di ritirarsi. E il campionato venne portato a termine con sole 15 squadre (stagione 2008, vinta dal Pechino).

Quello che è ancora più strano – per molti cinesi inspiegabile – è il fatto che un paese di oltre un miliardo di persone non riesca a tirare fuori undici ragazzoni in pantaloncini capaci di battere – o almeno non prenderle – dal Qatar.

Dopo una partita con il Brasile, persa 3-0 l’allora capitano della nazionale disse: “giochiamo a calcio come i brasiliani giocano a ping pong”.

Quello che manca in Cina è la cultura calcistica e – mi si passi la generalizzazione – la pazienza a vedere i frutti di un lavoro svilupparsi nel tempo.

Un esempio: i cinesi stanno scoprendo il vino. Ne comprano a migliaia di bottiglie. Anche costoso. A Pechino aprono sei negozi di vino ogni settimana. Nel calcio ogni giorno le squadre cinesi comprano un calciatore straniero: in questi giorni è il turno del Pechino che ha acquistato Kanoute.

Torniamo al vino. La Cina ora ha i soldi: compra. Acquista, beve. A quel punto hanno pensato: facciamoci noi le vigne. Mega progetti di vigneti in posti assurdi.

Quando poi gli si dice, tieni presente che serviranno dieci anni per avere un vino che cominci ad essere decente, ti guardano con quell’espressione che sembra arrivare da Marte e poi esclamano: no allora no, è troppo tempo.

Con il calcio è uguale: in Cina non esiste settore giovanile, non esistono i campionati dei pulcini, dei giovanissimi. E non esiste una cultura calcistica che dia tempo alla creatività e alla “cultura calcistica” di svilupparsi.

Un paio d’anni fa allenavo una squadra di giapponesi, di 10 anni. Siamo stato invitati ad un torneo a Guomao, la City pechinese, in cui erano presenti squadre composte da cinesi. Il riscaldamento dei miei era molto semplice: torello, passaggi, tiri e anche un po’: fate quel cazzo che volete.

I cinesi erano tutti in fila a fare chilometri di stretching, di movimenti inconcepibili a 40 gradi (e fatti da bambini di 10 anni, poi…) con urla militari e allenatori con le vene del collo riconoscibili a chilometri di distanza (se non ricordo male scoppiò anche una rissa tra mister, durante la giornata). I giapponesi guardavano e ridevano.

In campo dopo 5 minuti ho dovuto obbligarli a giocare a due tocchi, poi ad uno, infine vietargli di segnare se non al volo, o di testa o di tacco o in rovesciata volante o fare entrare tutte le pippe che avevo a disposizione. Altrimenti facevano gol fino a seppellirli.

[A settembre!] [Scritto per Futbologia; Foto Credits: maopost.com]