Autocritica, compagni!

In by Gabriele Battaglia

Una riedizione della Rivoluzione culturale. Xi Jinping ha recentemente partecipato a numerose riunioni formali in cui i funzionari provinciali sono stati incoraggiati a fare autocritica. Lanciare un segnale nell’immediato contro la corruzione, ecco l’intento di Xi. Caduta la tigre Bo Xilai, ora si va a caccia di mosche. E venne l’ora dei cappelli da asino. In una riedizione aggiornata della Rivoluzione Culturale, il presidente cinese, nonché segretario del Partito comunista, Xi Jinping ha portato la campagna “autocritica e critica tra le masse, presenziando alcune riunioni formali in cui i quadri provinciali sono stati incoraggiati ad ammettere i propri errori e a offrire idee per correggere il proprio comportamento.

L’agenzia stampa ufficiale Xinhua riporta che, a partire da lunedì, Xi ha partecipato a quattro incontri, durati mezza giornata ciascuno, con i membri del Partito della provincia dell’Hebei. Il presidente ha ascoltato le autocritiche dei funzionari, ha affrontato con loro i problemi più gravi e ha programmato “piani di rettifica”.

Nel corso delle riunioni, In un autentico lavaggio in pubblico dei panni sporchi – o se preferite in una sorta di seduta di autocoscienza collettiva – “ogni membro del comitato permanente del comitato provinciale del Partito ha fatto autocritica e ascoltato critiche da parte di altri compagni”, scrive Xinhua.
La memoria corre a immagini in bianco e nero dei tardi anni Sessanta, in cui inermi signori, generalmente avanti con gli anni, comparivano umiliati con cartelli al collo che recitavano le loro colpe. Era l’assalto al “quartier generale” voluto da Mao, la rivoluzione proclamata dall’alto contro la burocratizzazione del Partito.

Niente di tutto questo, oggi, ma Xi Jinping evoca comunque una delle tradizionali forme di gestione del potere – delle “contraddizioni”, avrebbe detto il Grande Timoniere – in seno al Partito. E la pubblicità data all’evento ha un fortissimo valore simbolico. Anche oggi c’è un “quartier generale” da bombardare, rappresentato da tutti coloro che attraverso il Partito si sono arricchiti e che non sembrano intenzionati a smettere di farlo.

Il punto è che oggi Pechino non può più permetterselo: mentre l’economia stenta, la diseguaglianza sociale ha raggiunto livelli che fanno apparire Paesi dalla consolidata tradizione ultraliberista come paradisi del welfare. E il comportamento arrogante di chi sfreccia con una Porsche arancione sulla pubblica via acuisce l’odio represso di chi non può permettersela.

Le più recenti notizie di un’economia in ripresa sembrano essere smentite da una ricerca indipendente uscita nei giorni scorsi, che dimostrerebbe come le richieste di credito fatte alle banche dai piccoli imprenditori siano in aumento esponenziale. Si tratta soprattutto di domande da parte di nuovi clienti; in base alla lettura che se ne fa in ambito finanziario, significa che sta chiedendo soldi soprattutto chi si è trovato all’improvviso senza la liquidità necessaria per tirare avanti.

Il fatto drammatico è che queste richieste hanno pochissime speranze di essere accolte, dato che i piccoli imprenditori non hanno da offrire abbastanza garanzie agli istituti di credito.

La leadership vuole quindi lanciare l’ennesimo segnale nell’immediato, dato che per correggere le storture del sistema economico cinese ci vuole più tempo.

E il pensiero non può che correre a Bo Xilai, l’ex membro del Politburo condannato all’ergastolo per corruzione e abuso di potere domenica scorsa, che del ruolo di “novello Mao” si era autoinvestito durante i suoi anni al comando della metropoli centro-occidentale di Chongqing. 

Nonostante la caduta in disgrazia, Bo ha conservato una notevole popolarità, specialmente tra i ceti subalterni, in quanto fautore di una politica populista ma efficace che reprimeva duramente criminalità e malcostume facendo al contempo crescere a doppia cifra la città da lui amministrata.
Xi, che rappresenta quel potere che ha eliminato Bo Xilai, sembra investirsi del suo ruolo di fustigatore per evitare che lo si rimpianga troppo.

Il presidente ha di recente invitato i funzionari a seguire una “linea di massa” – echeggiando un modello di leadership maoista basato su una stretta connessione tra i vertici e la base del Partito – che consiste nella lotta contro i formalismi, la burocrazia, l’edonismo e la stravaganza tra i quadri di base.

“Dopo che siamo stati promossi funzionari e abbiamo conservato la carica per lungo tempo, abbiamo cominciato a sentirci fin troppo bene e ad assumere un atteggiamento arrogante”, avrebbe dichiarato un anziano quadro dello Hebei. “Eravamo ricoperti di lodi e costantemente compiaciuti da chi ci stava attorno”.

Molto spesso, i governi locali si sono concentrati su politiche che restituivano immagine e denaro nell’immediato – come le grandi speculazioni immobiliari – per poi risultare disastrose sul medio-lungo periodo. Il tutto, condito da ostentazione, soprusi e atteggiamenti arroganti: “Durante le nostre ispezioni, abbiamo dato un semplice sguardo alla vetrine e raramente controllato i cortili e gli angoli nascosti”, ha spiegato un funzionario, con sottile metafora che può però anche essere presa alla lettera.

"Colpire sia le mosche sia le tigri”, è lo slogan lanciato da Xi. E i 25 membri del Politburo del Partito, di cui lui è l’estremo vertice, avrebbero compiuto simili autocritiche nel corso di una riunione speciale di quattro giorni lo scorso giugno. In quell’occasione, il presidente ha incoraggiato i componenti del Politburo a parlare apertamente, ricordando però a tutti loro il dovere di attenersi rigidamente alla linea di Partito.

Loro erano le tigri, adesso Xi va a caccia armato di schiacciamosche.

[Scritto per Lettera43; foto credits: scmp.com]