Scordate Huawei, Hong Kong e il 5G. E’ il Mar Cinese Meridionale il dossier che rischia di compromettere irreparabilmente le relazioni tra Pechino e Washington. Il perché lo spiega sul Financial Time Zhou Bo, senior fellow presso il Centro per la sicurezza e la strategia internazionale della Tsinghua University: “Il rischio di un errore rimane alto. Un conto è se i due paesi puntano il dito l’uno contro l’altro. Un altro è se le navi militari entrano in collisione nel Mar Cinese Meridionale, innescando un conflitto diretto”.

Gli ultimissimi sviluppi sembrano confermare un’escalation sempre più difficile da contenere. Secondo fonti del South China Morning Post, mercoledì almeno due missili (compreso il vettore DF-26 in grado di colpire la basi americane nel Pacifico) sono stati sparati dalle province cinesi del Qinghai e del Zhejiang nelle acque comprese tra l’arcipelago delle Paracelso – conteso tra Cina, Vietnam e Filippine – e l’isola di Hainan, già scenario nel 2001 di un clamoroso scontro mortale tra un EP-3 americano e un jet cinese. Un segno di avvertimento, spiegano gli esperti, dopo il provocatorio passaggio poche ore prima di un aereo spia statunitense nella no-fly zone sul golfo di Bohai, uno dei cinque bacini strategici in cui da giorni la marina di Pechino è impegnata in rare esercitazioni simultanee.

Negli ultimi anni il burrascoso tratto di mare, un tempo teatro di rivalità asiatiche tra Pechino e vicini rivieraschi, si è trasformato in un nuovo banco di prova per i rapporti con Washington che, pur non avanzando rivendicazioni territoriali nell’area, storicamente, spalleggia militarmente i principali competitor di Pechino. Filippine e Taiwan in primis. Mentre i contenziosi regionali risalgono agli anni ’70, quando nelle acque agitate fu accertata la presenza di ingenti risorse naturali, è solo a partire dal 2013, con l’inizio della presidenza Xi Jinping, che il gigante asiatico ha cominciato a cementare la propria posizione nell’area fortificando atolli e scogliere semisommerse, oggi sede di missili e piste d’atterraggio “dual use”. Ed è solo con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca che Washington ha deciso di rispondere per le rime, incrementando le “operazioni di libera navigazione” e contestando ufficialmente la validità dei diritti storici reclamati da Pechino, in linea con la sentenza emessa dal tribunale dell’Aja nel 2016 in difesa di Manila.

“Siamo un paese dell’Indo-Pacifico da molto tempo e non cederemo nemmeno un centimetro della regione a nessun un altro paese” ha dichiarato il Segretario alla Difesa Mark Esper in visita alle Hawaii. Ma l’inusuale attivismo americano nel quadrante sembra segnalare mire contenitive ad ampio raggio. Lo suggerisce il recente annuncio di sanzioni contro 24 aziende cinesi coinvolte nell’espansione degli isolotti contesi. A finire nell’entity list del Dipartimento del Commercio (che limita l’export di tecnologia statunitense) anche la China Communications Construction, il colosso di stato responsabile tanto dei lavori infrastrutturali nel Mar Cinese Meridionale, quanto di alcuni dei progetti più controversi realizzati nell’ambito della Belt and Road – a cui gli Usa non hanno mai aderito – come il porto di Hambantota, in Sri Lanka, citato spesso a riprova della cosiddetta “trappola del debito”.

Per la stampa statale, le ultime ritorsioni americane sono una “mossa simbolica in vista delle presidenziali”. Ma la postura assertiva degli States comincia a raccogliere consensi tra gli alleati asiatici, con cui la Cina trascina annosi negoziati. Mercoledì, per la prima volta, le Filippine hanno annunciato che in caso di attacco cinese invocheranno il trattato di mutua difesa siglato con Washington nel 1951.

[Pubblicato su il manifesto]