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Abortire in Asia

In Asia Orientale, Cina, Economia, Politica e Società by Serena Console

La Repubblica popolare registra un tasso di interruzione delle nascite notevolmente superiore rispetto agli standard internazionali: nel 2020 ci sono stati 43 aborti su 100 gravidanze. Numeri che però rappresentano solo una piccola parte dell’aborto nel continente. Secondo i dati diffusi nel 2017 dal Guttmacher Institute, ogni anno in Asia abortiscono circa 36 milioni di donne, di cui il 6 per cento ha perso la vita a causa di procedure non sicure.

Il rovesciamento della sentenza Roe vs Wade del 1973 da parte della Corte suprema statunitense ha alimentato il dibattito sull’autodeterminazione femminile, fortemente compromessa da una virata radicale e conservatrice dei repubblicani. L’eco della sentenza dei ‘saggi’ statunitensi è rimbalzata anche sui social media cinesi, utile palcoscenico per mettere in risalto l’erosione dell’impianto democratico statunitense contrapposto al successo del socialismo cinese.

NELLA REPUBBLICA popolare – come in diversi paesi dell’Asia – la legalizzazione dell’interruzione volontaria di gravidanza si lega all’esigenza del Partito comunista di porre un freno alla bomba demografica nel continente.

Nel 1979, il governo di Pechino ha introdotto la controversa politica del figlio unico, che impediva alle donne di avere più di un figlio. La linea politica del Partito ha segnato la società cinese per le successive generazioni, determinando conseguenze estreme: una disparità di genere (ci sono 130 uomini per ogni 100 donne) e un ricorso eccessivo all’aborto selettivo in base al sesso.

Dopo 40 anni circa di vita, il governo cinese ha abolito la politica del figlio unico nel 2016 per porre fine a una condizione sociale che avrebbe avuto devastanti conseguenze economiche: i bassi dati sulla natalità e fertilità hanno fatto tremare Zhongnanhai per l’assottigliamento della rete familiare che costituisce uno dei pilastri del welfare nazionale.

Un recente studio della Renmin University ha evidenziato come i tentativi del governo di Pechino non abbiano segnato un’inversione di rotta. Il numero di nuovi nati in Cina è diminuito del 45 per cento negli ultimi due mesi del 2020 rispetto all’anno in cui è stata abolita la politica del figlio unico. Le coppie cinesi sono spaventate dall’alto costo della vita e dall’immobilità sociale ed economica, acuita dalla pandemia di Covid.

Il Consiglio di Stato cinese sei mesi fa ha messo sul tavolo una proposta per disincentivare le donne e le minorenni a fare ricorso all’aborto se non necessario per scopi medici. Un percorso tutto in salita. La Repubblica popolare registra un tasso di aborto notevolmente superiore rispetto agli standard internazionali: nel 2020 ci sono stati 43 aborti su 100 gravidanze.

NUMERI che rappresentano una piccola parte dell’aborto nel continente. Secondo i dati diffusi nel 2017 dal Guttmacher Institute, ogni anno in Asia abortiscono circa 36 milioni di donne, di cui il 6 per cento ha perso la vita a causa di procedure non sicure.

Dall’India al Vietnam, dove l’aborto è legalizzato, migliaia di donne perdono la vita per essersi sottoposte all’aborto selettivo. Il fenomeno si registra specialmente nelle zone rurali, dove i ruoli di genere tradizionali e la convinzione che sia necessario un erede maschio per le imprese familiari portano molte donne ad abortire in condizioni igieniche sanitarie critiche.

Nel moderno Giappone, il primo paese asiatico a legalizzare l’aborto nel 1948 per frenare la crescita democratica, il limite è rappresentato dalla legge sulla tutela della salute materna, che consente ai medici autorizzati di praticare l’aborto su una donna entro le 22 settimane se la gravidanza è il risultato di uno stupro o se mette in pericolo la salute della gestante. Ma è ancora in corso una discussione sull’aborto farmacologico.

IL CREDO RELIGIOSO condiziona le scelte politiche di alcuni governi. Nel musulmano Bangladesh l’aborto è illegale, così come le cattoliche Filippine, dove una donna rischia fino a sei anni di carcere; nella Thailandia buddista la procedura è stato legalizzata lo scorso anno se eseguita entro le 12 settimane di gravidanza.

Un simile passo in avanti è stato compiuto dalla Corea del Sud, che ha depenalizzato l’aborto nel 2021: al contrario dei vicini asiatici, il governo di Seul aveva reso la procedura illegale nel 1953 per alimentare una crescita della popolazione decimata dalla guerra di Corea.

La comunità cristiana sudocoreana (il 30 per cento della popolazione) rimane ampiamente contraria all’aborto e pone un freno all’affermazione del diritto delle donne: il Gukhoe, il parlamento sudcoreano, deve ancora decidere entro quante settimane sarà consentito abortire. Un’attesa che rallenta un diritto tutto femminile.

Di Serena Console

[Pubblicato su il manifesto]