A passeggio (mano nella mano) nella Corea del Nord

In by Simone

11 marzo 2009, tardo pomeriggio, stazione centrale di Pechino, Repubblica Popolare Cinese. Il breve viaggio per la Repubblica Popolare Democratica di Corea (Corea del Nord, per intenderci) comincia qui. Dopo quattordici interminabili ore di strada ferrata nella Cina nord orientale arriviamo all’alba a DanDong, un modesto centro urbano di qualche milione di abitanti, al confine con la penisola coreana: a dividerci è solo (si fa per dire) lo storico fiume Amnok. In stazione c’è Sabrina, una cinese sui trent’anni, impiegata all’agenzia turistica che accompagnerà un non troppo folto gruppo di turisti cinesi. Come concordato, si dovrà aspettare ventiquattro per fare il visto. E il mattino dopo si parte, destinazione Pyongyang.

“The most isolated country in the world” o “the black hole” sono solo alcuni dei modi che si possono facilmente trovare in rete per etichettare questo paese, il paese di Kim Jong-il, “the son of God”. Ventitre milioni di abitanti, una superficie di poco inferiore a quella della Grecia, la Corea del Nord è tristemente famosa nel mondo per le minacce nucleari e per la gravissima crisi alimentare cominciata nella prima metà degli anni novanta, che pare abbia già fatto alcune svariate centinaia di migliaia di vittime. Descritta dalla stampa occidentale come uno dei regimi più feroci al mondo, la Corea del Nord è l’ultimo avamposto della Guerra Fredda, passata di mano dal “Grande Leader”, Kim Il-sung, al “Caro Leader”, suo figlio Kim Jong-il. Le due Coree, divise all’altezza del 38esimo parallelo dal 1953, data dell’armistizio del conflitto cominciato nel 1950, sono formalmente ancora in guerra. A dividerle ci sono 248 chilometri di DMZ (Demilitarized Zone), una fascia di terra spessa quattro chilometri dove si registra la più alta concentrazione di personale militare al mondo.

Il treno in partenza da DanDong impiega ben otto ore per giungere a Pyongyang. Quattro ore passano alla dogana. Ad attenderci nella capitale nord coreana c’è solo il buio e un via vai di persone e grida, nella più totale oscurità: riusciamo solo a riconoscere figure di uomini e donne in divisa. Un decimo della popolazione qui è arruolato nell’esercito. Passano interminabili minuti, poi, come per incanto, la luce. La mancanza di corrente elettrica e di petrolio sono solo due delle principali carenze nel paese. In altre parole, non ci sono macchine in strada e la luce va e viene più volte nell’arco della giornata. Di notte l’illuminazione manca del tutto, fatta eccezione per qualche albergo a cinque stelle, qualche abitazione o nei pressi dei monumenti cari al regime. Il coprifuoco all’alba si impone da solo, senza ordine alcuno, subentra al calare del sole.
 
La Corea del Nord non è il paradiso per chi non è abituato a ricevere ordini o inchinarsi a comando. La prima impressione che si ha entrando nel paese è quella di trovarsi di fronte ad un non-luogo dove la poca gente pare agire agisce seguendo un copione, come in un film. Pyongyang è una città pulitissima e ordinata nel minimo dettaglio: di notte è una città fantasma, fitta di strade vuote e militari a presidiare, non si capisce bene che cosa. Le strade prendono vita la mattina, al sorgere del sole, quando centinaia di persone si mettono in marcia, ordinatamente, verso il posto di lavoro. Lavoro assegnato sempre dallo Stato: ufficialmente non esiste disoccupazione in Corea del Nord. Così come non esistono prostituzione, droga, malati di HIV o senza fissa dimora. Non esiste inquinamento, e questo si fa presto a capirlo, perché scarse sono le industrie e ancora di meno le auto: sembra strano, in una capitale da tre milioni di persone. Eppure è così. I palazzi sembrano vuoti, e magari lo sono davvero, come quelli di cartapesta dei set di Cinecittà.

La guida che ci fa da interprete (anche lui fa Kim di cognome) ci fa anche da Ministero della Propaganda, obbligandoci a monologhi a non finire sul sistema politico ed economico del suo paese. Per ogni frase compaiono almeno una volta le parole “Grande Leader”, “imperialismo Americano” e “servire il popolo”, in pieno stile maoista. Secondo la sua versione, la penisola coreana è divisa dal 1950 per colpa dell’esercito americano e dei corrotti leader del governo sud coreano, che hanno venduto la terra alle basi militari statunitensi. Sono costoro che opprimo la popolazione e le negano la “naturale” riunificazione nazionale. Per questo la Corea del Nord deve armarsi e stare sempre allerta contro infiltrazioni, spionaggio e azioni militari dei nemici stanziati nel sud. “Non volano aquile nel cielo della Corea Democratica”, verrebbe da dire.

Il signor Kim, per i suoi sessantaquattro anni suonati, si mostra disponibile e sorridente, ma convintissimo e fermo sulle sue idee. Dice di non essersi ancora ritirato dal lavoro perché ha quattro figlie non ancora tutte sistemate. Si sente onorato del lavoro che fa e grato ai turisti che vengono a visitare il loro paese. “Non abbiamo nulla da invidiare a nessuno” ci ripete. Un anziano signore cinese in viaggio, invece, non fa che sbottare, sostenendo che la Corea del Nord, povera e militarizzata, gli ricorda la Cina prima della morte del presidente Mao, durante la Cina delle Rivoluzione Culturale. Lo fa presente anche al signor Kim, che fa finta di niente. E ci prega soltanto di evitare domande relative alla politica e di non fare fotografie ai soldati e alle infrastrutture militari. Non è così facile come sembra, ovunque ci sono uomini in divisa con in spalla una mitragliatrice. Persino i bambini e le bambine: ordinati in squadre, cantano e corrono in marcia imbracciando fucili di legno, guidati più avanti da un carro su cui spicca la bandiera coi colori nazionali.

A marzo le campagne attorno a Pyongyang sono terra brulla, ciò che resta dei raccolti pre invernali. Un paesaggio decisamente simile alla Manciuria cinese. Contadini e gente comune camminano lungo la cosiddetta “strada ad alta velocità”, che parte in direzione nord e sud della capitale, per raggiungere villaggi e campi. Molti vanno a piedi, altri su dorsi di buoi o carretti trainati da stanchi cavalli. La strada, anche se asfaltata, è completamente dissestata, ma poco importa: quasi non passano macchine. Facile trovare il passaggio bloccato da controlli di polizia o soldati fermi al fianco della strada. Nei campi, anziane signore coperte con due o tre paia di maglioni, riunite intorno ad un fuoco improvvisato. Più raramente, squadre di uomini e donne con zappe e vanghe alla mano, costruire buche, canali o a lavorare i campi, circondati da bandiere rosse e uomini in divisa che fumano.
Praticamente tutto ciò che c’è da visitare in Corea del Nord ha a che vedere con i due leader della famiglia Kim: grossolane statue di bronzo, monumenti e obelischi innalzati a loro ricordo, il villaggio d’origine, il museo dove sono custoditi i doni e le onorificenze portati da leader e organizzazioni straniere in visita nella Corea Democratica negli ultimi decenni.

E poi la Torre del Juche, la filosofia politica del regime, il socialismo autoritario e totalizzante pensato e creato su basi marxiste leniniste dal padre della nazione, Kim Il-sung. Sotto l’ennesima statua in bronzo raffigurante un giovane operaio, una contadina e uno studioso (martello, falce e pennello incrociati sono il simbolo dell’ideologia Juche) appaiono alcune decine di targhe metalliche con su il nome di gruppi di studio e di supporto al “kimilsungismo” da ogni parte del mondo.

Per le strade di uomini e donne coreani vestiti alla stessa maniera e con gli stessi colori, neanche un occidentale desta curiosità. Desta, piuttosto, un po’ di paura, a giudicare dagli sguardi di alcuni bambini incontrati in campagna e nelle scuole. Probabilmente penseranno che sia un cittadino americano. Quando lo chiedo alla guida mi scoppia a ridere in faccia. Passa a tutt’altro discorso, alla quiete e all’ordine che regna per le strade di Pyongyang, nessuno litigio, nessuno che faccia rumore o parli ad alta ragione: silenzio. Non ha tutti i torti. Un silenzio di tomba si avverte soprattutto tra le carrozze affollate della metropolitana della capitale, ben illuminata e in pieno stile sovietico, a metà tra la metropolitana di Pechino e quello di Mosca. Eppure un azzuffarsi di persone c’è stato, alla fermata del bus nella lunga fila che porta a casa i lavoratori nell’ora di punta; in città come in in campagna, protagonisti due signore e una guardia armata.

Un sorriso ogni tanto lo tradiscono, le ballerine al ristorante, le studentesse a scuola, i passanti in metropolitana, l’ispettrice alla dogana indaffarati a svuotare gli zaini dei turisti. Ma a voler essere onesti, sembra un “sorriso a ore”, cioè “a secondi”, poco spontaneo, lasciato come ricordo ad un turista straniero, che presto tornerà in patria e parlerà ad amici e parenti di questa grande nazione sulla via del paradiso socialista. Parlando di ciò che ti mostrano e ti fanno vedere nella Corea Democratica, non si può parlare di armi nucleari o di bambini malnutriti, ma di uno stato controllato nel più piccolo dettaglio, fortemente militarizzato e di un’atmosfera da Guerra Fredda che in Europa è difficile da ricordare.

[foto di Daniele Massaccesi]