“Il 21 gennaio 1921 Antonio Gramsci fondava il Partito Comunista a Livorno, sei mesi più tardi, dall’altra parte del mondo, Mao faceva lo stesso a Shanghai. Il progetto “130Gramsci-promosso da ProPositivo, China Files, Fondazione Casa Gramsci e diversi altri partner– nasce allo scopo di celebrare il centenario dei due partiti e l’incontro, il confronto e lo scontro tra le due figure storiche, attraverso approfondimenti, inchieste, foto e video reportage, iniziative culturali e sociali che da oggi ci accompagneranno fino al 23 luglio, data di fondazione del PCC.”

La prima parte è consultabile a questo link.

  1. Egemonia ed egemonia del proletariato

Gramsci considerava la classe proletaria la guida di un avanzato partito politico. Partendo inizialmente dall’analisi dell’egemonia della borghesia nei paesi dell’Europa, passò in seguito ad esplorare l’egemonia del proletariato. All’inizio del 1926 Gramsci affermava:

I membri del partito comunista di Torino, hanno sollevato oggettivamente la questione dell’egemonia del proletariato, ovvero la questione della base sociale della dittatura del proletariato e dello Stato operaio.Da ciò possiamo constatare che egemonia del proletariato e dittatura del proletariato sono inscindibili. Gramsci riteneva inoltre che:

Solo quando il proletariato costruirà una grande massa di lavoratori che si oppone al capitalismo e al sistema delle classi dei paesi capitalisti, solo allora potrà diventare classe dirigente e dominante. Questo spiega come Gramsci, al più alto livello nel principale obiettivo del proletariato, separi la direzione dal dominio, l’egemonia del proletariato dalla dittatura del proletariato. In realtà egemonia e dittatura non sono in contraddizione. Gramsci si oppone ad una “dittatura senza egemonia” e assolutamente non sostiene “l’egemonia senza dittatura”. Gramsci sostiene che il sistema rappresentativo dei paesi democratici debba essere sostituito dalla dittatura del proletariato. Bisogna tuttavia fare attenzione, quando Gramsci utilizza il concetto di dittatura del proletariato, il concetto varia di significato a seconda delle diverse circostanze. In numerose occasioni indica l’egemonia ideologica e culturale del proletariato, ma lo estende all’egemonia del proletariato nei campi dell’economia, della politica, della cultura. Messo in relazione con Lenin il termine indica la dittatura del proletariato. Da ciò possiamo constatare come la teoria dell’egemonia del proletariato di Gramsci sia la continuazione e lo sviluppo della teoria della dittatura del proletariato di Lenin. È chiaro che se si traduce il termine egemonia del proletariato con il termine egemonia (baquan), secondo il significato cinese, sorgeranno delle contraddizioni e si creerà una grande confusione. Perciò, traducendo egemonia con baquan (egemonia), bisogna riflettere al risultato che avrà legandolo al termine “proletaria”.

  1. Egemonia e società civile

Quando Gramsci utilizza il termine egemonia, lo lega spesso al termine società civile. Non soddisfatto della visione dello stato del marxismo tradizionale, Gramsci ammette:

Siamo sempre nel terreno dell’identificazione di Stato e Governo, identificazione che appunto è un rappresentarsi della forma corporativo–economica, cioè della confusione tra società civile e società politica, poiché e da notare che nella nozione generale di Stato entrano elementi che sono da riportare alla nozione di società civile (nel senso che si potrebbe dire, che Stato=società politica+società civile, cioè egemonia corazzata di coercizione).

Ci si può chiedere se, come visto sopra, egemonia come direzione (lingdaoquan) possa diventare egemonia come dominio (baquan). I confini tra società civile e politica non sarebbero allora ben marcati? Non solo, nel cinese moderno il termine egemonia avrebbe una caratterizzazione di “violenza” e “dominio” senza la necessità di essere “corazzata di coercizione”?

  1. Egemonia e consenso

Diversamente da Marx, Gramsci non pone la società civile nel campo dell’economia, ma nella sovrastruttura. Gramsci parte dalle particolarità del sistema sociale dell’Europa occidentale, dando particolare attenzione all’ampia azione che le organizzazioni “non governative” come la chiesa, i sindacati, le scuole e le associazioni esercitano sulle masse nel campo spirituale ed educativo, considerando queste come società civile, e ponendole insieme alla società politica nella sovrastruttura. Nel Tratto di sociologia generale Pareto[1] scrisse:

In tutta la storia, i metodi dell’azione dirigente, consenso e violenza sono in contatto tra loro, partendo dalle monarchie dell’antichità sino ai moderni sistemi democratici. Dovunque esista una classe dominante d’élite, una parte poggiava sulla violenza, una parte sul consenso delle classi dominate.

Gramsci prima eleva il consenso dell’azione di governo a grado più alto dell’essenza dello Stato, in seguito procedendo in un’analisi obliqua, eleva il discorso circa il rapporto tra la violenza-consenso di Pareto a discorso circa forza-debolezze, società politica-società civile.

Gramsci sottolinea come la società occidentale e quella orientale siano differenti: in Oriente la società politica è tutto, la società civile è primordiale; in Occidente esiste una robusta società civile. Perciò per il proletariato occidentale conquistare esclusivamente il potere politico non è sufficiente, bisogna prima occupare tutte le posizioni della società civile. Solo alla fine Gramsci conduce un’indagine orizzontale, seguendo lo sviluppo dello Stato, l’indebolimento della società politica, e il rafforzamento della società civile. Nel sistema socialista, le cause della violenza e del controllo dello stato si indeboliranno man mano, si rafforzeranno le cause dell’egemonia e il consenso positivo, portando la costruzione della democrazia socialista a crescere d’importanza.

Viene da chiedersi, da quanto scritto, se l’egemonia-direzione diventasse egemonia-dominio, il confine tra consenso e violenza sarebbe ancora chiaro?

  1. Egemonia ed egemonia culturale

Il 2 maggio 1932, Gramsci scrisse in una lettera indirizzata a Tania:

…la filosofia della prassi, ei sui più gradi teorici moderni (Lenin N.d.a.), veniva elaborata nello stesso senso e il momento dell’“egemonia” o della direzione culturale era appunto sistematicamente rivalutato in opposizione alle concezioni meccanicistiche e fatalistiche dell’economicismo.

Da ciò possiamo vedere che riassumere l’egemonia di Gramsci nell’egemonia culturale è una decisione arbitraria e unilaterale. L’egemonia culturale è il contenuto principale dell’egemonia, soprattutto per quanto riguarda i paesi capitalisti occidentali e le società moderne. L’egemonia comprende ulteriori e vari contenuti, tuttavia da quanto detto precedentemete per quanto riguarda l’egemonia del proletariato, non occorre parlarne in questa sede.

  1. Egemonia e intellettuali

Partendo proprio dalla teoria dell’egemonia, Gramsci tratta in maniera particolare la questione degli intellettuali. Ritiene che non formino una classe autonoma e indipendente, ma facciano parte di classi diverse. Tuttavia una volta costituitisi possiedono una relativa indipendenza, dovuta alla particolare funzione sociale. Gli intellettuali conducono l’intera classe all’omogeneità, non solo nel campo economico, ma anche nell’ambito sociale e politico; sono le cellule della vita della società civile e della società politica, edificano l’ideologia della propria classe e spingono quest’ultimi a riconoscere la loro funzione, facendo sì che questa ideologia penetri la visione del mondo dell’intera società.

Il 7 settembre 1931, scrisse in una lettera a Tania:

Questo studio (la ricerca sugli intellettuali, N.d.a) porta anche a certe determinazioni del concetto di Stato che di solito è inteso come Società politica (o dittatura, o apparato coercitivo per conformare la massa popolare secondo il tipo di produzione e l’economia di un momento dato) e non come equilibrio della Società politica con la Società civile (o egemonia di un gruppo sociale sull’intiera società nazionale esercitata attraverso le organizzazioni così dette private, come la chiesa, i sindacati, le scuole, ecc.) e appunto nella società civile specialmente operano gli intellettuali (Ben. Croce, per es., è una specie di papa laico ed uno strumento efficacissimo di egemonia anche se volta per volta possa trovarsi in contrasto con questo o quel governo ecc.) Da questa concezione della funzione degli intellettuali, secondo me, viene illuminata la ragione o una delle ragioni della caduta dei Comuni medioevali, cioè del governo di una classe economica, che non seppe crearsi la propria categoria di intellettuali e quindi esercitare un’egemonia oltre che una dittatura; gli intellettuali italiani non avevano carattere nazionale-popolare ma cosmopolita sul modello della Chiesa e a Leonardo era indifferente vendere al duca Valentino i disegni delle fortificazioni di Firenze.

Dopo aver compreso la principale attività degli intellettuali nella società civile e la loro più importante funzione al di fuori dell’esercizio della dittatura, scambiare nuovamente egemonia con direzione, collegandolo al termine intellettuali, appare comico.

Riassumendo quanto detto sopra, nella lingua italiana, l’utilizzo del termine egemonia fatto da Gramsci è quello nel suo significato esteso e figurativo, vicino alla parola cinese direzione. Nel cinese moderno il termine egemonia è un concetto della politica internazionale, ed ha un significato peggiorativo. È evidente la distanza dal concetto di egemonia, quale categoria della scienza politica inteso da Gramsci. Partendo dall’intero sistema della dottrina politica di Gramsci, dal rapporto tra l’egemonia e la società civile, il consenso, il proletariato, gli intellettuali, non è appropriato usare il termine baquan (egemonia), ma tradurre lingdaoquan (direzione) è più corretto.

Non ho mai indagato su chi sia stato il primo a tradurre egemonia con lingdaoquan, tuttavia da quando mi sono dedicato alle ricerche su Gramsci, ho sempre utilizzato questo termine, e continuerò ad usarlo. Per questo voglio ringraziare questo anonimo studioso. È stato lui ad influenzarmi nel seguire questa strada, e abbandonare quella sbagliata.

[1] Vilfredo Pareto, Trattato di sociologia generale, Firenze, Barbera, 1923. Per un’edizione più recente: Vilfredo Pareto, Trattato di sociologia generale, Milano, Edizioni Comuità, 1981.