“Il popolo cinese ama e desidera la pace e seguirà fermamente la via dello sviluppo pacifico”. Lo ha affermato questa mattina Xi Jinping incontrando alcuni ufficiali stranieri confluiti a Qingdao per il 70esimo anniversario della Marina cinese. La ricorrenza verrà celebrata quest’oggi con una parata navale nel Mar Giallo, a cui prenderanno parte 32 navi da guerra e 39 aerei cinesi insieme a una ventina di imbarcazioni provenienti da tredici paesi diversi. Protagonisti per parte cinese la portaerei Liaoning di fattura sovietica, nuovi sottomarini nucleari, cacciatorpedinieri e navi da guerra, alcuni finora mai presentati al pubblico. La  manifestazione militare – la quinta presieduta da Xi Jinping – giunge in un periodo di tensione marittime per Cina e Stati Uniti, sempre più presenti tanto nelle acque agitate del Mar cinese quanto nello Stretto di Taiwan, in difesa di Taipei. Probabilmente non è un caso che la United States Navy sia proprio la grande assente dell’evento. Ma Pechino chiarisce: lo sfoggio di muscoli ha scopi unicamente difensivi. “Una forte marina è essenziale per costruire un forte paese marittimo”, ha dichiarato nei giorni scorsi il vicecomandante Qiu Yanpeng, “dal 1840 al 1949, la Cina è stata invasa dalle potenze straniere via mare più di 470 volte, e questo ha causato indicibili sofferenze e profonde ferite alla nazione cinese” [fonte: Reuters, Scmp ]

Dietro Huawei ci sono i servizi cinesi?

Dietro Huawei ci sarebbero nientemeno che i servizi segreti cinesi. E’ quanto riferito dalla CIA a Gran Bretagna, Australia, Nuova Zelanda e Canada, partner con cui Washington scambia informazioni di intelligence nell’ambito della partnership nota come Five Eyes. Secondo il Times, il colosso della telefonia sarebbe sostenuto economicamente dalla National Security Commission, dall’Esercito popolare di liberazione e una terza diramazione della sicurezza dello Stato. Le accuse, condivise con gli alleati all’inizio dell’anno, sono state rese note a pochi giorni dalla pubblicazione di un rapporto curato dai due accademici americani Christopher Balding e Donald Clarke, stando al quale, grazie a un gioco di scatole cinesi, il governo comunista sarebbe l’azionista di maggioranza dell’azienda, non i dipendenti come Huawei ha ribadito nel suo rapporto annuale.

Dunque, di che cosa sarebbero proprietari i dipendenti?

Secondo quanto sintetizza Milano Finanza, “i dipendenti delle società del gruppo Huawei non possiedono effettivamente azioni né in Huawei Tech né in Huawei Holding. Invece, essi possiedono, tramite un contratto, una sorta di azione virtuale che permette loro di partecipare agli utili. Ma questa azione virtuale è un diritto contrattuale, non un diritto di proprietà; non dà al titolare alcun diritto di voto né in Huawei Tech né in Huawei Holding, non può essere trasferita e viene annullata quando il dipendente lascia l’azienda, con riserva di un pagamento di riscatto da parte di Huawei Holding TUC a un basso prezzo fisso. Questa proprietà virtuale non ha nulla a che fare con il capitale o il controllo. Si tratta semplicemente di un sistema di incentivazione con la partecipazione agli utili.” [fonte: Reuters, TechNode, Milano Finanza]

A che punto è la Belt and Road?

A pochi giorni dal secondo forum sulla Belt and Road (25-27 aprile), Pechino quest’oggi ha rilasciato un nuovo rapporto sui progressi compiuti dal progetto. Il documento rivela che, alla fine di marzo, il governo cinese aveva già firmato 173 accordi di cooperazione con 125 paesi dell’Asia, Africa, Europa e America Latina e 29 organizzazioni internazionali. Ad oggi il piano ha contribuito tanto al commercio mondiale quanto all’aumento degli investimenti tra la Cina e i paesi partecipanti, recita il report. Nel 2018, gli scambi tra il gigante asiatico e gli altri paesi BRI hanno raggiunto gli 1,3 trilioni di dollari, con un aumento del 16,4% su base annua, mentre le società cinesi hanno investito un totale di 90 miliardi di dollari nei paesi partner. Secondo Song Lihong, direttore generale del Comprehensive Department presso il Ministero del commercio cinese, tra i progetti infrastrutturali già completati o quasi completati, spiccano la ferrovia Addis Abeba-Gibuti, che collega le capitali di Etiopia e Gibuti, il “Ponte dell’amicizia tra Cina e Maldive” nelle Maldive e il porto di Gwadar in Pakistan [fonte: Global Times]

NTJ, la misteriosa sigla che ha insanguinato lo Sri Lanka

Si chiama National Thowheeth Jama’ath (NTJ) e potrebbe essere l’autore della carneficina andata in scena il giorno di Pasqua in Sri Lanka. Secondo le autorità di Colombo, sebbene gli attentati non siano ancora stati rivendicati, il gruppo terroristico locale potrebbe aver agito con il “supporto internazionale”. Tutte e 24 i sospettati finiti agli arresti hanno collegamenti con la sigla jihadista, già nota in Sri Lanka per alcuni atti vandalici contro statue buddhiste. Stando a un rapporto visionato dalla stampa internazionale, giorni fa l’intelligence di un paese straniero aveva avvertito la polizia srilankese di possibili attacchi terroristici contro obiettivi cristiani. La soffiata non sarebbe tuttavia stata condivisa con buona parte del governo, compreso il premier Ranil Wickremesinghe, la cui destituzione temporanea lo scorso anno ha gettato il paese in una delle peggiori crisi politiche degli ultimi anni. Mentre crescono i sospetti per un possibile cortocircuito interno all’amministrazione, Colombo ha annunciato lo stato di emergenza, misura che conferisce poteri extra all’esercito [fonte: Afp, Reuters]

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