Voldemort, i derivati e l’apocalisse

In by Simone

Intervista a un ex banchiere della City. Ci racconta di Bruno Iksil, il trader chiamato “Voldemort” che, da solo, ha dilapidato due miliardi di dollari della maggiore banca d’affari Usa.  E ci spiega qual è il punto attuale: "il mondo si è bloccato". E il futuro non promette nulla di buono.
Lui è un ex banchiere della City di Londra, ora responsabile di un centro di studi economici e da qualche anno residente in Cina, dove tiene corsi di finanza in un paio di università. Uno che ha sia la visione d’insieme, sia i contatti giusti: quelli che qui si chiamano guanxi.

Ci incontriamo a Sanlitun, la “piazza” commerciale di Pechino, dove occidentali di ogni paese e nuovi principini cinesi affollano gli outlet dei maggiori brand internazionali o consumano cibo e bevande nelle consuete catene multinazionali.

Cerco uno sguardo da insider sulla vicenda di Jp Morgan e di Bruno Iksil, il trader chiamato “Voldemort” o “Balena bianca” che, da solo, ha dilapidato due miliardi di dollari della maggiore banca d’affari Usa. Quella che era uscita indenne dalla crisi del 2008 e il cui amministratore delegato, Jamie Dillon, dichiarava fino a l’altroieri che qualsiasi regolazione dei mercati finanziari sarebbe stato un attentato alla libertà.

La colpa del nuovo buco sembrerebbe essere di un pacchetto di derivati – i prodotti finanziari che teoricamente dovrebbero assicurare gli investitori contro le perdite – eccessivamente audaci e gestiti proprio da Iksil.

Qualcuno ha interpretato la vicenda come l’avvisaglia di una nuova catastrofica crisi globale. Per cui partiamo proprio da lì. Ma come vedremo, il discorso si amplia fino a disegnare scenari macro e apocalittici.

Cosa ci dice il caso Iksil?
JP Morgan può tranquillamente fallire come Lehmann Brothers senza che ne scaturisca una crisi globale. Per inciso, con 2 miliardi di buco non fallisce neanche una banca presa singolarmente.

Il problema, se mai, è se questo buco ne fa emergere altri. Se cioè, dopo Jamie Dimon di Jp Morgan, salta fuori qualche altro amministratore delegato che dice: “Ehi, anche io ho due miliardi di buco, salvatemi”. E così via, in una reazione a catena.

Ma perché i derivati non si regolano o addirittura vietano?
Le banche devono fare soldi. In una situazione di competizione perfetta, non si fanno profitti, per cui bisogna fare innovazione e superare gli altri.

Per le banche, questa innovazione è rappresentata dai prodotti derivati. Più sono perfetti e più fai profitti. Le banche sono l’industria più competitiva del mondo, per cui i derivati devono essere sempre più nuovi, complessi e numerosi.

Sembrerebbe che l’unica soluzione per evitare le crisi sia l’abbattimento del capitalismo.
Sono d’accordo. Tra l’abbattimento del capitalismo e il proliferare delle bolle non c’è alcuna soluzione intermedia. Non si può regolamentare il mercato finanziario.

La soluzione che alcuni prospettano è la separazione tra banca d’affari e banca commerciale. Ma se le separi, devi trovare il modo di far fare soldi anche alle banche commerciali, altrimenti i profitti si riducono in maniera tendenziale e non stanno più in piedi.

Allora puoi ridurle di numero e fare una specie di monopolio bancario, magari statale. Però lì si presenta il problema che inevitabilmente si alzano i tassi, perché le banche monopoliste non sono più costrette ad abbassarli per farsi concorrenza.

Così le imprese pagano di più per i prestiti: cosa che nessuno vuole, specialmente in questo momento di crisi.

Il punto è forse quello di veicolare risorse dalla speculazione all’economia reale.
Non esiste differenza tra economia reale e speculativa, perché la finanza “specula” sulla realtà. Quando fai i derivati sul petrolio, alla fine si arriva sempre a un certo numero di barili. Ed è la “domanda”, cioè chi compra e vende quei barili, che cerca prodotti finanziari per tutelarsi dalla volatilità dei prezzi: i derivati appunto. Le banche non fanno altro che offrirli.

“Too big to fail” ma anche “too big to manage”. Dopo il caso Iksil, si dice questo delle banche.
Le banche andrebbero monitorate meglio, ma non dimentichiamo che sono loro stesse ad autoregolamentarsi. È una questione molto semplice: la banca ha interesse a competere, quindi a creare prodotti sempre più innovativi.

Ma fino a un certo punto, in sicurezza, perché evidentemente non ha interesse a fallire. Nessuno vuole correre il rischio di morire.

Il problema, se mai, è l’individuo. Il singolo operatore, se crea un buco da due miliardi alla sua banca d’affari, perde al massimo il lavoro. Non rischia altro. Per cui è incentivato a prendersi il rischio che la banca, come istituzione, non si prenderebbe mai.

Se tu potessi metterti in tasca due milioni di dollari in tre giorni, rischieresti di perdere il lavoro al quarto giorno? Io credo di sì. I rapinatori di banche sono nelle banche. È questo il caso di Iksil.

Come se ne esce?
Bisognerebbe regolare le società, cioè la cosiddetta “economia reale”; non le banche, che fanno il loro mestiere. Bisogna cioè, come sempre, agire sul fronte della domanda e fare in modo, per esempio, che le grandi imprese come la Fiat producano macchine e non aggirino la loro incapacità di competere dandosi alla finanza.

Negli ultimi 20 anni, tutti hanno beneficiato dei soldi messi in circolazione dallo stesso sistema finanziario che oggi è sul banco degli imputati. Nel medesimo periodo, ci sono state tre crisi cicliche. Questo è normale.

Io però chiedo: chi, anche in questa situazione di crisi, tornerebbe a vent’anni fa? Per rispondere, non si pensi solo alle condizioni della popolazione occidentale, ma anche al resto del mondo.
 

Tutto bene, dunque?
No. Il guaio è quando la crisi non finisce. E temo che oggi ci troviamo proprio di fronte a questo scenario apocalittico, per i motivi che vado a elencare: la Cina non tira più; c’è quella sciagura dell’euro; il modello democratico è in crisi in Europa; l’ambiente è consumato; le risorse sono sempre più limitate; la popolazione mondiale è troppo numerosa.

Il mondo, in definitiva, si è bloccato.
 

Spieghiamo meglio?
Negli ultimi vent’anni, la Cina è comparsa sulla scena del mondo e ha svolto un ruolo disinflattivo, mantenendo bassi i prezzi delle merci.

Oggi purtroppo anche la Cina mi sembra in crisi. Se il suo Pil cresce ancora del 7 per cento, gli ultimi dati ci dicono però che i suoi consumi di energia sono praticamente fermi: solo +0,7 per cento anno su anno.

Questo parametro è molto significativo, perché rivela che di fatto le industrie sono ferme. Non è possibile che siano diventate più efficienti dal punto di vista energetico in così breve tempo; sono proprio ferme. La Cina rischia di implodere.

Poi c’è l’euro che si sta rivelando una sciagura, perché non può svalutare e tiene bloccati 27 Paesi, tutta Europa.

Aggiungici gli elementi di instabilità politica, come la crisi della democrazia europea. Se fai le elezioni, vincono i partiti estremisti, allora che fai? Annulli le elezioni e dici che per quelli lì non bisogna votare? Ma questo non è democratico. Il problema politico è quindi un gatto che si morde la coda.

Infine ci sono la crisi ambientale e l’esaurimento delle risorse. Per cui si sa già che non ci saranno più troppi margini di crescita, un dato di fatto che però si scontra con l’aumento costante della popolazione mondiale: cioè con l’aumento dei bisogni e, quindi, della necessità di crescita. Un altro gatto che si morde la coda.

Ci vorrebbe un “salto tecnologico”, ma non sembra all’orizzonte. La decrescita? Forse, a essere ottimisti, si potrebbero convincere i cittadini dell’Occidente sviluppato a consumare meno. Ma onestamente, con chi sta cominciando solo ora ad accedere ai consumi, non se ne parla neppure.

* Gabriele Battaglia è fondamentalmente interessato a quattro cose: i viaggi, l’Oriente, la Rivoluzione e il Milan. Fare il reporter è il miglior modo per tenere insieme le prime tre, per la quarta si può sempre tornare a Milano ogni due settimane. Lavora nella redazione di Peace Reporter / E-il mensile finché lo sopportano. 

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