Prendete una cartina del Bangladesh, scorrete col dito lungo tutta la baia del Bengala, fermatevi all’ultimo puntino arroccato all’estremo sud della penisola in cui termina il Paese, poco prima della frontiera birmana: Teknaf. Da qui prendete una barca di legno del colore della bandiera bengalese, un cerchio rosso in campo verde bosco, carica di sacchi di peperoncini, cetrioli, galline e una manciata di donne in burqa.

Dopo tre ore di navigazione, proseguendo verso sud in un lungo faccia a faccia col litorale birmano, vi ritroverete su un’isola che forse la vostra cartina nemmeno si preoccupa di segnalare. Eccovi a Saint Martin, la piccola perla nascosta del Bangladesh: un minuscolo arcipelago corallino dalle candide spiagge costellate di conchiglie e palme da cocco, la cui acqua, verde e placida come una foglia di banano, pullula di pesci di ogni razza, colore e succulenza, tartarughe, granchi, aragoste, formazioni coralline di ogni forma e tonalità, ma in acqua nemmeno un bagnante. Saint Martin ha tutto ciò che i grandi tour operator potrebbero desiderare per farne un esotico recinto di villaggi turistici per bianche famiglie tediate dalla routine urbana, ma ha anche una peculiarità che le impedisce di essere promossa a ‘paradiso tropicale’.

Nell’immaginario collettivo occidentale infatti, un’isola tropicale, per essere un ‘paradiso’, oltre a vantare incantevoli scenari di una natura incontaminata, deve essere necessariamente un posto ‘sperduto’ e ‘deserto’. Ma Saint Martin, che è innegabilmente un’isola sperduta, come dimostrano le sue scarse connessioni col resto del mondo, la totale mancanza di corrente elettrica, telefoni e mezzi di trasporto tecnologicamente più elaborati della bicicletta, non è affatto ‘deserta’.

Sui suoi modesti 25 chilometri quadrati vivono ad oggi circa 7.500 abitanti che ne fanno probabilmente l’isola più densamente popolata e rumorosa del mondo (la stragrande maggioranza della popolazione è composta da marmocchi da 0 ai 12 anni la cui educazione è affidata all’unica scuola coranica del villaggio). Per questo ed altri motivi la visita di St. Martin si sconsiglia fortemente ai viaggiatori di temperamento riservato, timido, facilmente irritabile, e a chiunque non abbia voglia di contrarre la sindrome da animale da zoo o di sentirsi osservato e analizzato come fosse il primo uomo rapito dagli alieni.

La composizione demografica di Saint Martin consiste principalmente in quattro categorie di abitanti, tutti fermamente musulmani: imprenditori stagionali, coppie di Dhaka in luna di miele, rifugiati birmani, e autoctoni. Gli imprenditori stagionali sono ricchi e scaltri scapoli residenti a Dhaka che vivono a St. Martin per sei mesi all’anno e tornano ai propri appartamenti metropolitani alla comparsa del primo monsone. Questi lungimiranti geni del neocapitalismo bengalese, avendo intuito l’abnorme potenziale turistico della splendida St. Martin, in meno di cinque anni hanno comprato, a prezzi ridicoli, tutti i terreni dell’isola escluso qualche centimetro di entroterra, e hanno investito le proprie finanze nella costruzione di un paio di hotel e ristoranti, che si trasformeranno in vere e proprie miniere d’oro quando l’industria del turismo scoprirà il Bangladesh (ci auguriamo il più tardi possibile).

Le coppiette di neo-sposini di Dhaka, insieme ai gruppi di studenti, rigorosamente maschi, della Dhaka University, sono gli unici turisti che di tanto in tanto sbarcano a St. Martin per una mangiata di pesce fresco, una gitarella in barca con una moglie ingioiellata fino alle caviglie e avvolta di tutto punto in un abito tempestato di paillettes, o per una passeggiata in giacca, cravatta e mocassini tirati a lucido sulle lunghe spiagge immacolate (a nessun turista bengalese è ancora saltata in mente la bislacca follia di indossare un costume da bagno e fare una nuotata nel mare fresco e cristallino, tant’è che l’unico centro per il noleggio di maschere e attrezzatura per diving e snorkeling, a detta del proprietario, è in perdita di circa duecentomila taka).

I rifugiati birmani, come Jahangir e Ahmad, che servono ai tavoli del frugale ristorante Allahr Dan (Dono di Allah), provengono principalmente dalla colonia di Teknaf . Qui decine di migliaia di birmani musulmani di etnia rohingya, cacciati dal regime della loro madrepatria, sono strabordati dalla frontiera e hanno cercato asilo politico e aiuto economico in uno dei Paesi più poveri del mondo. Gli autoctoni di St. Martin si occupano prevalentemente di pesce (in tutte le sue possibili sfumature, dalla pesca vera e propria alla pulitura e squamatura sulla spiaggia fino alla vendita in uno dei quattro banchi del bazar) e di noci di cocco, l’unico prodotto vegetale indigeno.

Sulle donne, a causa delle intransigenti regole di segregazione femminile, dovute molto più alla povertà e alla mancanza di educazione che non ai dettami dell’Islam, non si possono azzardare descrizioni dettagliate, al di là dell’assoluto rispetto del pordah (l’insieme delle norme di segregazione per le quali le donne, anche in spiaggia sotto il solleone, sono inevitabilmente coperte dal nero pudore del loro burqa; come se questo non coprisse abbastanza, vi capiterà di vedere donne che nel buio della notte aprono l’ombrello alla minacciosa vista di un passante e chinano il capo perché il solo incrociare gli occhi non intacchi la reputazione e la fedeltà coniugale). La rigorosa aderenza alle forme di condotta esteriore previste dall’Islam su un’isola assolata e tropicale, se dal punto di vista dell’abbigliamento pecca in freschezza e praticità, fa di St. Martin un luogo culturalmente unico; l’ossimorica convivenza di svariate componenti etniche ed estrazioni sociali sull’esiguo territorio isolano, miste all’afflusso, per ora irrisorio, di arditi viaggiatori occidentali, fa di St. Martin un luogo, a suo modo, cosmopolita.

Mentre centinaia di bambini in fila intonano le nenie del Corano ciondolando nei loro cappellini bianchi e i pescatori affaccendati discutono nel loro intruglio dialettale di bangla e birmano, i rari occidentali scontano la bizzarrìa della loro bianchezza tentando goffamente di inserirsi nell’ammirevole pluralismo isolano familiarizzando con la gente e la fauna locale. Se di primo acchito potrebbe risultare difficile abituarsi alla convivenza con topi, ragni giganti e ramarri, superate le prime difficoltà vi capiterà senz’altro di esser colti dalla smania degli etologi all’idea di assistere alla famosa incursione quotidiana delle tartarughe che, al riparo delle tenebre, risalgono in branco la spiaggia per andare a deporre le uova.

Mangiare e dormire. Dal bazar di Saint Martin parte un’unica strada, percorsa da sole biciclette e cycle-van. Sulla strada incontrerete varie guest-house a gestione familiare, dalle più spartane (sui 5 euro a notte per una rusticissima doppia con bagno) alle più raffinate (provate il Music Eco Resort per un soggiorno di lusso, circa 30 euro a notte). Piccoli ristoranti improvvisati fra pali di bambù e tetti di lamiera servono pesce freschissimo e un menu bengalese estemporaneo. Un pasto a base di pesce con una bibita fresca non costa più di 3 euro. Per una cena romantica provate il Narikel Jinjira Restarant o il Blue Marine Resort. Ricordate che il Bangladesh è un “dry country” e non troverete alcolici sull’isola.

Arrivare. L’aeroporto più vicino a Saint Martin è quello di Chittagong (in mancanza d’altro, invocate la protezione di un santo e prenotate un volo con la Biman Airlines a circa 800 euro andata e ritorno). L’arrivo all’isola è piuttosto avventuroso e vi toccherà saltare su un autobus locale fino a Teknaf e poi chiedere al porticciolo di trovarvi un posto sulla prima barca (cercate di arrivare al porto entro le 3 del pomeriggio). Sull’isola ci si sposta solamente a piedi o contrattando con le barche dei pescatori.

Per informazioni: Saint MartinInfo turistiche Turismo Bangladesh

[Scritto per Oggiviaggi.it. Foto:  Donne in burqa siedono sulla barca da Teknaf a Saint Martin. Credit: Carola Lorea]