Zona di confine come recita il suo stesso nome, “Nuova Frontiera”. Lo Xinjiang è il Far West dell’Impero di Mezzo. In nessun luogo come la sua regione più grande e occidentale la Cina è “impero”: crogiolo di popoli unificati da un sistema politico-amministrativo invece che “nazione”, cioè entità fondata su una comune appartenenza etnico-culturale. Qui, a livello di numeri, è ormai testa a testa tra uiguri, discendenti di tribù turcofone dell’Altai, e han, i cinesi per come li conosciamo noi: ognuna delle due etnie raggiunge circa il 45 per cento della popolazione locale (ma negli anni Trenta del Novecento gli uiguri erano il 90 per cento). Poi ci sono kazaki, mongoli, tagiki, e così via, tutti i popoli che si sono incontrati e scannati sulla via della seta. Anche oggi non è una convivenza facile, come ha dimostrato la rivolta del luglio 2009, quando le due maggiori etnie si scontrarono per giorni. Seguì la repressione e, da allora, lo Xinjiang è un po’ scomparso dalle notizie.

Urumqi è la tipica metropoli cinese in espansione, con la sua brava skyline di grattacieli e il centro tutto neon e shopping compulsivo. Tre milioni di abitanti circa, oggi è una città fondamentalmente han (circa il settanta percento degli abitanti), cosa che si nota anche nei due parchi cittadini, il “Renmin” (“del popolo”) e lo “Hongshan” (“del monte rosso”, una collinetta da cui si ha la migliore vista di Urumqi): pagode, laghetti e, soprattutto, i tipici passatempi comuni agli anziani – e non solo – di Pechino e Shanghai. Un registratore che diffonde musica diventa il catalizzatore per un centinaio di persone che ci ballano intorno mentre, più in là, altre cinquanta cantano in coro di fianco a un altro apparecchio. Ancora pochi passi e si può assistere alle fatiche di alcuni anziani che si “allenano” con quei buffi attrezzi gialli e blu di cui sono ormai pieni parchi e giardini dell’intera Cina: leve, rotelle, sbarre.

Al Museo della Regione Autonoma, recentemente ristrutturato, molti cartelli riaffermano l’indissolubilità del territorio cinese: tante nazionalità, un solo insieme territoriale e amministrativo. Tuttavia il museo conserva un cimelio che fa discutere: La “Bella di Loulan”, la mummia di una donna che l’analisi del Dna ha dimostrato essere caucasica e che risale a 3500 anni fa. Il fatto che i primi abitanti dello Xinjiang arrivassero da ovest e non da est crea imbarazzo agli han e dà forza al nazionalismo uiguro. Al visitatore estraneo alla polemica, questa e altre mummie presenti nel museo trasmettono invece il senso profondo della storia. Nei vicoli intorno al mercato di Erdaoqiao si entra nel cuore della città uigura. È un bazaar diffuso, dove le botteghe di fornaio si alternano ai fabbri di strada che costruiscono i tipici forni tondi e metallici nei quali si cuociono sia il pane sia i tipici ravioli di qui.

Da Urumqi a Kuqa in pullman, per poi seguire in ferrovia il percorso che costeggia a nord il deserto del Taklamakan in direzione sud-ovest. La catena dei monti Tianshan è la presenza costante nel viaggio verso il tratto settentrionale della via della seta. Rocce cristalline del Paleozoico a cui si aggiungono sedimenti più recenti, dovuti all’erosione dei fiumi; granito, lava, sabbia, e ancora fango, limo e depositi salini. L’enorme ricchezza geologica di questa catena e del bacino del Tarim – costantemente rimescolata da terremoti più o meno disastrosi – caratterizza il paesaggio di questa regione, un caleidoscopio di colori. Allo strato più alto dei ghiacciai segue il profilo scuro delle montagne, poi altri monti di sabbia e soprattutto quella tavolozza rosso vivo, porpora, grigioverde, delle rocce fangose con inserti di gesso e ferro: il vero colpo d’occhio di tutta la regione.

A una settantina di chilometri a nord di Kuqa c’è “Il misterioso Grand Canyon del Tian Shan”, come è stato ribattezzato con colorita e pragmatica (turisticamente parlando) fantasia. Turismo, appunto. Per arrivarci da Kuqa, oggi, c’è una confortevole autostrada; fino a qualche anno fa bisognava farsi tre ore e mezza di macchina su strade sterrate. 
Il resort all’imbocco della gola è il tipico tocco cinese nella zona un tempo selvaggia: aiuole addobbate con funghi di marmo e pavoni di pietra sono lì a dirci molto sul senso estetico che va per la maggiore. I turisti han che frequentano questi luoghi antropizzati ma ancora bellissimi sono fondamentalmente di due tipi: gli ipertecnologici, farciti di device elettronici e ricoperti di abbigliamento tecnico, e i “passeggianti”, che percorrono i tre chilometri umidi, fangosi e dissestati del canyon con scarpette e calzini da impiegato, come se si trattasse di fare due passi per digerire.

Se si capita in una giornata senza troppa folla, si possono ammirare i colori stupendi delle gole in santa pace,
 e si può anche giocare con l’eco. I cartelli che compaiono nei punti suggestivi, ribattezzandoli con nomi più o meno evocativi, ci dicono però che questo posto è già una Disneyland per carovane di turisti, come ce ne sono già tante in tutta la Cina.
 Lo sviluppo dello Xinjiang esige anche questo e il turismo può essere la chiave per sviluppare l’occidente del Dragone, ma si paga in termini di “autenticità”: concetto che però appartiene più a “noi” che a “loro”.

Otto di mattina alla stazione di Kuqa. È ancora buio, siamo a più di 3mila chilometri da Pechino, ma l’orario ufficiale è quello della capitale cinese. Per cui l’alba arriva alle otto e mezza; a Kashgar, meta ideale di un viaggio verso ovest sulla Via della Seta, scopriremo che le prime luci si vedono alle nove. 
Lo scalo è già pieno e animato, alta intensità di lavoro come in tutti i servizi pubblici cinesi. I bagagli passano sotto un metal-detector mentre una giovane in uniforme controlla i biglietti. Se non sei in partenza, non entri. Dopo qualche minuto, il treno fa la sua comparsa accompagnato da una musichetta sparata a grande volume; come controcanto, il chicchiricchì di un gallo che arriva dal di fuori della stazione. La carrozza è quanto ci si può aspettare dai migliori romanzi on the road: umanità strabordante, con tutti i suoi colori e odori.

Chiacchierando con un paio di viaggiatori, si scopre che la lingua del “Turkestan Orientale” (così si chiamava lo Xinjiang nei periodi di indipendenza da Pechino) è un dialetto turcofono su cui si sono innestate parole provenienti da tutti quei popoli che hanno percorso avanti e indietro la via della seta. Così, diversi termini sono simili a quelli russi – mashina, poysz (treno) – altri sono comuni a tutte le lingue indoeuropee – kilometer, radio – e comunque ben diversi dal mandarino. Dopo Aksu salgono intere famiglie di raccoglitori di cotone, con i loro sacchi pieni della preziosa materia prima. È gente dal volto scavato e abbronzato, tutti si stringono per fargli posto. Fuori, per un centinaio di chilometri, scorrono le piantagioni.

Kashgar, finalmente, la meta verso cui convergere. Fino a qualche anno fa, perdersi nella città vecchia, fatta di case di fango e pietra, era un’emozione unica. Oggi lo è un po’ meno perché buona parte di questa cittadella islamica è stata rasa al suolo dopo che, nel 2011, alcuni attentati imputati al Movimento Islamico del Turkestan Orientale hanno provocato 23 morti e 42 feriti. Le autorità hanno giustificato la demolizione del centro cittadino parlando di “modernizzazione”. Kashgar è soprattutto il suo mercato. Se ne parla come di un rito antico migliaia di anni, uno snodo sulla via della seta, il bazaar per eccellenza, il più grande dell’Asia.

Sarebbe più corretto dire che di domenica tutta Kashgar si trasforma in un mercato.
 Cosa si compra? Cibo, soprattutto. Non si può fare a meno di assaggiare tutto, girare tra le bancarelle e fare conoscenza, perdere tempo scegliendo un certo tipo di mandorle o uva passa, godersi una fetta di melone, farsi un succo di melagrana e, soprattutto, divorare il kewap, lo spiedino onnipresente a ogni angolo di strada. Lo Xinjiang è un mondo di griglie accese. Odore di carne arrostita, ovunque.

Il mercato degli animali è grande come un paio di campi di calcio che gradualmente si riempiono di una massa vociante e soprattutto belante. La vera protagonista è la pecora, di razze diverse. Giovani pastori, bambini, trascinano gli animali da un recinto all’altro, sfoggiando la propria abilità come cow-boy a un rodeo. Gli adulti contrattano, banconote passano di mano in mano e ogni tanto qualcuno fa finta di abbandonare la trattativa con grande ostentazione. Inevitabilmente torna indietro.

Si mangiano chuchura, i deliziosi ravioli al forno ripieni di carne d’agnello. Per cuocerli vengono appiccicati sulla parete interna del forno, quando cadono sulla brace sono pronti. Al corpo centrale del bazar coperto, di domenica si aggiunge un mercato diffuso nelle viuzze laterali quando calano sulla città gli abitanti dei villaggi della provincia. Vendono di tutto, ma è ancora il cibo a farla da padrone. Uva, dolcissima. Dallo Xinjiang arrivava il vino consumato alla corte imperiale, nonché parecchie concubine. Imperdibili sono anche i gelati: un unico gusto, panna, un unico colore, bianco. Ma la panna sa davvero di latte. Questo e molto altro è lo Xinjiang, a quattromila chilometri da Pechino. Meglio andarci nelle mezze stagioni, d’estate il termometro tocca anche i 50 grandi e d’inverno i -30. È già Asia centrale, quasi a metà strada tra Milano e Shanghai. E siamo ancora in Cina.

Mangiare. Per strada o nel primo posto che trovate, a pochi euro. Consigliamo per strada. La cucina dello Xinjiang ruota attorno alla pecora, mangerete spiedini fino a nausearvi, ravioli al forno ripieni di carne e verdure, riso ricoperto di carote e carne. Ma, in caso, c’è anche ampia disponibilità di cibo proveniente dalle altre regioni della Cina. Imperdibili l’uva senza nocciolini e il famoso melone dello Xinjiang.

Dormire. Consigliamo il White Birch International Youth Hostel a Urumqi (www.yhaxinjiang.com) e, soprattutto, l’Old Town Youth Hostel (www.pamirinn.com) a Kashgar. Nelle altre città, utilizzate gli hotel a buon mercato. Se proprio l’ostello non vi va giù, consigliamo in tutta la Cina gli hotel della catena Motel168 (www.motel168.com, sito in cinese): una doppia costa dai 250 Rmb (30 euro circa) in su. A Urumqi c’è, a Kashgar no, dove potete rivolgervi invece al Wenzhou International Hotel: prezzi simili, posizione centrale (17 Renmin Xi Lu). Preparatevi a dormire nelle gher (tende) kazake o mongole durante le escursioni.

Arrivare. I prezzi dei voli Italia-Cina a/r (su Pechino e Shanghai) possono variare anche di molto: dai 500 ai 1000 euro circa. Consigliamo di tenere d’occhio le seguenti compagnie aeree: Aeroflot, Qatar, Lufthansa. Se si vuole il volo diretto, naturalmente Air China. Voli da Pechino o Shanghai per Urumqi (a/r 1500-2500 Rmb – 180-300 euro) o Kashgar (a/r 2000-3500 Rmb – 240-415 euro), prenotabili sul sito Ctrip (ctrip.com). L’alternativa spettacolare è arrivare dal Pakistan percorrendo la Karakorum Highway fino a Kashgar (ricordatevi il visto cinese). All’interno delle città, ci si muove in taxi o autobus, per viaggi nel deserto o sulle montagne, fate riferimento agli ostelli o hotel dove dormite: organizzano tutto loro.

Per informazioni: White Birch International Youth Hostel (Urumqi)Old Town Youth Hostel (Kashgar)Ctrip (fondamentale sia per i voli interni sia per gli hotel)

[Scritto per Oggiviaggi.it]