Lerecenti mosse della «Cina globale» costituiscono una cartina di tornasole per acciuffare la portata storica dei cambiamenti in atto. Si tratta di trasformazioni concomitanti con le esternazioni di Trump su Ue, Nato e Russia.

Proprio durante le recenti performance di Trump, il premier cinese, è stato in Europa e ha poi ricevuto a Pechino la delegazione europea composta da Juncker e Tusk, nel corso del ventesimo incontro tra Cina e Ue. Pechino e Washington — in questo momento — rappresentano due strategie opposte: Trump sbraita via Twitter, procede ondivago e ha evidenziato il suo nemico numero uno nell’Iran, mettendo nel mazzo anche l’Unione europea; Pechino avanza nei suoi incontri, nella sua agenda e nelle risposte allo scontro commerciale in atto in silenzio, ma pare prontissima a sfruttare gli spazi offerti dalla prorompente dialettica di Trump.

Del resto i cinesi sanno aspettare, osservare e poi lanciarsi a capofitto quando le circostanze sono favorevoli. Li Keqiang nel suo viaggio in Europa è stato a Sofia e a Berlino. A Sofia ha partecipato al summit del «16+1», un format che vede Pechino dialogare con i paesi dell’Europa centro-orientale; un ambito che da Bruxelles è stato più volte criticato perché ritenuto rischioso: il sospetto della Ue è vivo fin dalla nascita dell’appuntamento nel 2002 e si anima della sensazione che la Cina voglia operare per separare gli interessi europei.

La difesa di Pechino è chiara: la sua proposta globale è benevola e «paternalista», non mira a conflitti e — soprattutto — in quell’area europea i maggiori investitori asiatici sono ancora Seul e Tokyo, ben distanti dalla Germania in termini di accordi commerciali. Ma a Pechino quell’ambito serve per garantire fluidità alla propria Nuova via della Seta e per metterlo sul piatto della bilancia con la Germania, paese che insieme alla Russia ha interessi importanti e mire egemoniche da un punto di vista commerciale sull’area.

E proprio a Berlino Li Keqiang ha fatto le cose più rilevanti in termini di impatto strategico globale.

La Cina e la Germania hanno stretto accordi per 20 miliardi di dollari (la Cina è il principale partner commerciale della Germania). Inoltre Pechino ha acconsentito alla liberazione di Liu Xia, poetessa e moglie del Nobel Liu Xiaobo morto nel 2017 nell’ospedale del carcere cinese dove era rinchiuso da anni, e al suo trasferimento in Germania per curarsi. Un segnale non da poco, sintomo che Pechino non ha intenzione di alterare la propria relazione con la Germania, regalando a Merkel l’ccasione di ergersi a paladina dei diritti umani. Qualche giorno dopo Juncker e Tusk si sono recati a Pechino. Per segnalare a che punto stavano i rapporti tra Ue e Cina, basti ricordare che nei due precedenti appuntamenti non si era arrivati a una dichiarazione conclusiva congiunta a causa degli attriti sulla questione legata al mar cinese meridionale e per lo scetticismo della Ue riguardo il progetto della Nuova via della Seta.

Evidentemente le cose ormai cambiano in fretta e il fenomeno Trump ha portato a più miti consigli Bruxelles: al termine dell’incontro di quest’anno non solo è stata rilasciata una dichiarazione congiunta, ma Bruxelles pare aver dimenticato ogni remora rispetto a Pechino: nessun riferimento alle diatribe nel mar cinese meridionale, e chiaro ed esplicito appoggio alla «One China policy» riferito alla questione Taiwan.

La Cina ha fatto il pieno dunque, muovendosi rapida sullo scacchiere europeo: proprio mentre Xi Jinping era a Dubai e stava per iniziare il suo tour africano (altro ambito che forse potrebbe interessare gli europei per quanto riguarda la questione dei migranti come suggerito da molti osservatori, compreso l’ex premier Romano Prodi, grande conoscitore del gigante asiatico).
Alleanze, accordi: tutto sembra procedere in modo molto più rapido che in passato; il mondo multilaterale è meno fermo su «amicizie» storiche, fornendo un approccio ben più fluido alle stesse crisi internazionali.

E per capire in che direzioni queste trasformazioni procedono, oggi bisogna guardare più a Pechino che a Washington, che lo vogliano o meno media mainstream e gabinetti ancora agganciati all’agenda Usa.

di Simone Pieranni

[Pubblicato su il manifesto]