In questi ultimi anni non solo gli Stati Uniti sono finiti nel mirino degli attacchi informatici, ma dall’altra parte dell’emisfero anche Taiwan deve e ha dovuto fare i conti con gli hacker che attaccano i siti web governativi e aziendali.

Lo scorso 3 luglio, il sito del Partito progressista democratico (Dpp), al governo, è stato temporaneamente compromesso, secondo quanto rivelato da una fonte interna al partito. Un episodio che riflette il timore del governo di Taipei, che si sta preparando a un’impennata delle operazioni di influenza cinese in vista delle elezioni locali del prossimo autunno.

Tsai Ing-wen spaventa Pechino
Gli esperti di cybersecurity taiwanese ritengono che questa operazione rispecchi gli sforzi continui degli hacker informatici con sede in Cina di raccogliere informazioni relative al Dpp. Non vi è alcuna prova concreta che l’attacco provenga dalla Cina, ma l’escalation di disinformazione e di fake news relative alla campagna elettorale si potrebbe collegare alla pressione esercitata da Pechino nell’ultimo biennio, proprio da quando a capo dell’”isola ribelle” c’è Tsai Ing-wen, leader del Dpp e incline all’indipendenza da Pechino. A dare conferma della tesi dei membri del Dpp potrebbero essere d’altronde gli ultimi cambiamenti avvenuti all’interno Partito comunista cinese.

Da quando il presidente cinese Xi Jinping è salito al potere nel 2012, la Cina ha subito cambiamenti significativi: una massiccia centralizzazione del potere presidenziale, riforme che ristrutturano le capacità militari del Paese e crescente attenzione per la sicurezza regionale. L’Esercito di liberazione popolare ha poi implementato le sue strategie nelle operazioni di attività informatica e cybersicurezza.

Secondo le rivelazioni della FireEye, azienda statunitense di sicurezza di reti informatiche, c’è stato un incremento del numero degli attacchi di hacker con sede in Cina negli ultimi anni, fino ad arrivare a 40 milioni di attacchi cibernetici al mese. Come era già accaduto nel dicembre 2015 con gli attacchi al sito del Dpp e ai media, ma in quell’occasione era stato individuato come responsabile il gruppo APT16 connesso a Pechino.

Non sorprende poi come la spesa per la difesa di Pechino sia uno dei punti cardine in agenda del Partito comunista, che ridimensiona gli sforzi profusi da Tsai Ing-wen: nonostante le promesse durante la campagna elettorale per la corsa presidenziale del 2016, che mirava a portare la spesa militare pari al 3% del Pil su base annuale, il budget per la difesa di Taipei quest’anno è inferiore al 2% del Pil (circa 10,75 miliardi di dollari), contro quello utilizzato da Pechino per un valore pari a 175 miliardi di dollari.

Attenta alle vicende che accadono al di là dello stretto di Taiwan, la Cina minaccia a colpi di sanzioni economiche e diplomatiche le multinazionali e i Paesi che non riconoscono il principio dell’“Unica Cina”.

Ad allinearsi alla politica di Pechino continua a essere l’Unione europea, come è stato dimostrato durante il recente 20° summit Ue-Cina: nella dichiarazione congiunta, al punto 3 si legge infatti che “L’Unione europea riconferma la sua One China policy”.

Ritorsioni dagli hotel al traffico aereo
Nel frattempo Pechino si è mossa anche contro le imprese straniere, come le aziende di abbigliamento, le compagnie aeree e le catene alberghiere, che non riconoscono Taiwan come territorio della Repubblica popolare cinese.

Tutto è iniziato nel gennaio di quest’anno con la chiusura del sito web della catena alberghiera Marriot, che tra le opzioni per indicare il Paese di provenienza dei clienti, ha distinto la Cina da Taiwan, Macao e Hong Kong. Sono seguite, così, negli ultimi mesi, numerose scuse arrivate dalle aziende internazionali per le azioni poco gradite a Pechino, chiara dimostrazione di una dipendenza in chiave economica.

Uno dei tanti episodi da citare riguarda l’azienda di abbigliamento Gap, che a maggio ha ritirato una produzione di t-shirt su cui era raffigurata la mappa della Cina che non includeva Taiwan.
La longa manus di Pechino è arrivata anche nel settore del trasporto aereo. Ad aprile l’amministrazione dell’aviazione civile cinese ha inviato una lettera a 44 compagnie straniere – di cui 36 americane – chiedendo di considerare sui loro siti web tutte le destinazioni all’interno dell’isola di Taiwan, compresa Hong Kong e Macao, come parti della Repubblica Popolare Cinese. Dura è stata la risposta della Casa Bianca, che ha commentato la richiesta come una “assurdità orwelliana”.

La modifica doveva essere effettuata entro il 25 maggio, ma solo 18 compagnie hanno provveduto a cambiare la denominazione. Così, i funzionari cinesi hanno prorogato il termine al 25 luglio, in attesa di una correzione dalle inadempienti compagnie aeree. Quali siano le sanzioni che il governo cinese applicherà dopo l’ultimatum non è ancora chiaro, tuttavia, c’è chi ha preferito tutelarsi preventivamente. L’ultima della lista ad aver accettato le imposizioni cinesi è Air India, la compagnia indiana che recentemente cambiato la destinazione di Taiwan in “Chinese Taipei” sul suo sito web.

Isolamento economico e diplomatico
Pechino ha mostrato la sua forza diplomatica, riducendo il numero dei Paesi che riconoscono Taiwan come la Repubblica di Cina. Gli ultimi a tagliare i rapporti diplomatici con Taiwan sono stati il Burkina Faso e la Repubblica Dominicana, che a maggio hanno deciso di abbandonare Taipei per i favori economici cinesi.

Pechino ha anche punito la Repubblica di Palau per il suo rifiuto di rompere i rapporti di diplomatici con Taipei. A pagarne di più le spese è la compagnia aerea nazionale, la Palau Pacific Airways, che ha dovuto cancellare temporaneamente tutti i voli aerei. Secondo una dichiarazione della compagnia di volo, “Palau è divenuta una destinazione turistica illegale a causa delle pressioni del governo cinese”. Nell’ottica di esercitare maggiori pressioni sui Paesi ancora legati a Taiwan, nel novembre dello scorso anno l’amministrazione nazionale del turismo della Cina ha ordinato alle compagnie di tour di viaggi cinesi di eliminare dalla propria offerta le destinazione Palau e Vaticano.
Una sfida sempre più difficile si presenta quindi per Tsai Ing-wen che, nonostante le azioni cinesi, continua sulla linea dell’affermazione della dignità nazionale di Taipei a livello globale.

di Serena Console

 

[Pubblicato su Affari internazionali]