La cosa non sorprende, è noto che Pechino non ami questo genere di adunate e non abbia in particolare simpatia le iniziative studentesche. A stonare è il fatto che proprio lo stesso giorno, dall’Assemblea delle Nazioni unite sul Clima in corso a Nairobi, arrivava l’annuncio congiunto dell’Agenzia Onu sull’ambiente e delegazione cinese, che la Cina ospiterà il «World Environment Day», la più importante giornata dell’Onu dedicata all’ambiente in virtù della «leadership dimostrata dal paese nel combattere l’inquinamento domestico».

Il prossimo 5 giugno Hangzhou sarà il centro delle celebrazioni, con manifestazioni previste anche in altre città cinesi. Controllare il dissenso interno e mostrare il volto di nuova Cina, matura e consapevole delle proprie responsabilità anche ambientali all’esterno, questa la linea del Presidente Xi Jinping, che ha fatto della lotta all’inquinamento, uno dei pilastri della propria leadership.

Salito al potere nel 2012, Xi Jinping ha ereditato un paese con una situazione ambientale drammatica. Livelli di inquinamento di aria, acqua e suolo, ben oltre la soglia rossa, riconosciuta come il limite oltre il quale è a rischio la sopravvivenza della specie umana, risultato di uno sviluppo economico accelerato che ha preso il volo nel più completo disinteresse per gli effetti sull’ambiente e sulle risorse naturali. Agendo con fermezza, nel giro di pochi anni, la politica ambientale di Xi Jinping ha portato risultati insperati. Tanto che Pechino ha incassato le lodi dei partecipanti all’ultimo vertice Onu sul clima di Katowice, per aver raggiunto i propri obiettivi di riduzione delle emissioni di carbonio tre anni prima di quanto previsto dagli accordi (il 40-50% per unità di Pil rispetto al 2005).

Un bel passo in avanti per il secondo emettitore al mondo, fino a pochi anni fa considerato la pecora nera della comunità internazionale in fatto di ambiente e che ora si trova (volente o nolente) alla guida della diplomazia climatica globale, unica speranza davanti al disimpegno americano e all’arretramento brasiliano. «Per avere montagne d’oro e d’argento c’è bisogno di avere acque limpide e monti verdi, colline verdi e acque limpide sono montagne d’oro e d’argento», in questa parole pronunciate nel 2005, quando era ancora Segretario del partito nello Zhejiang e poi reiterate in più occasioni, il succo del pensiero ambientalista di Xi.

Da risorsa da sfruttare per la creazione di ricchezza, l’ambiente diventa in questa nuova prospettiva ricchezza a sé, da preservare con cura e valorizzare attraverso la «green economy». In parte in continuità con i suoi predecessori la linea perseguita da Xi è quella di uno sviluppo «innovativo, armonizzato, ecologico, aperto e condiviso» animato dall’idea di «Civilizzazione Ecologica». Una formula onnipresente nella vulgata politica cinese, e che fa riferimento a dimensioni di frugalità, salvaguardia dell’ambiente armonia con la natura che rimandano genericamente al concetto di sostenibilità come concepito in occidente, senza però identificarcisi completamente.

Da quando è al potere Xi Jinping ha fatto molto per la protezione dell’ambiente, anche a scapito della crescita economica. Tradotto in pratica l’ambientalismo di Xi Jinping ha visto l’inasprirsi di regolamentazioni ambientali e della struttura di controllo. Leggi più severe come la tassa ambientale, direttamente proporzionale alla quantità di sostanze inquinanti emesse. Progressiva decarbonizzazione, attraverso lo smantellamento degli impianti obsoleti e la sua sostituzione con nuove tecnologie; investimenti nelle rinnovabili (126,6 miliardi di dollari investiti nel solo 2017) che hanno fatto della Cina il più grande fornitore di energia eolica al mondo e leader nella produzione di pannelli fotovoltaici. Lotta alla corruzione che è anche un modo per controllare e allineare gli obiettivi dei funzionari locali con target ambientali ben precisi, perché la crescita del Pil ci deve essere ma deve mantenersi verde. Infine la governance, per garantire una più agile gestione delle questioni afferenti a clima e ambiente, si è avviata una ristrutturazione dei ministeri, dalla quale è uscito un super Ministero dell’Ecologia e dell’Ambiente (Mee), una nuova entità che ha accorpato responsabilità che in precedenza erano sparse tra diversi organi.

Questo in breve il nucleo dell’attivismo di Xi, gravato comunque da una contraddizione in termini, giacché non è ancora chiara la formula che permette di allineare crescita economica e salvaguardia dell’ambiente, senza che l’una infici l’altra. Ora più che mai, con una congiuntura economica in rallentamento e la guerra commerciale con gli Usa. Ecco che, anche se in maniera soft, in occasione delle recenti due sessioni del parlamento cinese, l’ambientalismo è stato spesso evocato come un limite dai delegati delle varie province che si trovano in difficoltà nel rispettare le stringenti normative ambientali promosse dal governo centrale. Non è passato inosservato poi l’affievolirsi dell’afflato verde nel discorso del premier Li Keqiang che ha menzionato la necessità di «concedere alle aziende un periodo di grazia per adeguarsi agli standard ambientali, piuttosto che obbligarle a chiudere». D’altra parte, il passaggio da un’economia ad alto «consumo» di ambiente e generazione di Pil verso una a più basso ‘consumo’ di ambiente e minore intensità di crescita, focalizzata su una serie di settori nuovi, come quella proposta nell’idea della Nuova Cina di Xi Jinping, affronta ostacoli e genera frizioni.

La risposta di Xi è stata chiara. Incontrando la delegazione dell’Inner Mongolia (provincia piegata dal dilemma tra crescita e ambiente), ha avvertito: «Non pensiate di lanciare progetti dannosi per l’ambiente in nome della crescita» e riferendosi alla congiuntura complicata ha aggiunto «è necessario stringere i denti, risalire la china e passare il crinale».

[Pubblicato su Il Manifesto]