Lo scorso 29 settembre una ragazza di 19 anni è morta in un ospedale a New Delhi dopo essere stata violentata e torturata da quattro uomini. La vittima apparteneva alla comunità dalit – i «fuoricasta», giudicati impuri dal sistema castale indiano – e abitava in un villaggio nei pressi della città di Hathras, nello Stato dell’Uttar Pradesh, dove i quattro violentatori l’hanno aggredita lo scorso 14 settembre. Gli accusati, tutti di «casta alta», sono arrestati e sono tuttora in attesa di processo.

VENERDÌ SCORSO, per la prima volta dall’inizio della pandemia di Covid-19, centinaia di manifestanti si sono radunati nel centro di New Delhi per protestare contro il governo e la polizia dell’Uttar Pradesh, accusati di non aver garantito l’incolumità della ragazza e di aver gestito le indagini adottando pratiche dittatoriali, discriminatorie e anticostituzionali.

Subito dopo il decesso della giovane vittima, la polizia ne ha preso in consegna il corpo, cremandolo nella notte senza ottenere il permesso della famiglia.

LE AUTORITÀ HANNO POI diramato un rapporto medico in cui si esclude l’ipotesi di stupro, poiché non sarebbero state trovate tracce di seme sul corpo della vittima. L’affermazione nega sia le deposizioni rilasciate dai familiari, sia i nuovi criteri giuridici che identificano il reato di stupro nell’ordinamento indiano senza la variabile del liquido seminale.

La nuova legge, che prevede la pena capitale, fu introdotta dopo lo «stupro di Delhi», altro caso di stupro e omicidio che scosse il Paese nel 2012.

Sotto il fuoco incrociato della stampa e delle opposizioni, il governo dell’Uttar Pradesh ha risposto denunciando un «complotto» ordito ai danni del chief minister Yogi Aditiyanath per «politicizzare» la morte della ragazza e istigare scontri inter-castali nello Stato.

Aditiyanath, a capo dell’esecutivo locale e membro del Bharatiya Janata Party (Bjp, partito di destra hindu guidato dal primo ministro Narendra Modi), è un monaco hindu noto per le sue posizioni estremiste e islamofobe. È considerato il successore di Modi alla guida del partito e potenzialmente del Paese.

Per ordine di Aditiyanath, la famiglia della vittima è di fatto agli arresti domiciliari: gli è proibito comunicare con i media e con i politici che da giorni tentano di raggiungere la città di Hathras.

Giovedì scorso Rahul e Priyanka Gandhi dell’Indian National Congress, principale partito d’opposizione, sono stati bloccati dalla polizia dell’Uttar Pradesh mentre provavano a fare visita alla famiglia della giovane.

Malmenati e arrestati dagli agenti, sono stati scortati a New Delhi. Mentre scriviamo, i Gandhi stanno tentando di nuovo di raggiungere l’abitazione della vittima, al momento circondata da centinaia di agenti e isolata da posti di blocco disposti su un perimetro di due chilometri.

Secondo quanto riportato dalle testate nazionali, numerosi giornalisti e fotografi sono stati malmenati dalla polizia e almeno in un caso le telefonate tra la stampa e la famiglia della vittima sarebbero state intercettate – illegalmente – dalle autorità dell’Uttar Pradesh. La stretta interessa anche gli assembramenti e le manifestazioni, vietate in tutto lo Stato.

Nonostante ciò, pochi giorni fa un centinaio di uomini di casta alta si è radunato per manifestare pubblicamente a favore dei quattro presunti stupratori, chiedendo che le indagini non siano «politicizzate».

NEL FRATTEMPO, il primo ministro Modi non ha speso una parola sul caso ma ha, tra le altre: partecipato a un summit su educazione e scienza, incoraggiando la gioventù indiana a «studiare la scienza per contribuire al sogno di un’India autosufficiente»; inaugurato un tunnel nello Stato dell’Himachal Pradesh, «nuova era delle infrastrutture in India!»; onorato il 151esimo anniversario della nascita del Mahatma Gandhi, i cui ideali «ci guidano per la creazione di un’India prospera e compassionevole».

[il manifesto]