Il dibattito avviato ormai da diversi mesi su Sinosfere sulla “sinologia nella Nuova Era” di Xi Jinping mi pare prezioso e necessario, per cui proverò anche io a offrire un mio contributo, anche se con un po’ di ritardo. Innanzitutto, ringrazio Marco Fumian e la redazione di Sinosfere per quest’iniziativa, assolutamente meritoria almeno sotto due punti di vista: innanzitutto perché favorisce il dialogo fra noi; e inoltre, perché lo rende accessibile anche ai “non addetti ai lavori”, a chi di solito non partecipa agli incontri accademici, non essendo un/a sinologa/o di professione.

Rispetto a questo secondo punto, difatti, è già giunta da più parti la richiesta di espandere il raggio d’azione della ricerca sinologica, uscendo dalla comfort zone della disciplina: c’è chi ha proposto di risituare il discorso sulla Cina in una cornice più vasta, nel quadro del sistema-mondo e nel reticolo delle relazioni politiche ed economiche internazionali (si veda l’intervento di Ivan Franceschini: “Cina globale. Appunti per una critica sistemica”); c’è chi ritiene che sia tempo di ampliare la nostra scatola degli attrezzi, importando nel discorso metodologie e riferimenti teorici nuovi (vedasi Daniele Brombal: “Rigenerare la sinologia”); o, ancora, si è espressa una giusta e salutare insofferenza per l’impianto dualistico di molti studi basati sulla semplice contrapposizione “noi vs loro”, “Cina vs Occidente (America)” (Fabio Lanza: “Nuova Era, vecchi dualismi”). In effetti, il dualismo quasi metafisico che da anni, se non da decenni, serpeggia nei resoconti dei media e purtroppo anche in certa produzione saggistica inchioda l’analisi dentro schemi parmenidei, per i quali “l’Essere è, il Non Essere non è”, ove la Cina e il mondo occidentale sono sottratti alla loro temporalità storica e riportati a due totalità culturali fisse, chiuse in se stesse, che si escludono a vicenda, generalmente note come “civiltà”.

Cogliendo gli spunti offerti da questi e dagli altri contributi al dibattito, tenterò di aggiungervi un piccolo tassello. Premetto che il tassello offre più domande che risposte. E siccome gioco decisamente fuori dalla mia comfort zone, ci tengo a sottolineare che quanto segue è più uno spunto per future discussioni che l’esposizione di un ragionamento compiuto e concluso. Butto quindi subito sul piatto le due idee (ipotesi) che corteggio da un po’: la prima è che nella competizione fra Stati Uniti e Cina si offra alla nostra analisi, al di là o al di qua della battaglia fra i due “modelli”, il tramonto dell’era del petrolio, l’era in cui abbiamo vissuto sinora. La seconda idea, in una certa qual misura collegata alla prima, è che lo storico dell’economia Giovanni Arrighi, defunto nel 2009, il cui ultimo libro s’intitola Adam Smith a Pechino (Milano: Feltrinelli, 2008), lascia alla sinologia un’eredità preziosa, che sarebbe proprio ora di raccogliere. L’eredità a cui mi riferisco, tuttavia, non si trova tanto nel suo “Adam Smith”, che a mio avviso ha la pecca di soffermarsi troppo sul denghismo senza dare il giusto peso alle successive discontinuità, quanto a Il lungo XX secolo. Denaro, potere e le origini del nostro tempo (Milano: Il Saggiatore, 2014). Benché solo nel finale giunga a parlare della Cina, resta uno dei resoconti più strutturati e raffinati dello sviluppo del nostro sistema-mondo, dal XIV secolo a oggi.

Innanzitutto, l’intera argomentazione poggia sul seguente presupposto metodologico: per leggere correttamente il presente, è necessario inscriverlo nella longue duréenelle sequenze lunghe e nelle trasformazioni lente, ove le rotture possono passare inosservate perché non coincidono per forza con avvenimenti singoli e databili. Lo zampino di Fernand Braudel spunta a ogni pagina, per quanto riguarda la concezione del tempo, così come rispetto allo spazio è fondamentale l’apporto dell’amico e collega Immanuel Wallerstein.

Il capitalismo – o se preferite un termine più neutro, la “modernità”, tanto è lo stesso – per Arrighi si è sviluppato in quattro distinte fasi o cicli sistemici di accumulazione: il ciclo genovese (1340-1630), il ciclo olandese (1560-1780), il ciclo britannico (1740-1930) e infine il ciclo statunitense o “lungo XX secolo” (1870-ora?). Come si noterà già da queste datazioni, le fasi si sovrappongono, un ciclo inizia quando il precedente non si è ancora del tutto esaurito, inoltre seguono una legge di proporzionalità inversa: il centro egemonico tende a espandersi nello spazio di fase in fase, dalla piccola città marinara di Genova sino al continente nordamericano, passando per lo hub logistico di Amsterdam prima e l’impero coloniale britannico dopo, mentre la durata del ciclo vieppiù si comprime. Il primo “lungo secolo” dura infatti ben 290 anni ed è dominato dalla forma politica delle città-stato: Firenze, Venezia e soprattutto Genova; anche se quest’ultima fa rete con la Spagna, resta fino alla fine un’entità a sé. Con Amsterdam, che può contare su una rete commerciale transoceanica, assai più estesa delle rotte mediterranee, si è già entrati nell’era degli Stati-nazione e nel cosiddetto ordine vestfaliano; all’allargamento della forma politica e della sua area di influenza corrisponde però un “secolo” lungo “appena” 220 anni. “Il lungo XIX secolo” inglese poi dura ancor meno, 190 anni, mentre, come ben sappiamo, la longa manus coloniale ristruttura il globo intero. Infine, il “secolo americano”: per Arrighi è composto da tre segmenti, di cui il primo inizia nel 1870, quando il precedente ciclo britannico comincia a dare segni di scompenso (cioè manifesta una “crisi spia”, stando alla terminologia dell’autore), mentre l’ultimo segmento inizia negli anni ’70 del Novecento e coinciderebbe con la fase di crisi terminale del regime. Nella prima edizione del libro, uscita nel 1994, l’autore scrisse: “siccome, per quanto ci è dato sapere, quest’ultima crisi non è ancora avvenuta, analizzare questo segmento significa in realtà indagare sul presente e sul futuro come parte di un processo storico in corso che presenta sia elementi di novità sia di ripetizione rispetto alle fasi conclusive (M-D’, merci-più denaro) di tutti i precedenti cicli sistemici di accumulazione” (p. 236).

Lasciando per il momento da parte la reinterpretazione della formula marxiana D-M-D’ (denaro-merci-più denaro), nel Poscritto aggiunto nel marzo 2009, pochi mesi prima della sua morte, Arrighi rivisitò la sua disamina della “crisi terminale” statunitense, evidenziando la centralità dell’espansione economica della Cina e riprendendo i tre ipotetici scenari futuri già prospettati nella prima edizione. I quali sono: 1) la rinascita di un nuovo impero occidentale fondato sulla superiorità militare degli Stati Uniti, disposti a cedere fette di egemonia all’Europa e a estendere la loro protezione all’Asia; 2) lo spostamento del baricentro a est e la nascita di una società di mercato globale, trainata dalla Cina e/o dall’ “arcipelago capitalista” dell’Asia Orientale (le tigri asiatiche). 3) Un lungo e apparentemente perpetuo pendolo fra Est e Ovest: “tutte le precedenti transizioni egemoniche si sono contraddistinte per lunghi periodi di ‘caos sistemico’, e questo rimane un possibile sbocco” (p. 408). Ovvero, qualora la competizione fra i due regimi o i due “secoli” (americano e cinese) non giungesse celermente alla sua naturale conclusione decretando la vittoria di uno dei due, il periodo intermedio di caos e instabilità dell’intero sistema-mondo potrebbe prolungarsi anche per decenni.

Con grandissimo acume analitico (per non dire preveggenza), sempre nel Poscritto del 2009 l’autore affermava che chiunque avesse mai voluto scalzare gli USA chiudendo il quarto ciclo egemonico già in crisi terminale, si sarebbe trovato davanti un ostacolo quasi insormontabile. Alludeva alla “capacità, ancora tutta da verificare, degli agenti dell’espansione economica in Asia Orientale di intraprendere un nuovo percorso di sviluppo per se stessi e per il mondo che diverga radicalmente da quello che è attualmente in un vicolo cieco. Ciò richiederebbe una netta deviazione dal sentiero socialmente ed ecologicamente insostenibile dello sviluppo occidentale, lungo il quale i costi per la riproduzione della vita umana e della natura sono stati ampiamente “esternalizzati”, escludendo in larga misura la maggioranza della popolazione mondiale dai benefici dello sviluppo economico. Si tratta di un compito imponente, che procederà su una traiettoria in gran parte definita dalla pressione esercitata dal basso da movimenti di protesta e autodifesa” (p. 406).

Il testo si chiudeva lasciando intendere che il terzo scenario fosse quello più probabile: del resto, negli Stati Uniti, definiti un “dominio senza egemonia”, era da poco esplosa la crisi dei subprime (2007-2008), che metteva a nudo e non per la prima volta lo stato terminale del ciclo.

Riprenderò ora velocemente l’uso che Arrighi fa della formula marxiana D-M-D’ (denaro-merci-più denaro), poiché chiarisce meglio la sua teoria sui cicli sistemici di accumulazione. La formula viene troncata in due e inscritta in uno schema diacronico, per cui la fase “D-M” di ogni ciclo coincide con l’inizio e l’apogeo di un processo di espansione materiale incentrato sulla produzione e sul commercio di merci, mentre “M-D’” indica la seguente fase d’espansione finanziaria. Per Arrighi, la finanziarizzazione dell’economia non costituisce affatto una tendenza recente nella storia del capitalismo: esiste da quando i mercanti fiorentini del XIV secolo, arricchitisi grazie al commercio della lana, cominciarono a usare le proprie reti internazionali per farsi banchieri del papa, o per finanziare l’invasione della Francia da parte degli inglesi. Il depotenziamento dell’industria tessile a favore delle attività bancarie impoverì la popolazione, scatenò sommosse (la rivolta dei Ciompi), portando alla rovina anche diverse famiglie di mercanti-banchieri. Ad ogni modo, per Arrighi (come per Braudel) la “fase 2” di espansione finanziaria rappresenta sempre una fase di riflusso, anche quando assolve in modo positivo la sua primaria funzione di ritardare il più possibile la conclusione del ciclo.

Perciò, tornando a epoche più recenti, gli anni ’70 del secolo scorso, in cui inizierebbe il terzo segmento del ciclo statunitense, sono definiti gli anni della “crisi spia”, nonostante poi sfocino nella “belle époque dell’era reaganiana”. Lo shock petrolifero del 1973 e l’abbandono del sistema dei cambi fissi furono due eventi che determinarono una trasformazione strutturale del ciclo. Non possiamo ripercorrere qui la genesi e le tappe del neoliberismo (altro nome attribuibile al terzo segmento), come fa Arrighi nell’ultima parte del suo libro. Comunque, seguendo il suo schema, in coincidenza della “crisi spia” degli anni ’70-’80 dovrebbe essersi manifestata l’ascesa dell’egemonia concorrente che dominerà (o già domina) il quinto ciclo – e in effetti, proprio in quel periodo in Cina si assiste all’alba del denghismo e dell’era di Riforma e Apertura.

Le “crisi spia”, infine, secondo l’autore inaugurano una parabola che almeno sinora ha sempre condotto a una “crisi terminale”, che Arrighi identifica, per quanto riguarda il quarto ciclo statunitense, con lo scoppio della bolla della new economy negli anni 2000-2001 (e i cui effetti furono tamponati, almeno per un po’, con la guerra al terrorismo e il rilancio dell’industria bellica), e poi successivamente con il tracollo finanziario del 2008 (l’anno delle Olimpiadi di Pechino).

Quanto scritto sin qui è naturalmente un grossolano riassunto di un libro estremamente denso e complesso, che rintraccia nella storia passata e recente un ordine ciclico, dove però hanno uguale peso regole ed eccezioni, continuità e discontinuità, per cui in realtà ogni fase della sequenza è a sé e va indagata in quanto tale. La difficoltà di applicare il metodo Arrighi al nostro discorso risiede quindi nella quantità di dati richiesta, ma forse anche e soprattutto nello strabismo a cui ci obbliga: non si capirà molto della Cina se contemporaneamente non si osserva anche l’evoluzione del suo antagonista, dall’altra parte del globo; la ‘modernità’ è una danza a due e – chissà – magari lo è sempre stata.

Sperando di non tediare troppo chi mi ha pazientemente letta fin qui, trascrivo un ultimo passo del libro, un passo chiave, in cui l’autore descrive la “danza” a partire dalla competizione nel XV secolo fra Genova e Venezia:

“… Venezia divenne il prototipo di tutte le future forme di ‘capitalismo (monopolistico) di stato’, Genova il prototipo di tutte le future forme di ‘capitalismo (finanziario) cosmopolita’. La combinazione e la contrapposizione sempre mutevole di queste due forme organizzative e, soprattutto, le loro dimensioni e la loro complessità sempre crescenti, associate all’‘internalizzazione’ di una funzione sociale dopo l’altra, costituiscono l’aspetto principale dell’evoluzione del capitalismo storico come sistema mondiale” (p. 165).

Per seguire i passi di questa “danza” nel mondo odierno, ove sia “Genova” che “Venezia” hanno raggiunto dimensioni continentali, servirebbero indagini a tutto campo, libere dai confini nazionali e dalle divisioni fra Est e Ovest, e servirebbe un lavoro di gruppo, di un gruppo nutrito, eterogeneo quanto a competenze e ben equipaggiato quanto a fondi di ricerca. Io, da sola, sono come un bambino su una spiaggia che raccoglie conchiglie a caso, nella speranza che una volta messe in fila compongano un disegno coerente.

Ecco, il conchiglione in cui inciampo sempre più spesso, una ciprea gigante che ossessivamente si ripresenta, perché del resto è uno dei simboli del nostro tempo, ha la forma e la funzione della batteria dei nostri cellulari, solo che pesa parecchi chili, ci si può stare seduti sopra e alimenta un’automobile. L’auto elettrica sembra essere davvero una bella pista da ballo per la nostra “Venezia della Nuova Era” e per “Genova a stelle e strisce”, almeno a giudicare dalle decine di articoli che ogni mese riempiono le colonne dei giornali di economia e finanza. È un terreno di contesa pre- o post-ideologico, ma comunque potentissimo. Da quello che mi pare di intuire, almeno stando alle mie letture disordinate da totale outsider, siamo ancora lontani dall’aver trovato la tecnologia che seppellisca in maniera definitiva il buon vecchio (ed ecologicamente insostenibile) motore a combustione interna (ICE), che segnò la gloria del fordismo e dell’era del petrolio. Fors’anche questo salto tecnologico al momento solo parziale è uno degli elementi che giocano a favore del prolungamento della fase di “caos sistemico”.

Fra batterie al litio e cobalto, o al litio nichel e manganese, o ancora al litio-ferro-fosfato, la sperimentazione è continua perché pare che nessun tipo superi in modo significativo gli altri per durata, capacità di immagazzinare elettricità e costo. In vetta alla classifica delle vendite c’è ancora ovviamente l’americana Tesla, il cui CEO, Elon Musk, è da poco diventato l’uomo più ricco del mondo, avendo scalzato Jeff Bezos. Se di Steve Jobs si dice che era un visionario, chissà cosa si dirà un giorno di Elon Musk e dei progetti che porta avanti con Neuralink e SpaceX. Ad ogni modo, il primato di Tesla nel settore delle auto elettriche è ora minacciato dall’avanzata cinese, tanto che circa un mese fa Forbes ha gridato alla “Chinese EV Invasion!” I “neoveneziani” sono in effetti piuttosto aggressivi e stanno investendo parecchio in ricerca e sperimentazione. La combinazione litio-cobalto verrà forse abbandonata, ma i cinesi almeno sino a poco fa puntavano al monopolio, o al semi-monopolio, del cobalto, stando a quanto sostiene questo articolo, o anche questo. La storia del cobalto estratto in Congo, con Cina e Svizzera che se ne competono le scorte, ha risvegliato in me memorie ormai remote, quando studiando storia dell’arte cinese lessi degli antichi commerci di cobalto con la Persia e del suo utilizzo per ottenere il meraviglioso blu delle porcellane bicrome di Jindezhen. È una storia che peraltro proverebbe la tesi di Braudel: il mercato è sempre esistito, i traffici internazionali e la globalizzazione pure, è la tendenza al monopolio e la corsa feroce all’accaparramento delle risorse che invece sono tipici del ben più recente regime capitalistico.

E se “Venezia” accentra, il “genovese cosmopolita” quant’altri mai Elon Musk al contrario si espande, al punto da aprire la sua prima Gigafactory fuori dagli Stati Uniti proprio a Shanghai. Un impianto faraonico a dire poco, edificato a ritmi cinesi in meno di 200 giorni lavorativi. Del resto, tanto a Ovest quanto a Est è ormai chiaro quali siano i terreni di gioco su cui ci si aggiudica il primato del prossimo ciclo di accumulazione: internet, AI ed energie rinnovabili. La direzione è ormai tracciata, per quanto i colossi della vecchia industria petrolifera cerchino di tutelare i propri interessi e la loro stessa esistenza mettendo in dubbio l’effettivo apporto green delle nuove tecnologie. Come si sostiene in questo articolo, il settore automobilistico in particolare è bersagliato da fake news che sono “la prima linea di difesa” delle compagnie ancora legate ai combustibili fossili.

Le critiche sarebbero invece più efficaci e meno fake, forse, se anziché prendere di mira le tecnologie in quanto tali, si interrogassero sui fini che l’avanzamento tecnologico sottende: l’obiettivo è la conquista dell’egemonia nel nuovo ciclo, o si punta piuttosto a un vero e proprio cambio di paradigma, all’uscita dal sistema stesso dei cicli? È possibile uscirne? E se sì, come? A queste ultime due domande, temo che né ad Est né ad Ovest si sia in grado di rispondere. Nessuno, invero, lo sa.

In luogo di una conclusione, deposito qui sul finale tre riflessioni connesse a questi ultimi interrogativi. Innanzitutto, direi che dietro alla sete, a dir poco disperata, di nuove tecnologie “verdi” ci sia un’urgenza vera, perfettamente percepita dai vertici governativi, cinesi, americani o europei che siano, la quale resta reale e concreta anche quando produce risposte nulle o quando stati e imprese prendono tempo facendo greenwashing. Penso che la suddetta sete non sia solo smania di una nuova fase di espansione materiale, ma riveli quanto sia necessaria e impellente una trasformazione drastica di interi settori industriali. Bisognerà comunque distinguere le proposte genuinamente ecologiste dai tentativi di tenere in vita a ogni costo un modello malato, o anzi moribondo. In secondo luogo, riprendo il passo del poscritto di Arrighi riguardo all’enorme impasse e al vicolo cieco da cui la nuova potenza egemone, quale che sia, dovrà per forza di cose riuscire a uscire, se vuole preservare se stessa e l’intero sistema-mondo. La contesa fra Cina e Stati Uniti potrebbe essere allora non solo una semplice competizione per il predominio, ma anche la ricerca di una via di uscita per la propria (e altrui) sopravvivenza. Il problema è però che se la competizione perpetua i vecchi schemi sistemici a cui è da sempre avvezza, dall’epoca delle città marinare, sarà arduo sciogliere la matassa che il sistema stesso ha creato e ingarbugliato.

Infine, terzo e ultimo punto, a noi che osserviamo questo gigantesco gioco da fuori, sentendoci minuscoli di fronte alla portata dei processi, non posso che augurare alleanze interne fra i vari rami della disciplina e sodalizi intellettuali “ibridi”, al di fuori della nostra area. A me stessa ad esempio rimprovero di aver imparato troppo tardi parole come: antropocene, tipping point. Di saperne ancora troppo poco di finanza e di politiche industriali, quando dall’altra parte ho passato anni a seguire Wang Hui nel suo lavoro di paziente decostruzione dei concetti di “modernità”, “Cina”, “nazione”, “sviluppo” (e a proposito, fu lui a farmi leggere Arrighi). Non m’interessa fare mea culpa per aver dato spazio alla “sovrastruttura” a scapito della “struttura”, anche perché il rapporto fra i due livelli è meno lineare di quanto non insegni la vulgata economica. Tuttavia, soggettivamente, sento che è ora di spaziare, contaminarsi, deragliare dai binari consueti; non so se e quanto sia condiviso questo bisogno. Spero lo sia, perché la Cina è senza dubbio al centro di un’evoluzione globale che riguarda niente meno che l’umanità tutta e tale processo rischia di restare solo parzialmente intelligibile finché lo si guarda dal pertugio dei nostri saperi frammentati. Andrebbero uniti i puntini delle singole ricerche. Non solo per comprendere meglio la Cina, ma anche, magari, per provare a capire dove sono i freni di questo treno in corsa.

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Di Gaia Perini per Sinosfere*

***Sinosfere è una rivista che si occupa di cultura cinese, intesa come l’universo molteplice e mutevole delle rappresentazioni che, viaggiando storicamente nel tempo e nello spazio, hanno variamente influenzato i particolari modi di vedere, di parlare e di sentire che informano la vita delle società cinese odierne. Creata da un gruppo di studi di storia e cultura cinese, Sinosfere vuole essere – come meglio si chiarisce in altro luogo – una piattaforma volta a esplorare e una discussione sulle dinamiche socio-culturali cinesi indagando su una logica peculiare che il governano.