LA PROBLEMATICA

Secondo l’agenzia ufficiale di statistica National Bureau of Statistics, in Cina i figli dei migranti sono 18 milioni: un numero tutt’altro che attendibile se si considera che le ultime stime riportate dall’Unicef nel 2015 ne calcolavano oltre 34 milioni. Il termine “bambini migranti” (流动儿童 Liudong ertong) si riferisce a quei minori interessati dal fenomeno migratorio il cui luogo di residenza è diverso da quello in cui sono stati censiti nel sistema di registrazione delle famiglie, noto in Cina come hukou (户口). Introdotto ufficialmente nel 1958 e sottoposto a continue fasi di riforma, tale meccanismo di controllo della popolazione classifica i cittadini in base all’area di provenienza e attribuisce loro il diritto di accedere al sistema di welfare e ai servizi pubblici esclusivamente nel territorio in cui vengono registrati. L’hukou è ereditato dai figli dei migranti: non possedendo lo status urbano, dunque, molti di loro vengono rifiutati dalle scuole pubbliche e non possano far altro che iscriversi ad istituti privati per migranti, le cui risorse restano scarse.

IL CONTESTO

I canali educativi che garantiscono un’istruzione di qualità e con essa la possibilità di farsi largo nel competitivo mercato del lavoro cinese sono sempre più ristretti e rimangono riservati ad una fascia ridotta della popolazione, principalmente di origine urbana. Ciò contribuisce ad allargare il divario socio-economico tra i residenti urbani e la popolazione migrante e mina la tanto bramata armonia sociale. L’educazione dei bambini migranti è una tematica saliente su cui si concentra il governo per avviare un nuovo modello di urbanizzazione in grado di combinare sostenibilità economica e ambientale con la dimensione umana della sostenibilità sociale. Il primo piano ufficiale sull’urbanizzazione (National New Type Urban Plan) lanciato nel 2014, sottolinea proprio la necessità di adottare un approccio “people-oriented” (走以人为本 Zouyirenweiben), per favorire l’accesso dei lavoratori migranti ai servizi urbani.

La realizzazione di un’urbanizzazione socialmente sostenibile in Cina dipende anche dalla capacità dello Stato di garantire ai bambini migranti un’istruzione primaria di qualità, che dia loro la possibilità di acquisire i mezzi educativi per compiere una mobilità sociale ed economica ed integrarsi nella realtà urbana.   L’obiettivo di questo elaborato è, dunque, quello di indagare le cause che ancora oggi ostruiscono l’accesso dei figli dei migranti all’istruzione pubblica e quale sia l’azione intrapresa dal governo per migliorare le risorse educative offerte a chi ne rimane escluso.

LA RICERCA

Dopo una breve sezione introduttiva sul processo di urbanizzazione cinese, il primo capitolo fa riferimento alla teoria della “Esclusione Istituzionale” dell’autore Fei Ling Wang, utilizzata per analizzare le barriere legali che dagli anni ’90 hanno limitato l’accesso dei bambini migranti al sistema di istruzione pubblico, obbligandoli a frequentare istituti privati sorti abusivamente. A partire dagli anni 2000, il governo centrale e le amministrazioni locali hanno iniziato a coordinarsi per rilassare il sistema dell’hukou e facilitare l’ingresso dei bambini migranti nelle scuole pubbliche. Anche le scuole per migranti hanno ricevuto sempre più attenzione da parte dello Stato, che nell’ultimo decennio ha provveduto a metterle a norma o chiuderne buona parte per disincentivare le migrazioni nelle già sovraffollate megalopoli. Il graduale abbattimento delle barriere istituzionali, tuttavia, non ha necessariamente portato alla riduzione delle barriere sociali che limitano le opportunità educative dei bambini migranti. Sebbene l’accesso all’educazione dell’obbligo in Cina sia garantita al 90% dei minori, i figli dei migranti rimangono concentrati in istituzioni scolastiche con scarse risorse didattiche e hanno un accesso limitato all’ “educazione di qualità”. Come illustrato nel secondo capitolo, una delle cause è attribuibile alla retorica politica sulla “Qualità”, in cinese素质Suzhi, che provoca la stigmatizzazione dei bambini migranti, percepiti come residenti “meno civilizzati”. Facendo riferimento alla “Teoria dell’assimilazione segmentata”, la sezione spiega anche come l’istruzione di qualità rappresenti un veicolo fondamentale per favorire la mobilità socio-economica, soprattutto in un contesto dove gli ascensori sociali sono in rallentamento e i giovani cinesi tendono a riprodurre le condizioni economiche dei propri genitori.

Nel terzo capitolo viene presentato un caso studio realizzato ad Haining (Zhejiang), una città di terza fascia destinata a diventare parte del cluster Yangzi Rivers Delta super region. Contando circa 800.000 abitanti, essa è una di quelle area urbane con meno di 1 milione di abitanti, che il governo pone al centro dei piani di urbanizzazione. Attraverso un approccio qualitativo basato su interviste e questionari, vengono raccolte testimonianze di un ufficiale del governo, 3 presidi, 8 maestre e 75 studenti, con lo scopo di comparare il sistema educativo pubblico e quello privato nelle scuole per migranti, in termini di procedure di iscrizione, tasse scolastiche, finanziamenti statali, risorse scolastiche e percezione dei bambini sul proprio futuro accademico. Dai dati ricavati in loco, grazie anche alle attività organizzate nelle scuole dal comitato di volontariato della Zhejiang University, si evince che le principali differenze sistemiche tra la scuola pubblica e gli istituti privati per migranti riguardano il costo dell’istruzione e i documenti necessari all’iscrizione. Nelle scuole pubbliche, infatti, i genitori devono raggiungere un punteggio minimo pari a 10 nel New Residents’ Point system, un sistema a punti calcolato in base alle possibilità economiche dei residenti di pagare le tasse, versare contributi assicurativi e permettersi un appartamento. Per quanto riguarda la qualità dell’istruzione, nelle scuole per migranti la preparazione degli insegnanti non viene verificata da un concorso statale e lo stipendio risulta essere la metà di quello guadagnato dai colleghi che lavorano nelle scuole pubbliche. Anche le prospettive future espresse dai bambini variano a seconda del sistema scolastico. Se nella scuola pubblica gli studenti si mostrano motivati a continuare gli studi negli istituti superiori locali; quelli iscritti alle scuole per migranti sono più portati a frequentare scuole professionali, a tornare nelle province d’origine, o iniziare a lavorare.

Nel complesso, la ricerca fornisce un inquadramento su quello che è stato l’approccio del governo dagli anni ’90 ad oggi per migliorare l’integrazione dei figli dei migranti nel sistema educativo. L’obiettivo è quello di dimostrare che sebbene gli sforzi statali siano nettamente aumentati nell’ultimo decennio, ampliare l’accesso dei bambini migranti ad un’istruzione di qualità rimane una sfida fondamentale per ridurre le disuguaglianze e guidare il paese verso un reale processo di sviluppo urbano socialmente sostenibile. La realizzazione di tal proposito risulterebbe, inoltre, pienamente coerente con gli obiettivi dell’ONU per lo sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals), che la Cina si è impegnata a realizzare: proprio il quarto SDG (Quality Education) considera, infatti, l’accesso all’ Educazione di Qualità come una delle mete più urgenti del nostro tempo.

[QUI PER LEGGERE LA TESI INTEGRALE]

Di Gaia Airulo*

*Il primo assaggio di Cina avviene nell’umidissimo agosto 2014, durante un soggiorno-studio presso la East China Normal University di Shanghai; da allora non smette di interessarsi ai continui mutamenti del gigante cinese. Durante la Laurea Triennale, conseguita in Lingue Applicate presso l’Università Lumière Lyon2, sceglie di trascorrere un anno di mobilità internazionale a Pechino, dove frequenta la Beijing International Studies University. È lì che nell’aprile 2017 assiste allo smantellamento di numerose attività abusive nella capitale e al conseguente sfratto di numerosi lavoratori migranti; comincia così a interessarsi al fenomeno delle migrazioni interne. Questa esperienze la spinge a voler comprendere più a fondo le dinamiche politiche, economiche e sociali che animano il paese, per questo si iscrive alla magistrale in Scienze Internazionali dell’Università di Torino e nel novembre 2019 consegue il doppio titolo con la Zhejiang University di Haining. Durante l’estate del 2019 svolge un tirocinio curriculare presso l’ufficio commerciale del Consolato Generale d’Italia a Shanghai. Redattrice per la sezione Asia e Oceania della rivista online MSOI ThePost, attualmente lavora a Bruxelles come tirocinante alla Commissione Europea, DG Research and Innovation (RTD), rigorosamente nel Team China.

**Questa tesi è stata discussa nell’anno accademico 2018/2019 presso l’Università di Torino con il titolo “Socially sustainable urban development? The education of migrant children in urbanizing China. A case study in Haining.”