Il 1978, anno dell’insediamento ufficiale di Deng Xiaoping al potere, è storicamente considerato lo spartiacque tra la Cina maoista la Cina post maoista. Il processo di demaoizzazione avviatosi va così completamente a cambiare la struttura e l’immagine del paese, soprattutto attraverso l’attivazione di un processo di riforme denominato politica della «porta aperta», gaige kaifang 改革开放.

La Cina, aprendo le sue porte, esce così dal lungo isolamento protrattosi e imposto in epoca maoista, intensificando i rapporti con il mondo esterno. All’interno di questa nuova dinamica relazionale si inserisce dunque l’incontro con l’Occidente e le sue molteplici influenze.

L’apertura delle porte della Terra di mezzo ha comportato l’ingresso di nuove tendenze, nuovi valori, nuove influenze ma anche nuovi mezzi fisici che hanno contribuito a veicolarli in maniera attiva e diretta. Tra questi vengono individuati i mezzi mediatici occidentali entrati in Cina a seguito della politica di riforma e apertura, ed in particolare l’attenzione si è volutamente focalizzata sulle riviste di moda, identificate come i principali mezzi di trasmissione di canoni estetici occidentali e, di conseguenza, di un nuovo ideale di bellezza.

Nello specifico questo lavoro di ricerca muove dal desiderio di approfondire la riflessione circa l’influenza esercitata dai canoni estetici femminili proposti dai media occidentali sulle donne cinesi, analizzandone contemporaneamente e approfonditamente cause e attuali conseguenze all’interno di uno specifico spazio storico che parte dall’era maoista giungendo fino ai giorni nostri.

Nel corso della prima parte della ricerca sono stati analizzati i modelli femminili predominanti nei media cinesi in tre distinte epoche: maoista, riformista e attuale; si è potuto concretamente osservare come il concetto di femminilità si sia modificato in maniera accentuata a seguito dell’ingresso di nuovi canoni estetici. Questi si sono insediati e in taluni casi sostituiti a quelli tradizionalmente presenti, comportando così un complesso processo di rielaborazione dell’identità estetica femminile e creando soprattutto nuovi bisogni estetici, oggi soddisfatti mediante il ricorso all’invasiva pratica della chirurgia estetica.

In fase maoista si assiste alla totale mascolinizzazione della donna, ribattezzata iron woman , la quale, privata di ogni traccia di femminilità, veste gli stessi panni dell’uomo e svolge le sue stesse mansioni lavorative. Il processo attivato da Mao aveva la pretesa di autoproclamarsi portatore di parità di genere e libertà alle donne; attraverso l’estrema uguaglianza fisica tra i due sessi si credeva di aver finalmente liberto la donna dall’antica oppressione di genere.

Ma una liberazione che spera di attuarsi attraverso la negazione e cancellazione di specificità e caratteristiche femminili, mascolinizzando la donna, non può in alcun modo proclamarsi liberazione dall’oppressione di genere. Le peculiarità femminili furono totalmente ignorate dalla stampa e dai media dell’epoca: le immagini proposte dalle riviste ponevano infatti l’accento sui luoghi di lavoro, enfatizzando la sfera pubblica e tralasciando totalmente quella domestica privata.

Nell’epoca riformista, a partire dal 1978, si assiste alla trasformazione del ruolo della donna all’interno della società. Una donna che si riappropria della femminilità e che via via mostra i segni dell’influenza esercitata dal modello estetico occidentale su quello cinese e asiatico in generale. La donna cinese «moderna» si trova così ad aderire ad una commistione di elementi standard tradizionali ed occidentali.

Si conclude infine questa parte con l’analisi dell’attuale bellezza femminile cinese, la cosiddetta bellezza globalizzata. Il processo di globalizzazione cinese, conseguente all’apertura delle porte del paese, non ha riguardato solo l’economia del paese, ma anche la cultura e i valori in un complesso quanto affascinante gioco di influenze reciproche. Pertanto la globalizzazione, nelle sue molteplici accezioni, ha comportato la penetrazione in Cina di valori e ideologie fino a quel momento alieni.

Il lavoro di ricerca si è basato principalmente sull’analisi e osservazione di fonti originali, ovvero le copertine della rivista di moda Elle China. Innanzitutto la scelta di questa specifica rivista è giustificata dal fatto che essa è la prima ad entrare in Cina nel 1988, fungendo in qualche modo da apripista per tutte le riviste occidentali a venire. L’analisi attiva del significante e del significato delle copertine ha permesso di osservare il cambiamento nel tempo del modello di bellezza femminile cinese, mostrando altrettanto attivamente come il modello estetico occidentale sia oramai penetrato nel tessuto sociale femminile cinese.

Le copertine di Elle China selezionate coprono un arco temporale che va dal 1988 sino alle soglie del nuovo millennio, ovvero l’anno 2000. Su ben 68 copertine è stata rilevata la quasi totale assenza di volti orientali e l’esclusiva presenza di bellezze occidentali. Risulta così evidente le stimolo visivo offerto, ripetutamente e volutamente proposte alle donne cinesi è quello occidentale. tale bombardamento mediatico perpetrato nel tempo sulle donne cinesi ha contribuito alla creazione di uno stereotipo nelle loro menti. Il sogno di queste donne è quello di un’immagine ideale, di una bellezza assoluta.

I modelli proposti sono infatti perfetti: visi perfetti e fisicità perfetta. Allo stesso tempo si tratta anche di un sogno di successo e potere. Queste sono immagine abilmente costruite, che hanno saputo e sanno tuttora solleticare e stimolare la fantasia della lettrice preservando sempre una dimensione onirica, dunque irrealizzabile, e al tempo stesso rimarcando anche ed insistentemente il fatto di essere reali.

L’osservazione delle fonti originali è poi passata alle copertine di Elle China del 2011, al fine di sottolineare ancora una volta le influenze del modello occidentale su quello. Al contrario di quanto osservato nelle precedenti foto, in questo caso le undici copertine presentano quasi esclusivamente volti orientali. È stato molto interessante notare come i volti qui raffigurati siano in realtà il frutto della diretta influenza del processo di occidentalizzazione: le donne mostrano un atteggiamento marcatamente occidentale, oltre a fattezze del volto evidentemente più occidentali.

Questo ultimo elemento funge da collegamento con la terza parte di questa ricerca, nella quale sono state analizzate le conseguenze del processo di occidentalizzazione, approfondendo così il tema della chirurgia estetica in Cina qui interpretato come una chiara conseguenza del processo di globalizzazione avviatosi a fine anni ottanta e tuttora in atto.

Si assiste così al passaggio della donna-lettrice cinese da una fase di maggior passività (ma, è bene sottolinearlo, una passività ricettiva) ad un’altra, attuale, di maggiore intraprendenza sul piano estetico. La chirurgia estetica fa dunque parte di questo processo di «intraprendenza», attraverso il quale le donne cinesi scelgono consapevolmente di sottoporsi a operazioni chirurgiche al fine di ottenere i tratti caucasici tanto bramati.

Molte donne cinesi desiderano assomigliare alle donne occidentali ad ogni costo, e per tale motivo si sottopongono a svariate tipologie di operazioni estetiche. Le più diffuse risultano essere la blefaroplastica, attraverso la quale viene ingrandito l’occhio realizzando così l’«occidentalizzazione dello sguardo», e la rinoplastica, con la quale si conferisce al naso una forma più affusolata e appuntita, eliminando quella tipica schiacciata orientale.

Attualmente le cliniche di chirurgia estetica stanno proliferando in terra cinese, e in particolare gioca un ruolo fondamentale la Corea. Inizialmente le donne cinesi desiderose di sottoporsi a tali interventi volavano nella vicina Corea, e questo nel tempo ha creato il fenomeno del turismo legato a queste pratiche. La situazione è attualmente cambiata, infatti la Corea si trova ad affrontare la saturazione del proprio mercato, ragion per cui molte delle compagnie cosmetiche coreane negli ultimi anni hanno cominciato a lanciare lo sguardo alla Cina come luogo privilegiato per l’attuale e futura espansione. Nelle maggiori città cinesi le cliniche private coreane di chirurgia estetica si stanno diffondendo sempre più.

Resta però aperto un quesito molto interessante in merito, ovvero se questa possibilità che molte donne cinesi sfruttano per ottenere fattezze «altre» sia interpretabile come segno di libertà decisionale oppure come segno di schiavitù inconsapevole all’ideale estetico occidentale. Optando per questa seconda conclusione il modello eurocentrico di bellezza non sarebbe più interpretabile come proposto ma come più “subdolamente” imposto, e dunque considerabile come una forma di violenza.

Infine questa ricerca desidera aprire una riflessione più ampia sul crescente fenomeno della chirurgia estetica in Cina domandandosi se le alterazioni chirurgiche desiderate e bramate da molte giovani donne cinesi possano in qualche modo riflettere anche la transizione del paese dal comunismo al consumismo.

* Camilla Dina (camilla.dina[at]gmail.com) ha conseguito la laurea magistrale in Comunicazione Interculturale e d’Impresa presso l’università di Urbino “Carlo Bo” con una tesi che analizza il fenomeno dell’influenza dell’ideale estetico occidentale sulla donna cinese e le sue attuali conseguenze, rintracciate nella pratica della chirurgia estetica in Cina. Precedentemente ha conseguito la laurea triennale in lingue e letterature straniere presso l’università di Bologna. È inoltre specializzata nell’insegnamento dell’italiano L2 ad apprendenti sinofoni. Nel corso dell’intero percorso accademico ha focalizzato l’attenzione sullo studio della lingua cinese, delle sue specificità e della cultura di questo paese.

**Questa tesi è stata discussa il 6 luglio 2016 presso l’Università di Urbino “Carlo Bo”. Relatore: prof. Stefano Privato; correlatrice: prof. Barbara Montesi.