Integrazione Socio-Economica: l’Invasione di “Locuste” e le Grandi Opere Infrastrutturali

Dopo le proteste massive del 2003, si diffuse una forte preoccupazione per l’evidente mancanza di patriottismo nella RAS e per l’imminenza di una crisi dell’amministrazione locale. Pechino, che era consapevole del fatto che una crisi avrebbe incrementato il supporto al fronte pro-democratico, diede una svolta alla propria politica nella Regione Speciale, puntando ad un’assimilazione totale di questa in vista del 2047. Siccome la Cina aveva identificato nell’economia la principale sorgente dell’insoddisfazione hongkonghese, l’integrazione fu inizialmente di stampo economico. In seguito, quando la dipendenza economica di Hong Kong dal potere centrale fu comprovata, tentò di incrementare l’assimilazione, anche politica, della Regione, il che portò ad un inasprimento degli scontri con la popolazione, che tuttora non sembrano diminuire.

Un’integrazione di tipo economico è stata messa in pratica appena dopo l’Handover con il pretesto della crisi asiatica, che invertì il flusso degli eventi: Pechino, che tempo prima aveva tratto non pochi benefici dal Porto Profumato, diventò una grande fonte d’aiuto economico per lo stesso (Bush, 2016). Prima tra tutte le misure vi fu il Closer Economic Parterniship Arrangement (CEPA), stipulato nel 2003 fra il Governo Centrale e la HKRAS, ai fini di promuovere nuove vie commerciali con la Cina continentale. Il CEPA si pose quattro diversi obiettivi: liberalizzazione del commercio per mezzo di barriere non tariffarie, che avrebbero agevolato l’importazione nella Cina continentale di merci hongkonghesi; liberalizzazione dei servizi tramite un trattamento preferenziale nei confronti dei fornitori hongkonghesi, che sarebbero entrati nel mercato cinese; riconoscimento reciproco delle qualifiche professionali e, infine, agevolazioni degli investimenti e del commercio per potenziare il business tra le due realtà. Siccome nella Basic Law i rapporti Cina-Hong Kong non sono pienamente regolati da norme, spesso gli interlocutori hanno avuto modo di riempire i vuoti legislativi con nuove metodologie di dialogo intergovernativo. Per esempio, essendo Hong Kong membro del World Trade Organisation (WTO), così come la Cina, entrata nel 2001, si concluse che gli accordi riguardanti il CEPA si sarebbero espressi all’interno di quel framework comunemente accettato nel WTO (trasparenza, negoziazioni, concorrenza).

Il CEPA nasceva di pari passo con il rafforzamento della Hong Kong Guangdong Cooperation Joint Conference (HKGDCJC), apparsa già nel 1998 come collaborazione tra la regione del Guangdong e Hong Kong. Nella rinnovata versione del 2003, essa fu arricchita di meeting, programmati per monitorare l’andamento del progetto; istituti di ricerca come supporto; un comitato d’affari per rafforzare i legami tra le élite di businessmen e, per finire, un Liaison Office ubicato in entrambe le zone per coordinare l’ordinaria amministrazione. Il CEPA portò senz’altro svariati benefici economici alla Regione: si registrò un innalzamento del PIL, da circa 160 miliardi di dollari nel 2003, a oltre 360 miliardi nel 201820; inoltre, secondo i dati del Research Office of the Legislative Council Secretariat (2018) la quota di merce hongkonghese esportata in Cina raggiunse il 54% del totale, mentre la percentuale di esportazione dei servizi, dalla RAS alla RPC, nel 2016, si aggirò attorno al 40%. La RAS, inoltre, dipende fortemente ancora oggi dalla Cina per le forniture di acqua potabile (70- 80%), verdura (90%), suini vivi (95%), bovini (100%), farina (70%) e per l’energia elettrica generata dalla centrale nucleare della baia di Daya, nel Guangdong.

Nell’accordo per il CEPA fu varata una misura riguardante il turismo cosiddetto “individuale”: Individual Visit Scheme (IVS). Questo sistema dava la possibilità ai residenti delle principali città cinesi di visitare Hong Kong senza la necessità di un business visa né di un tour organizzato in gruppo. L’obiettivo era quello di creare più omogeneità tra cinesi e hongkonghesi, separati per quasi un secolo di storia; in secondo piano c’era poi l’intento di risollevare l’economia hongkonghese dopo l’impatto dell’epidemia di SARS registratosi in quell’anno. Effettivamente il numero di turisti cinesi è cresciuto, da allora, di anno in anno: da 6.8 milioni nel 200221 a 65.1 milioni nel 2018, con un trend di crescita attorno al 15%. Mentre l’industria del turismo esultava per i record registrati, la popolazione guardava irrequieta le masse di cinesi “sporchi e privi di buone maniere” che riempivano strade, negozi e alberghi della città. Intervistati da Mark O’Neill alcuni commercianti addirittura affermavano: “diamo il benvenuto al denaro della gente, ma non alla gente”. La società di Hong Kong, continuava il giornalista del periodico economico, era polarizzata e, mi sento di aggiungere, lo è tuttora: chi supporta l’integrazione con la Cina, definendola inevitabile e vantaggiosa, chi invece la critica fortemente, chiamandola appunto “sinizzazione”, termine dispregiativo che accosta il desiderio della RPC di cancellare le specificità della HKRAS, alle imprese tipiche del colonialismo ottocentesco. Secondo questi ultimi, più integrazione si tradurrà con la perdita delle libertà civili, politiche e religiose. Ed è proprio chi sostiene questa linea di pensiero che più volte si è riferito ai turisti cinesi come “locuste”, rappresentandoli come sciami d’insetti affamati, i quali avrebbero divorato la Hong Kong che i locali avevano plasmato negli anni.

“Locuste”, tuttavia, non erano solamente i visitatori occasionali, bensì anche i migranti che, dalla Cina continentale, si spostavano nella più florida ed efficiente Hong Kong. Il meccanismo delle immigrazioni fu innescato, a partire dal 1997, con l’assegnazione di 150 one-way permit al giorno, che consentivano a tal numero di cinesi (solitamente mogli e figli di residenti nella RAS) di trasferirsi a loro volta. Con le leggi vigenti nell’ex colonia britannica, dopo sette anni è possibile richiedere la residenza permanente, di conseguenza si può accedere al welfare e ai servizi sociali offerti dalla RAS. La questione è chiaramente gestita da un ufficio cinese, il Public Security Bureau, senza che a Hong Kong venga lasciato alcun potere decisionale. Secondo le statistiche del governo, dal 2003 al 2014 sono arrivati circa 828 mila cinesi, che costituiscono l’11% della popolazione totale. Hong Kong, senza dubbio, è sempre stato luogo di migrazioni, soprattutto dalla Cina, eppure i migranti post-Handover hanno un significato tutto politico per la Regione, essi sono perlopiù apolitici o passivi sostenitori del PCC, semplicemente perché “è l’unica cultura che abbiano mai conosciuto”. A rendere ancora più intollerabile ai locali l’invasione di cinesi vi era la smisurata quantità di donne che dalla RPC sceglievano di partorire a Hong Kong, di modo che, al neonato, secondo la legge rimasta in vigore fino al 2012, fosse assegnata la cittadinanza hongkonghese pur non avendo genitori del luogo. Il numero di bambini hongkonghesi nati da genitori con altra cittadinanza, infatti, crebbe sproporzionatamente da 620 nel 2001 a 35.736 nel 2011.

La paura dei locali era che l’ondata di nuovi residenti avrebbe prosciugato le risorse della RAS, reso Hong Kong una città sovrappopolata e subordinata alle necessità del PCC. Ciò che fu certo sin da subito, in ogni caso, fu l’innalzamento della bolla immobiliare con un consecutivo incremento senza precedenti dei prezzi degli immobili. Un taxista, intervistato dal Global Times, raccontò che lo stipendio che percepiva negli anni ’80 (6000 HK$ al mese, ovvero 700€ circa), gli fu sufficiente per comprare una casa di 40 m2 a 220,000 HK$; il figlio trentatreenne, dichiarò ancora il taxista, con uno stipendio di 40.000 HK$ al mese, ancora non si era potuto permettere una casa. Il problema abitativo rimane purtroppo ancora irrisolto, nonostante sia sistematicamente inserito nell’agenda politica di ogni candidato al ruolo di CE. Oltre ai problemi riscontrabili in tutto il mondo, dovuti alla globalizzazione e all’aumento della qualità della vita, che spinge famiglie ricche e investitori a fare degli immobili una riserva di valore, alcune caratteristiche di Hong Kong ne aggravano il problema. La mancanza di terreno edificabile è senz’altro una di queste, le cattive politiche economiche del governo sono un’altra ricorrenza nell’amministrazione della RAS. Il problema si riscontra nella disparità tra i proprietari delle abitazioni private, che possono giovare dell’aumento del valore delle stesse, e gli affittuari delle case popolari, che hanno una mobilità, per loro stessi e i propri figli di gran lunga ristretta (trovandosi questi ultimi intrappolati in minuscoli appartamenti lontani dalle scuole più prestigiose e da buone opportunità lavorative). I disagi percepiti dai locali relativi “all’invasione” di cinesi sono incrementati con l’inaugurazione dell’Express Rail Link tra Guangzhou–Shenzhen–Hong Kong e l’apertura del ponte di collegamento tra Hong Kong-Zhuhai-Macao. Entrambi enormi progetti infrastrutturali portati avanti da Pechino nonostante le numerose critiche giunte da Hong Kong, che li definivano “enormemente costosi, non necessari e indesiderati”.

L’inaugurazione, il 22 settembre del 2018, della rete ferroviaria che collega Hong Kong a Shenzhen in 14 minuti ha avuto luogo fra i tanti timori in merito alla preservazione dell’indipendenza del potere giudiziario. Secondo una legge passata nel giugno dello stesso anno, infatti, le forze di polizia cinesi potranno applicare le leggi del diritto civile e penale della RPC sia sui treni che al capolinea della RAS. Mentre per i sostenitori del progetto si tratterebbe di un’agevolazione per i passeggeri, che potrebbero sostenere in unico edificio i controlli in uscita dalla RAS e in entrata nella RPC (e viceversa), per gli esponenti pro-democratici e gran parte dei giuristi si incorrerebbe in una violazione dell’Art. 18 della Basic Law. L’Articolo, infatti, prevede l’applicazione nella RAS delle leggi provenienti dalle seguenti fonti: la stessa Basic Law, il LegCo e le Lettere Patenti dell’epoca coloniale (l’elenco di leggi di questo tipo è esposto nell’Art. 8). Le leggi della Repubblica Popolare, escluse poche eccezioni23, non sono valide per Hong Kong. Eppure, il progetto, come osserva Kong (2017), è diventato il “cavallo di Troia” del Partito Comunista, che potrà così gradualmente inserire la legge della RPC nella RAS. Piuttosto criticato fu anche l’aspetto economico: il progetto venne a costare 86,4 miliardi di dollari di Hong Kong (quasi 10 miliardi di euro), oltre 20 miliardi di HK$ in più rispetto alle stime iniziali. Visto il costo estremamente elevato, ci si è interrogati a lungo circa l’efficienza e l’effettiva necessità del progetto; pare infatti che, la maggior parte delle città collegate dalla nuova ferrovia possiedano già un aeroporto e che sarebbe dunque più sensato in termini economici e di tempo24 spostarsi con l’aereo piuttosto che con il treno. Inoltre, come lamentano alcuni residenti delle aree circostanti i cantieri, i potenziali danni ambientali non sono indifferenti: si registrano infiltrazioni e crepe causate dalle vibrazioni; per non parlare della popolazione d’interi villaggi trasferiti in altre zone di Hong Kong a causa dei lavori.

Poco dopo l’apertura della ferrovia, fu il turno del ponte che collega Hong Kong e Macao, altra Regione Amministrativa Speciale, alla città cinese di Zhuhai. Inaugurato il 23 ottobre 2018, è il ponte sul mare più lungo al mondo (55 km) ed ha un valore di 17 miliardi di euro. Esso permette di raggiungere Zhuhai dall’aeroporto di Hong Kong in soli 45 minuti (prima erano necessarie 2 ore e mezza in treno e un’ora e mezza con il traghetto). È interessante l’analisi di alcuni particolari, come fa notare Pieranni (2018), quali la guida a destra, dalla parte della Cina (a Hong Kong si guida a sinistra) o la presenza di cosiddette telecamere “anti sbadiglio” che rilevano eventuali segni di stanchezza dei conducenti (o più semplicemente, che raccolgono dati sui passeggeri per implementare le tecniche di riconoscimento facciale della RPC). Ulteriormente paradossale è il fatto che i cittadini di Hong Kong, le cui tasse hanno contribuito notevolmente alla realizzazione dell’opera, hanno bisogno di permessi speciali per attraversare il ponte. Molto

controverso, più del costo economico della struttura, è quello umano: pare infatti che 10 operai siano morti duranti la costruzione e più di 600 siano stati feriti a partire dal 2010, anno di inizio dei lavori. Non sono mancati poi i casi di corruzione legati allo staff incaricato dei controlli e gli scandali ambientali, soprattutto nell’area di Lantau Island (Leung, 2018). Intento primario della Cina, che poco si è curata delle critiche, era quello di mostrare la propria grandezza in fatto di opere architettoniche e urbane; in secondo luogo, questo progetto, tanto quanto il precedente, mira alla costituzione di una Silicon Valley con “caratteristiche cinesi”: l’Area della Grande Baia, che comprenderà Guangdong-Hong Kong-Macao.

Il progetto per la suddetta Area ha subito una forte spinta nel 2018 dopo che, a seguito del completamento del ponte, centinaia di migliaia di turisti si sono riversati nella RAS in un solo weekend, creando malcontento tra i localisti più radicali. L’opera della Grande Baia è stata pensata con una triplice finalità: ingraziarsi una parte della popolazione (quella che guarda con più interesse all’economia) per soffocare i sentimenti anti-Pechino, “ingolosire” Taiwan usando Hong Kong e Macao come esche, e infine, accelerare il processo di assimilazione della periferia cinese, Taipei compresa, con le nove principali città dell’Area: Shenzhen, Zhuhai, Dongguan, Huizhou, Guangzhou, Zhaoqing, Foshan, Zhongshan e Jiangmen. Secondo il PCC, infatti, il progetto consentirà “ai compatrioti di Hong Kong e Macao di condividere con il popolo della madrepatria la responsabilità storica di un rinvigorimento della nazione e l’orgoglio per una patria forte e prospera.”25 Per favorire un’integrazione anche di tipo sociale, questo progetto è stato affiancato dalla concessione di permessi di soggiorno e sussidi per la pensione ai residenti di Hong Kong, Macao e Taiwan che intendono lavorare e vivere in Cina continentale. Effettivamente, da 155 mila nel 2009, sono oggi circa 500 mila gli hongkonghesi che hanno deciso di lasciare Hong Kong, attratti dai prezzi più abbordabili del mercato immobiliare cinese. Il potenziale dell’Area è perciò piuttosto concreto: si stima che nel 2030 la Grande Baia avrà un output economico pari a 3.6 mila miliardi. L’agglomerato potrebbe così competere con i grandi centri tecnologici stranieri e sostenere il piano Made in China 2025.

In conclusione, pare che le politiche d’integrazione economica messe in atto dal Governo Centrale abbiano, da un lato, consolidato l’ultra-conservatorismo dell’élite di businessmen e “big capitalists”, i quali identificano le riforme dei pan-democratici con un certo grado di destabilizzazione (che non gioverebbe agli affari), dall’altro hanno indebolito il potere negoziale di quella stessa opposizione la quale, all’aumentare della dipendenza di Hong Kong dal gigante cinese, si scontra con una minore predisposizione di Pechino al compromesso. In altre parole, la Cina è sempre meno incentivata a mantenere l’autonomia nella RAS, perché, di fatto, essa non gli è più indispensabile.

Integrazione Culturale: il Cantonese, l’Educazione Patriottica e i Limiti dei Media

“Se si vuole uccidere una città, basta ucciderne la lingua”, esordiva così Claudia Mo, membro del LegCo, intervistata dal reporter di The Vox Borders27. L’identità hongkonghese, infatti, poggia in gran parte sulla lingua locale, il cinese cantonese, che viene parlato anche nel sud della Cina e in alcuni paesi del sud-est asiatico come minoranza linguistica. Effettivamente, non sapendo il cantonese, cogliere i bisogni e le insoddisfazioni della gente risulta estremamente difficile per i funzionari del Governo Centrale, affermava Rita Fan Hsu Lai-tai (unico membro hongkonghese del National People’s Congress di Pechino) (Wong, 2016). Ciononostante, pare che il cinese mandarino stia diventando nella RAS la lingua dei media, della finanza, del commercio, dell’educazione e ancor di più del turismo. I dati a riguardo sono piuttosto significativi: se nel 1996 i residenti di Hong Kong che parlavano mandarino come prima lingua erano 65.892, nel 2016, le cifre salivano a 131.406, con un incremento del 99,4% (Bielicki, 2019). E sono di fatto gli stessi dati che incoraggiano un numero sempre maggiore di genitori a iscrivere i figli in scuole “cinesi” (il 70% del totale): credono che il mandarino sia una lingua più utile, in grado di offrire maggiori opportunità lavorative (White, 2017). Tuttavia, un incremento nell’uso della lingua nazionale non corrisponde necessariamente alla progressiva perdita del cantonese.

Secondo i dati riportati da The Diplomat, infatti, dal 1996 ad oggi la percentuale di popolazione che parla Cantonese è leggermente cresciuta, da 88,7% a 88,9%. A detta di Bielicki (2019), appunto, quando nel 2047 tutte le barriere fisiche e diplomatiche tra la Cina e Hong Kong spariranno, la lingua rimarrà una  netta  barriera  contro  l’assimilazione. Oltre alla dimensione linguistica, il processo di “sinizzazione” si realizza anche nella sfera educativa: la scuola è, a parere del Governo Centrale, un luogo potenzialmente utile ad assimilare Hong Kong alla cultura della Repubblica Popolare. Gli interventi in questo campo, però, si svolgono con difficoltà: i giovani, infatti, essendo più anticinesi rispetto alle generazioni passate, necessitano di essere “istruiti nella maniera migliore possibile”, concordano i quadri del PCC. Molta pressione viene fatta, di conseguenza, sui Consigli universitari per fare in modo che essi rivestano un ruolo di supporto per il governo locale e Centrale. Il progetto di Educazione Morale e Nazionale lanciato nel 2012 rientrava proprio in questo piano, nonostante poi la grande partecipazione alle manifestazioni di protesta abbia portato a ritirare la proposta di legge. Essa, tuttavia, aleggia ancora nell’aria, pronta ad essere riproposta dai funzionari del governo. Lo stesso ministro dell’educazione cinese, Chen Baosheng, durante un meeting a Pechino nell’estate del 2017, aveva avvisato Carrie Lam, la Chief Executive, del bisogno di approfondire lo studio scolastico della costituzione cinese, della Basic Law e della storia della Cina. Quest’ultima aveva replicato riconoscendo l’importanza di sviluppare una “consapevolezza nazionale” in ambito scolastico, ma rimanendo comunque cauta, memore delle proteste del 2012.

Più recentemente, alla luce della contestazione contro la Legge di Estradizione, alcuni membri del Chinese People’s Political Consultative Conference, hanno espresso l’urgenza di “curare la malattia del separatismo” che sta dilagando tra i giovani hongkonghesi. Essi propongono nuovamente l’introduzione di un piano per l’Educazione Patriottica, che possa stimolare i ragazzi a percepire il loro legame con la Cina continentale. Sull’altro fronte, quello pro- democratico, la resistenza al lavaggio del cervello, come lo definiva Joshua Wong, continua: un membro del Democratic Party ha fondato un gruppo con lo scopo d’individuare materiale scolastico contenente elementi eccessivamente patriottici. Sono stati infatti criticati numerosi materiali esplicativi riguardanti la Basic Law e destinati alla scuola primaria e secondaria, così come alcune linee guida per gli Studi Umanistici che non paiono stimolare il pensiero critico. L’Education Bureau si difende affermando che “le linee guida e i materiali sono solamente dei punti di partenza che gli insegnanti potranno integrare per giungere ad una versione più inclusiva delle diverse opinioni”.

Come è noto, anche i media hanno un ruolo determinante nella formazione culturale di ogni individuo. E sono proprio i media hongkonghesi, ultimamente, ad essere considerati colpevoli, dai giornalisti stessi e dal pubblico, di autocensura, mettendo così a rischio la tenuta della libera informazione. I passaggi di proprietà degli organi di stampa generano spesso apprensione nella comunità; per questo motivo, una loro analisi, rappresenta un ottimo strumento per misurare il grado di interferenza della Cina nella RAS (Bush, 2016). Guardando ai mezzi di informazione hongkonghesi è visibile una netta linea di divisione tra quelli favorevoli al PCC da un lato e quelli in supporto ai pro-democratici dall’altro. Tra questi ultimi ci sono i quotidiani come Apple Daily, espressamente anticinese, Ming Pao e South China Morning Post, acquistato dall’Alibaba Group nel 2016. Il passaggio di proprietà alimentò varie preoccupazioni, in primo luogo legate allo stretto rapporto tra il suddetto gruppo e il Partito Comunista, in secondo, a seguito delle dichiarazioni di Jospeh Tsai, Vicepresidente del Consiglio di Amministrazione, che esplicitava l’intento di rendere il SCMP un mezzo di informazione globale, il quale si sarebbe preso l’onere di “restituire un’immagine migliore della Cina nel mondo”. Aggiungeva poi, a voler placare il dissenso, che intendeva mantenere la fiducia dei lettori conservando uno stile narrativo imparziale, equilibrato, e soprattutto lasciando potere decisionale ai giornalisti riguardo la politica editoriale e la copertura degli eventi. Effettivamente, ad oggi, si leggono quotidianamente critiche a tutti gli esponenti del governo: dalla base al suo vertice. Altri mezzi efficaci per contrastare la forte interferenza cinese sono i vari giornali online indipendenti come Hong Kong Free Press, Citizen News, The Initium e in Media.

Tornando invece all’altro lato dello spettro, giornali come Wen Wei Po, Ta Kung Pao e China Daily, sono alcuni esempi di informazione pro-Pechino, in quanto fanno capo al Liaison Office of the Central People’s Government. Il Liaison Office, di cui si parlerà più nel dettaglio nel paragrafo successivo, è il più grande proprietario di distributori e rivenditori di libri a Hong Kong: possiede 51 librerie e ha acquisito nelle proprie mani l’80% della quota di mercato relativa all’informazione. Questa questione è stata sollevata più volte dai critici della “sinizzazione”, i quali si appellano all’Art. 22 della Basic Law, che vieta l’interferenza di qualsiasi organo della Repubblica Popolare negli affari hongkonghesi. A rendere più concrete le critiche sul tema, fu un reportage pubblicato dall’Apple Daily nel 2015, che mostrò come il Liaison Office, spesso utilizzando delle società fantasma, controllasse il 100% delle pubblicazioni delle tre principali catene di librerie a Hong Kong: Commercial Press, Joint Publishing e Chung Wa. Tutte e tre controllate interamente dal Sino United Publishing (SUP), gruppo editoriale con sede a Hong Kong. Lee Cho-jat, il Presidente Onorario del SUP, aveva precedentemente negato la gestione diretta del SUP da parte del Liaison Office, rigettando anche ogni accusa sulla presunta missione politica che, secondo i democratici, si sarebbe celata dietro il controllo delle librerie.

Il discorso sulla libertà d’espressione si estende ovviamente anche oltre i giornali. Come raccontava Ilaria Maria Sala per The Guardian (2015), ad una prima occhiata, sembra che ad Hong Kong non venga esercitata alcuna censura. Eppure, l’interferenza cinese si sta insinuando a poco a poco nell’ex colonia britannica attraverso una fitta rete di autocensura (spesso si evita di scrivere a proposito di temi che la Cina definirebbe troppo sensibili o ne si attenuano i toni) e sottile censura, sommate al controllo economico sulle librerie e gli organi di informazione.

L’apparente libertà di stampa è visibile entrando nelle librerie hongkonghesi e soffermandosi sui vari titoli inerenti al Movimento degli Ombrelli e alle varie proteste susseguitesi nella storia della HKRAS. Tuttavia, dopo uno sguardo più attento, si nota come quelli più in vista siano libri critici di quegli eventi. Ciononostante, era pratica piuttosto diffusa, fino a quattro o cinque anni fa, quella della vendita di “Jinshu Books” (libri proibiti) e riviste contenenti biografie di quadri del Partito (di discutibile attendibilità) in una sezione nascosta delle librerie di Hong Kong, tra le quali la più famosa, chiamata ironicamente People’s Recreation Community. Con l’aumentare delle vendite ai turisti cinesi (nel 2013 rappresentavano il 90% del totale), che si mostravano sempre più interessati al prodotto, la compravendita dei libri sgraditi al Partito iniziò a destare non pochi sospetti tra le autorità della RPC, che iniziarono ad irrigidire i controlli alla dogana e a requisire un gran numero di scritti di dubbia provenienza. Controlli che, per altro, avvenivano nella più totale arbitrarietà, vista la mancanza di una lista ufficiale dei libri vietati. Problema che si verifica tuttora, rappresentando serio pericolo per tutti i probabili contravventori. Sul tema degli arresti, che siano arbitrari o conformi alla legge della RPC, interviene Bush (2016) sottolineando la dimensione anche geografica della restrizione della libertà di stampa: se la RPC non può perseguire chi, da Hong Kong, supporta i dissidenti in Cina, o pubblica informazioni contro il Partito Comunista, non appena il confine della Cina continentale viene varcato, l’arresto è più che probabile (come accaduto nel caso di Yiu Man-tin). “Le cose sono cambiate radicalmente negli ultimi anni”, afferma Wong, proprietario della libreria Greenfield, “da quando Xi Jinping ha preso il potere, ciò che era tollerato prima non viene più tollerato né in Cina né ad Hong Kong”.

In effetti, se fino a qualche anno fa i tentativi di erosione della libertà d’espressione venivano occultati, ultimamente si manifestano in maniera piuttosto evidente, basti pensare agli innumerevoli scontri avvenuti tra il corpo di polizia e i giornalisti durante le manifestazioni contro la Legge di Estradizione. Secondo l’Associazione dei Giornalisti di Hong Kong, infatti, la loro libertà di azione è ai minimi storici: durante le proteste si sono verificati diversi casi di violenza contro i reporter, sia da parte della polizia che da parte dei manifestanti più radicali. Questo, sostiene l’Associazione, “limiterà realmente la libertà dei giornalisti di denunciare i fatti, oltre che il diritto della gente di venire a conoscenza degli stessi”. A supporto di queste dichiarazioni vi è lo studio di “Reporter senza frontiere”, un gruppo di monitoraggio parigino, che ha registrato nel tempo l’indebolimento della libertà di stampa nella HKRAS: su 180 paesi e regioni, Hong Kong era 58esimo in classifica nel 2013, 70esimo nel 2015, e attualmente, nel 2019, si trova in 73esima posizione. L’ultimo episodio significativo, che ha sicuramente influenzato l’esito dello studio, si è verificato nell’ottobre del 2018 con il rifiuto di rinnovare il visto di lavoro al direttore del Financial Times Asia, Victor Mallet. Il mese successivo tentò di entrare a Hong Kong con un visto turistico ma neanche quello gli fu concesso. Mallet fu dichiarato colpevole di aver tenuto un evento, ad agosto dello stesso anno, presso il Hong Kong’s Foreign Correspondent Club a cui aveva preso parte Andy Chan, leader del Hong Kong National Party, inviso a Pechino. Risulta chiaro, dunque, come la Cina stia cercando di far convergere i media, l’educazione e persino la cultura locale (veicolata dalla lingua) verso di sé, per offrire agli hongkonghesi l’immagine positiva di una Cina prospera e ricca di cultura e tradizioni. Resta da provare se questa visione quasi mitologica della Madrepatria verrà imposta con la forza ai cittadini di Hong Kong o se la cultura nazionale verrà passivamente assimilata dalla cultura locale, che perderà le proprie specificità.

Integrazione Politica: Organismi di Controllo della RPC e Minacce al Sistema Giudiziario

L’integrazione di Hong Kong nei meccanismi politici della Repubblica Popolare è, senz’altro, l’aspetto più complesso della strategia cinese. Essa viene portata avanti, in primo luogo, dai diversi organi di controllo che, fisicamente, sono stati inseriti a Hong Kong dopo l’Handover o che, dalla RPC, interferiscono con il funzionamento del regime. È questo il caso dello State Council Hong Kong and Macau Affairs Office, che coadiuva il Primo Ministro cinese nella gestione degli affari di Hong Kong e Macao. Le sue funzioni principali sono: il coordinamento tra i vari dipartimenti della Cina continentale e le RAS, il mantenimento dei contatti con il Chief Executive e il governo di Hong Kong e Macao, l’incentivazione e il coordinamento degli scambi in ambito economico, scientifico, tecnologico, educativo e culturale; la gestione delle esportazioni dalle aziende cinesi alle RAS e, infine, la promozione delle norme della Basic Law, oltreché dei principi e delle politiche del Governo Centrale inerenti Hong Kong e Macao30. Ad essere invece fisso sul territorio hongkonghese è il Liaison Office, a cui si è fatto riferimento per la questione dei media. Esso è stato inserito nella HKRAS a sostituire la New China News Agency, dell’epoca coloniale. Il compito dell’ufficio sarebbe quello di facilitare l’interazione, fungere da ponte tra la Cina continentale e la comunità di Hong Kong. Ha, inoltre, un ruolo fondamentale nella selezione dei delegati hongkonghesi da inviare al National People’s Congress e al Chinese People’s Political Consultative Conference. Questo organo è diventato in realtà un punto chiave per fare pressione sulla comunità locale, ai fini di ottenere consenso. Altro elemento di contatto con la RPC è l’Office of the Commissioner of the Ministry of Foreign Affairs che, come richiesto dall’Art. 13 della Basic Law, si occupa delle questioni diplomatiche. Tra le principali funzioni vi sono: la gestione della partecipazione della HKRAS nelle organizzazioni internazionali, l’implementazione dei trattati internazionali e la conclusione di accordi bilaterali.

La presenza più discutibile sul suolo hongkonghese è, infine, quella di una guarnigione di 4000 soldati dell’Esercito Popolare di Liberazione come simbolo dell’esercizio della sovranità della Repubblica Popolare. Scopo dell’Esercito, comunque, non è quello di interferire nelle questioni locali a meno che, come previsto dall’Art. 14 della Basic Law, il governo della RAS non faccia richiesta di supporto, per il mantenimento dell’ordine pubblico o in caso di catastrofi. Questa lunga serie di organi offre risorse quali intelligence, contatti con la comunità locale, costituisce mezzo di pressione verso la comunità e genera feedback in merito al processo di decision-making, in favore del Central Coordination Group on Hong Kong and Macao Works, istituito dopo le manifestazioni contro la Legge per la Sicurezza Nazionale. L’assetto stesso della Regione, inoltre, permette alla Cina d’interferire su più fronti negli affari di  Hong Kong. Il funzionamento di esso è regolato dalla Basic Law, la mini-costituzione che riflette l’intento di enfatizzare la dimensione del “One Country” nella RAS, ancora prima di riservarle l’autonomia necessaria in virtù dei “Two Systems”. Come spiegato nel primo capitolo, il potere esecutivo prevale fortemente su quello legislativo: detentore del primo è un singolo cittadino, il Chief Executive, il quale viene eletto da una cerchia molto ristretta di individui (a maggioranza filogovernativa) e, per di più, in nome di un sentimento patriottico. In altri termini, egli è sistematicamente un membro dell’élite di businessmen, notabili o esponenti di associazioni legate alla Repubblica Popolare, che ha tutti gli interessi a tenere i pro- democratici (e di conseguenza anche le proposte di riforme più significative) lontano dal palazzo del governo. Da ricordare, infine, che il Governo Centrale detiene il potere di veto sulla formazione dell’esecutivo: di fatto potrebbe rifiutare i funzionari (e lo stesso CE) proposti dalla RAS. L’organo legislativo, dall’altro lato, sebbene si costituisca in parte per elezione diretta, consta, come già detto, di limitazioni atte a evitare la preminenza dell’opposizione nel processo di decision-making (e.g. split voting).

Inoltre, la RPC ha un margine d’intervento piuttosto elevato nella promulgazione delle leggi nella Regione: il NPCSC può incrementare il numero di leggi cinesi vigenti nella RAS, semplicemente iscrivendole nella già citata sezione della Basic Law (Annex III). Allo stesso tempo, il Governo Centrale ha il potere di invalidare qualsivoglia legge emessa dal LegCo, nel caso in cui questa sia incompatibile con le disposizioni della Basic Law circa i rapporti tra autorità locale e RPC o le prerogative del Governo Centrale (Yep, 2009). L’arma principale nelle mani della RPC, tuttavia, è il suo potere sugli emendamenti e sull’interpretazione della Basic Law. Entrambi permettono di ridefinire la libertà d’azione della RAS. Tuttavia, se le procedure di emendamento sono lunghe e rigorose, commenta il Prof. Yep, l’interpretazione delle leggi costituzionali sortisce lo stesso effetto e la procedura annessa risulta decisamente meno problematica. Il primo esempio di azione di questo tipo si verificò il 29 gennaio 1999, quando il NPCSC pronunciò il proprio giudizio sul diritto di residenza. La questione era nata con l’emissione, da parte della Hong Kong Court of Final Appeal (CFA), di un precedente giudiziario che, sulla base del principio di uguaglianza, concedeva il diritto di residenza per i bambini (indipendentemente dal luogo di nascita), con genitori hongkonghesi. Lo stesso principio venne poi esteso ai figli dei genitori cinesi cui era stato concesso il diritto di residenza nel corso della loro vita.

Il governo della RAS contrastò fortemente questa decisione, preoccupato di vanificare gli sforzi passati della comunità hongkonghese, che aveva fatto del “Porto Profumato” un centro economico- finanziario di riferimento sia per l’Oriente che per l’Occidente. L’amministrazione, per questo motivo, era decisa ad evitare l’attuazione della disposizione emessa dalla CFA ad ogni costo, anche richiedendo l’intervento del NPCSC. Per fare in modo che non venisse percepita dalla popolazione come mera manovra amministrativa, il governo tentò di convincere gli hongkonghesi dell’appropriatezza della decisione, producendo statistiche che avrebbero aiutato a quantificare gli effetti dell’ondata di migranti. Regina Ip, Secretary for Security, aveva dichiarato che la sentenza della CFA avrebbe aperto le porte a 1.67 milioni di migranti dalla Cina continentale, minando la qualità dei servizi (soprattutto istruzione e sanità), peggiorando la situazione lavorativa e abitativa, oltreché l’inquinamento. Il tentativo andò a buon fine, tanto che, dopo la pubblicazione di dati allarmanti sul futuro degrado di Hong Kong, l’80% delle persone intervistate in un sondaggio telefonico, condotto dalla Chinese University of Hong Kong, si dichiarò contraria alla decisione della CFA. Fu così deciso, infine, di richiedere l’interpretazione degli Art. 22(4) e 24(2)(3) della Basic Law. Il verdetto finale, in contrasto con la delibera della CFA, si impose su di essa, rappresentando un precedente piuttosto pericoloso per l’autonomia del potere giudiziario nella RAS. Secondo l’Art. 158 della Basic Law, infatti, la CFA prima di pronunciare la decisione finale, deve attendere l’interpretazione del NPCSC, ma solo in due casi: se si tratta di leggi inerenti al rapporto tra Cina-Hong Kong oppure se la legge in questione rientra tra le prerogative del Governo Centrale. Il diritto di residenza era chiaramente fuori da queste categorie.

Va dunque riconosciuta l’importanza di questo evento, che caratterizzò il fallimento del ruolo del governo come “guardiano dell’autonomia del potere giudiziario”. Autonomia che fu sacrificata dai governatori per pura opportunità politica. Inoltre, se da un lato la strategia del governo della RAS ebbe successo nel preservare la prosperità della Regione, dall’altro, invece, contribuì ad allargare il cleavage tra i membri delle due comunità: quella hongkonghese e quella cinese, vista come “estranea”, minacciosa. Come afferma Benny Tai, dal gennaio 1999 è cambiato il modo di agire della CFA: si presentò la necessità di fissare delle priorità sui compiti dell’organo. Fu chiaro che, per proteggere l’alto grado di autonomia della HKRAS e promuovere il rispetto dei diritti umani per i suoi cittadini, era imprescindibile mantenere viva l’indipendenza e l’autorità giuridica, prerogative dello stato diritto. La priorità assoluta divenne, quindi, la difesa dello stato di diritto contro il suo peggior nemico: un’altra interpretazione del NPCSC. La nuova strategia spiegherebbe il motivo per cui, in alcune occasioni, la CFA si è mostrata disposta a tutto, compresa una restrizione dei diritti umani, pur di evitare un ulteriore intervento del Governo Centrale. Effettivamente la CFA ha, per lungo tempo, mostrato un’ottima capacità di resistenza e resilienza ai cambiamenti nell’ordine costituzionale della RAS. Non è tuttavia certo che lo possa fare ancora a lungo.

Diciassette anni dopo, nel 2016, un altro fatto scosse la RAS in modo particolare: l’epilogo del Movimento degli Ombrelli aveva incrementato i sentimenti localisti, tanto che alcuni sostenitori di questa corrente furono eletti nel LegCo, come Yau Wai-ching e Baggio Leung, membri del partito Youngspiration. Entrambi pronunciarono il giuramento di rito in forma provocatoria, riferendosi alla Cina con l’appellativo “Cheena”33, atto che costò loro l’esclusione dal parlamento. Il governo, infatti, richiese alla corte di esprimere una sentenza per chiarire che il presidente del LegCo non avrebbe potuto autorizzare i due deputati ad esprimere nuovamente il loro giuramento, a causa della mancata promessa di fedeltà al Governo Centrale. Inoltre, chiese al NPCSC di interpretare l’Art. 104 della Basic Law che regola, appunto, il conferimento delle cariche politiche nella RAS. Il Governo Centrale si espresse il 7 novembre 2016, ribadendo l’assoluta intransigenza sulle procedure del giuramento. Il deputato, secondo quanto riportato, deve “pronunciare il giuramento in modo corretto, sia per la forma che per il contenuto, egli deve giurare in modo sincero e solenne, leggere in maniera accurata e completa”. Inoltre, continua il documento, il deputato sarà prontamente squalificato nel caso in cui si rifiuti di esprimere il giuramento o, intenzionalmente, ne alteri forma o contenuto. Infine, a supportare la posizione del governo della RAS, l’opzione di dare un’altra possibilità ai deputati per ripetere la formula fu rifiutata.15 Nuovamente, il potere giudiziario è stato scalvato dal governo locale prima (che ha chiesto l’intervento del NPCSC, compito che spetterebbe alla corte), e dal Governo Centrale poi, che ha nuovamente interferito negli affari interni della RAS. L’interpretazione del NPCSC creò un altro precedente politico, piuttosto allarmante: qualsiasi deputato del LegCo avrebbe potuto essere privato della propria carica nel caso in cui venisse giudicato poco rispettoso nei confronti del Governo Centrale. Questa vicenda ha dimostrato la rapidità della RPC nel rispondere qualora si senta minacciata nella sicurezza o umiliata nell’orgoglio nazionale.

Poco meno di un anno dopo, nel luglio 2017, Leung Kwok-hung, Edward Yiu, Nathan Law e Liu Shiu Lai, altri quattro membri del Youngspiration, furono squalificati dal LegCo dopo la sentenza della Corte Suprema, sempre a causa del comportamento tenuto durante il giuramento. Una notizia che ha “riportato dignità al Legislative Council”, affermò Priscilla Leung Mei-fun, avvocatessa e deputata del LegCo, che così come gli esponenti dei partiti pro-Pechino, si rallegrava dell’esclusione dei sei esponenti democratici che assicuravano all’opposizione l’impossibilità numerica per porre il veto sui decreti proposti dal governo. Venne vista come un’occasione per risolvere lo stallo parlamentare, a cui si era giunti a causa delle tecniche di ostruzionismo portate avanti dai democratici. “Un vero oltraggio”, replica Leung Kwok- hung, “il NPCSC ha ribaltato i risultati delle elezioni del settembre scorso. Questo non succede nei paesi democratici” (Lau, Chung, 2017). Questo ulteriore affronto verso la comunità hongkonghese ha ulteriormente accresciuto la presenza di localisti, invisi alla Cina. Tra quelli più determinati c’è Andy Ho, leader del Hong Kong National Party, che aspirava all’indipendenza del Porto Profumato dalla Cina continentale. Il suo partito, pur non essendosi messo a capo di alcuna azione sovversiva, è stato bandito nel 2018 per questioni di sicurezza nazionale, ordine pubblico e tutela della libertà e dei diritti della comunità. La messa al bando di un partito, avvenuta per la prima volta dal 1997, ha rappresentato una grave limitazione alla libertà di associazione.

Ciò che si evince da quanto descritto è che il gigante cinese, anche quando non si occupa di costruire enormi opere infrastrutturali, agisce ad un livello differente, meno palese ma ugualmentepenetrante. Il filo conduttore dell’azione della Repubblica Pubblicare è senz’altro la sicurezza nazionale, un’ossessione che estende il concetto di sicurezza anche ad elementi quali il pericolo di rottura dell’unità della Cina e le minacce di oltraggio contro il Governo Centrale. Questo spiegherebbe perché la Cina è intervenuta tempestivamente e, soprattutto, duramente, contro casi come questi.

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Di Jessica Milano*

*Orginaria di un piccolo paese sulle colline del canavese, Caluso (TO), Jessica ha trascorso un anno a Shanghai, presso la East China Normal University, grazie ad una borsa di studio dell’istituto Hanban. Ha recentemente conseguito la laurea in Scienze Politiche, Sociali e Internazionali a pieni voti presso l’Università di Bologna. Durante la triennale ha svolto un semestre presso la City University of Hong Kong. Attualmente studia Sciente Internazionali, indirizzo China & Global Studies all’Università degli studi di Torino.

**Questa tesi è stata discussa presso l’Università degli Studi di Bologna nell’anno accademico 2018/2019 con il titolo “Hong Kong: integrazione o sinizzazione?”. Relatore: Antonio Fiori