SINOLOGIE – Haizi, martire della poesia

In by Simone

La tesi Haizi: vita, poesia, immortalità analizza la figura del poeta-ragazzo spogliandolo dell’aura mitica che lo ha avvolto dopo la morte. Più intelligente e prolifico della media, Haizi si tolse la vita poco prima che gli incidenti di Tian’anmen frantumassero e spazzassero via il movimento artistico e letterario a cui apparteneva.
Il poeta ragazzo
Haizi, al secolo Zha Haisheng, nacque il 24 marzo 1964 in un paesino della provincia dello Anhui, presso una famiglia contadina. Nel 1979, con la riapertura delle università all’indomani della Rivoluzione Culturale, venne ammesso alla prestigiosa Università di Pechino, avendo ottenuto un punteggio altissimo all’esame di ammissione: aveva quindici anni. Specializzatosi in giurisprudenza, ben presto gli fu chiesto di ricoprire il ruolo di insegnante presso la facoltà di filosofia dell’Università di Scienze Politiche e Giuridiche di Pechino.

La sua produzione si inserisce all’interno di un contesto storico-culturale molto particolare: gli anni Ottanta. In questo periodo la Repubblica Popolare si stava rialzando dal fiasco della Rivoluzione Culturale e la produzione artistico-letteraria si stava risvegliando da un torpore durato quasi vent’anni.
La corrente all’interno della quale viene ricondotta la sua opera viene chiamata dagli studiosi “poesia post-menglong” (后朦胧诗), in chiaro riferimento alla corrente letteraria precedente, la menglong shi (朦胧诗).

A partire dagli anni Novanta, in Cina iniziò a svilupparsi un vivace dibattito culturale intorno alla figura di Haizi: il suo suicidio, all’età di 25 anni, contribuì a creare un vero e proprio processo di mitizzazione: il poeta veniva celebrato come un eroe, di un martire per la poesia. Già nel 1990, Xi Chuan, amico e collega del giovane poeta, nel saggio Huainian (Rimembranza) scriveva: «La morte del poeta Haizi diventerà uno dei miti della nostra epoca».

Egli si suicidò in un periodo cruciale per la storia cinese (il 26 marzo 1989), poco prima che il movimento artistico e letterario venisse fisicamente e moralmente frantumato a Tian’an men, nel giugno 1989. Probabilmente, il cordoglio represso nei confronti del movimento del Quattro Giugno fu veicolato e trasformato verso un’intensa e diffusa acclamazione della morte del poeta. Haizi diventava, dunque, un martire (lieshi) della poesia: una visione, tuttavia, eccessivamente romantica, che considerava la creazione poetica come subordinata alla distruzione fisica dell’artista.

Luo Yihe, editore della rivista Ottobre, al quale sarebbe andata in custodia l’eredità poetica di Haizi se non fosse che anch’egli morì in seguito a un’emorragia cerebrale nel maggio 1989, aveva messo in relazione i problemi irrisolti che il giovane aveva nei confronti della sua poesia, con la sua stessa morte, suggerendo che il poeta sarebbe morto proprio a causa della tensione derivata da questi problemi. In altre parole, secondo Luo, Haizi morì per la poesia.

Ora, se da un lato la critica cinese è stata decisamente affascinata dalla figura di questo giovane poeta, elevandolo a uno status di semi-divinità, dall’altra, alcuni stentarono a riconoscere nella sua opera una grandezza poetica tale da elevarlo a “mito del nostro tempo”. Intellettuali come Yi Sha o Qin Bazi, affermarono che era stata posta troppa attenzione sul “fenomeno” Haizi, ed erano state trascurate invece quelle singolarità poetiche che stavano emergendo negli anni Novanta, altrettanto meritevoli.

Ovviamente anche in Occidente arrivò l’eco di questo fermento culturale: i primi ad affrontare l’opera di Haizi furono Maghiel van Crevel e Michelle Yeh.
Van Crevel, nel riferirsi a questa pubblica acclamazione dell’opera e della figura di Haizi, adopera il termine tanatografia, ovvero, una visione a posteriori della vita e dell’opera di Haizi, come parti di un percorso che avrebbe ineluttabilmente portato alla sua scelta finale.

Ciò significa voler leggere l’intera opera poetica del giovane esclusivamente alla luce del suo suicidio. In questa visione, però, inevitabilmente si perdono degli elementi essenziali per poter comprendere la sua costruzione poetica in maniera onesta. Affrontare Haizi in maniera critica significa spogliarlo della sua aura mitica, e scoprire il suo vero valore letterario: quello di un giovane poeta con grandi ambizioni, che purtroppo rimane vittima delle sue fragilità e dei suoi fantasmi interiori.

La traduzione
Tradurre una poesia significa innanzitutto stabilire un dialogo con essa, intenderla, parafrasando Claudia Pozzana, come una “razionalità singolare”. Tradurre una poesia significa averla scelta, aver scelto di tramandarla, e con essa il suo autore, facendola vivere in un contesto socio-geografico completamente diverso da quello in cui era stata pensata.

Dal momento che lo scopo primario della poesia non è quello comunicativo (scriveva Walter Benjamin che “nessuna poesia parla al lettore tanto quanto nessun quadro parla allo spettatore”), essa non riesce (e mai lo farà) a trasmettere perfettamente lo stato mentale di un individuo a un altro, e anzi, se lo facesse, non avrebbe ragione d’esistere.

Pertanto la traduzione si colloca in un originale rapporto intimo con l’opera poetica, in cui il lettore viene, in un certo senso, escluso; ed è questa “intimità” che apre la porta a infinite possibilità di esistenza della poesia tradotta in un contesto diverso, in una lingua diversa: in altre parole, la traduzione di poesia punta all’universalità.

Il traduttore non è dunque un “comunicatore universale” che cerca di trasmettere il pensiero di un individuo: nel tradurre Haizi ho cercato quanto più possibile di avvicinarmi a ciò che Claudia Pozzana definisce la disposizione intellettuale fondamentale del poeta rispetto alla lingua, rimanendo cosciente della sua presa di distanza rispetto alle funzioni comunicative della lingua originale.

La poesia
Nonostante la produzione poetica di Haizi copra un periodo di soli 7 anni (dal 1982 al 1989), fu molto prolifica: egli scrisse più di 250 poesie, opere in versi e racconti. Haizi adotta per lo più il verso libero, la sua è una poesia individualista, dove l’ego del poeta compare distintamente. Spesso utilizza il flusso di coscienza (yishi liu), e per questo a volte la comprensione non è propriamente immediata.

Egli ama utilizzare un interessante artificio retorico: quello della trasformazione repentina di un oggetto in altro. Ad esempio nella poesia Zihuaxiang (Autoritratto) scrive: Lo specchio è posto sul tavolo/ una ciotola/ il mio volto/ è la patata nella ciotola. Come se fossero una successione di immagini, i suoi versi descrivono questi cambiamenti, uno dopo l’altro.

D’altronde Haizi amava l’arte figurativa, e nutriva una profonda ammirazione per Van Gogh, tanto da definirlo il proprio “fratello emaciato”. Egli ammirava il suo genio creativo, la sua capacità di saper vedere il mondo oltre il reale, e, da questa visione, saper creare un’opera d’arte.

*Serena De Marchi elanus[@]hotmail.it ha conseguito la laurea magistrale presso l’Università La Sapienza di Roma. Ha vissuto in Cina per quasi due anni e si interessa di letteratura cinese contemporanea, poesia, e studi di genere.

**Questa tesi è stata discussa presso l’Università di Roma La Sapienza. Relatore: prof. Patrizia Dadò; correlatore: prof. Federico Masini.

[La foto di copertina è di Federica Festagallo]