Si sente spesso dire che la letteratura di viaggio, come genere, è destinata a sparire presto. Nella misura in cui la mobilità è stata addomesticata, per così dire, da mezzi di trasporto sempre più efficienti, la ragion d’essere della letteratura di viaggio – ovvero raccontare di terre e popoli lontani per cercare di renderli accessibili ai propri lettori – è stata progressivamente erosa e potrebbe essere ben presto ridotta al silenzio. Tuttavia, è sufficiente uno sguardo veloce agli scaffali delle librerie o ai cataloghi editoriali online per rendersi conto che il genere odeporico conserva un certo appeal. Non è solo la rivisitazione delle tematiche – dai famosi grands tours ai viaggi turistici – né solamente l’evoluzione delle strategie retoriche utilizzate – dal racconto serioso e autoritario a quello pieno di autoironia – a mantenere il genere in buona forma; dopotutto, queste tematiche e strategie sono spesso riciclate e aggiornate dal passato. Ciò che continua ad alimentare la resilienza della letteratura di viaggio è piuttosto la fascinazione e il desidero che il viaggio continua a esercitare sui lettori di ogni generazione; fascinazione e desidero che, in effetti, sono accresciuti, piuttosto che soffocati, dall’accresciuta mobilità che più veloci ed economici mezzi di trasporto garantiscono a nuove schiere di viaggiatori. E una situazione di pandemia globale protratta potrebbe ulteriormente rinforzare il peso della letteratura di viaggio e dei suoi immaginari, facendo proprio leva sulla discrepanza tra possibilità teoriche e impossibilità pratiche.

Senza dubbio, ad essere radicalmente modificata è la funzione che la scrittura di viaggio viene a ricoprire (oggi rispetto al passato) nelle nostre società e culture. Tale funzione, come si vedrà, ha a che fare con le (nuove e diverse) aspettative con cui autori, viaggiatori e lettori – sempre che una distinzione netta tra queste figure sia possibile – investono il viaggio e la scrittura intese come pratiche sociali.

Se commercialmente parlando il genere gode di buona salute, quando si menziona la letteratura di viaggio in ambiente accademico, ad essere richiamate al tavolo della discussione sono una serie di questioni culturali, politiche ed epistemologiche che possono difficilmente essere eluse. Tali questioni, infatti, hanno acceso il dibattito accademico sulla letteratura di viaggio (quantomeno in Occidente) fin dagli anni Settanta del Novecento, sotto l’impulso, da un lato, di quella che è stata definita la «“svolta teorica” nella critica letteraria anglosassone» (Moroz e Sztachelska 2010, p. ix) e, dall’altro, del consolidamento del decostruzionismo e degli studi postcoloniali. Di conseguenza, da oggetto di studio, la letteratura di viaggio è arrivata a identificare una vera e propria area di ricerca, attirando interventi da diversi approcci e discipline concomitanti (si veda, per una ricognizione, Hooper e Youngs 2004), finendo così anche per superare quella sindrome da «genere trascurato» o minore (Grivel 1994, p. 256) che ha per lungo tempo afflitto il genere. La ricerca è riuscita a ottenere questi risultati dislocando la letteratura di viaggio al di fuori di circoli prettamente letterari, al fine di indagarne meglio le implicazioni culturali, politiche ed epistemologiche legate, a vario titolo, a questioni di privilegio, subalternità, classe, gender (si vedano, tra gli altri, Said 1978; Hulme 1986; Mills 1991; Pratt 1992; Spurr 1993; Lisle 2006; Huggan 2009). Questi studi hanno spesso disvelato l’etnocentrismo (occidentale) di cui la maggior parte della letteratura di viaggio (sia contemporanea che moderna, ovvero risalante al Diciottesimo e Diciannovesimo secolo) è imbevuta. Si va da testi il cui ethos richiama, in maniera più o meno velata, lasciti coloniali, ad altri nei quali la rappresentazione dell’Altro e dello scrittore-viaggiatore stesso sono inscritti in una cornice cosmopolita più globale, ma non per questo meno ideologica. Essere in grado di riconoscere le strategie retoriche che alimentano e circondano gli scritti di viaggio contemporanei è uno degli obiettivi del presente lavoro. Allo stesso tempo, però, è doveroso evitare una posizione oltremodo ortodossa che rischia di appiattire l’analisi e annullare le differenze tra i testi e gli autori studiati. Ipostatizzare il livello discorsivo comporterebbe, come ammonisce giustamente Dennis Porter (1991, p. 4), che «una conoscenza dell’Altro – da opporre a una sua ideologizzazione – diventi impossibile». L’obiettivo di questo lavoro, dunque, è di desacralizzare, per così dire, il testo, prendendo in considerazione anche ciò che lo precede, lo accompagna e lo segue, ovvero le dimensioni di produzione e ricezione degli scritti di viaggio analizzati. In tal senso, questo libro propone uno studio tanto della poetica della letteratura di viaggio contemporanea, quanto della sua «politica», ovvero delle condizioni materiali, storiche e individuali che sottendono alla nascita e fruizione di ogni testo.

La destinazione di viaggio comune a tutti gli scritti e ai viaggiatori in esame è la Cina. Il Regno di Mezzo ha rappresentato storicamente, quantomeno per l’Occidente, l’ideale di destinazione esotica, attraendo viaggiatori di varia natura – mercanti, missionari, figure politiche – fin dal Medioevo. Nell’introduzione al volume Sinographies: Writing China, i curatori Eric Hayot, Haun Saussy e Steven Yao (2007, p. x) scrivono che «situata il più lontano possibile dall’Occidente, la Cina rappresenta non solo un’autentica alterità, ma la possibilità stessa di autenticità.» Come tale, la Cina costituisce un oggetto di studio ideale per esplorare il modo in cui, anche nella dimensione globalizzata di oggi, l’incontro tra Occidente e Oriente – tra Sé e Altro – viene articolato, soprattutto alla luce del fatto che la Cina è ormai una delle principali destinazioni turistiche al mondo, attraendo sia viaggiatori dall’esterno che dall’interno del paese (UNWTO 2017). Un tale proposito è ancor più rilevante se si pensa che la maggior parte della ricerca esistente sulla letteratura di viaggio dedicata alla Cina si concentra sul Diciottesimo, Diciannovesimo e inizio del Ventesimo secolo (si vedano, tra gli altri, Clifford 2001; Kerr e Kuehn 2007; Clark e Smethurst 2008; Kerr 2008). Così facendo, questi studi non forniscono alcuna notazione su quegli scritti di viaggio pubblicati nella seconda metà del Novecento. A tal proposito, va detto che, sebbene durante gli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta del Novecento la Cina sia rimasta largamente isolata dal resto del mondo (questo non ha comunque precluso la pubblicazione di alcuni reportage di viaggio), a partire dalla metà degli anni Ottanta il paese ha gradualmente riaperto i propri confini al turismo e agli investimenti stranieri, dando il via a quell’ascesa che posiziona oggi la Cina tra le grandi potenze a livello globale, sia economicamente, che politicamente (nonché turisticamente). Eppure, un tale trend non ha stimolato ancora un eguale interesse tra i ricercatori della letteratura di viaggio contemporanea, sicché diventa necessario cercare di colmare questa lacuna. E oggi che la mobilità globale, quantomeno quella di svago, è temporaneamente sospesa impattando soprattutto la Cina come presunto paese di origine del virus Covid19, è un momento ancor più propizio per condurre una tale indagine.

Oltre a ciò, la scelta di focalizzarsi sulla Cina risponde al bisogno di trovare un tema comune ai testi e agli autori analizzati, giacché la natura mediale dei primi e la provenienza dei secondi sono piuttosto diversificate. Il volume, infatti, si concentra su autori di diversa estrazione culturale e parlanti lingue diverse, così come su testi pubblicati a stampa e altri pubblicati online. Ecco allora che l’identificazione della Cina come meta di viaggio comune a tutti gli scrittori-viaggiatori e ai loro testi aiuta a stabilire una coerenza interna dell’analisi. Più precisamente, lo studio si differenzia dai precedenti lavori dedicati al genere per tre ragioni principali: 1) propone un’analisi multilinguistica e interculturale, giacché confronta tra loro testi scritti in inglese, francese, italiano e cinese da autori occidentali e cinesi (portando anche alla luce la problematicità intrinseca di questi aggettivi); 2) propone un’analisi intermediale, raffrontando tra loro libri di viaggio e blog di viaggio (con riferimento altresì alle app e ai social networks); 3) adotta un approccio etnografico, andando a indagare le dimensioni di produzione e ricezione dei testi attraverso la presentazione e la discussione critica di numerose interviste originali condotte con gli autori in esame (sia scrittori che blogger).

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Di Stefano Calzati*

*Stefano calzati è attualmente postdoc researcher alla TU Delft. Ha conseguito il dottorato in Cultural Studies all’Università di Leeds e si è poi trasferito a Hong Kong, dove ha insegnato e fatto ricerca presso la City University e la Chinese University. Calzati ha anche collaborato come reporter freelance per l’ANSA a Roma e New York e per la SBS a Melbourne; inoltre ha lavorato come editor per alcune case editrici, sia in Italia che all’estero (Francia e Belgio). Accanto alle pubblicazioni come ricercatore, è autore del romanzo-reportage In Vietnam. Digressioni di viaggio (Prospero Editore 2018).