SINOLOGIE – Chongqing è una fenice

In by Simone

La tesi Chongqing: dettagli urbani di una città in movimento descrive la megalopoli protagonista dei recenti scandali politici da un’altra angolatura. Qui le analisi urbanistiche, storiche, sociologiche si intrecciano per raccontare come l’abitare plasma la città e ne è a sua volta modificato.

Chongqing è una fenice: brucia la sera per rinascere al terzo giorno, sempre nuova ma forse intimamente sempre uguale. Segnata da secoli di storia, la città vive in simbiosi con il territorio che la ospita, fatto di acqua e colline, e tenta seppur con le difficoltà del presente di preservare l’antico equilibrio tra uomo e natura. 

La metafora suggerisce quanto l’aspetto esterno, ovvero l’involucro cittadino, stia subendo modificazioni dettate da esigenze di sviluppo e rilancio della città come hub della regione occidentale cinese. 

Demolizioni e costruzioni sono all’ordine del giorno, tanto che la città a volte sembra scomparire sotto i teloni delle impalcature, un po’ come succede a quella Tecla raccontata da Calvino, la città che il viandante non riesce a vedere perché nascosta da assi, impalcature, armature metalliche e teli.

Mentre la superficie cambia, ci si chiede poi quanto resti del carattere peculiare del luogo e quanto invece venga sorpassato, volutamente cancellato o dimenticato per pigrizia: cosa ne è del nocciolo, una volta tolta la scorza?

Il tema è l’abitare: un abitare che plasma la città ma che è altrettanto modificato da essa, in una continua ricerca di perfezione e soddisfazione di bisogni. Gli importanti cambiamenti nell’assetto urbano sono tesi ad una modernizzazione che vuole far assaporare ai suoi cittadini un certo gusto di globalità.

E non solo a loro: la modificazione fisica, che comporta grandi impalcature e dislocazioni, è necessaria alla municipalità per guadagnarsi la giusta dose di fiducia agli occhi di investitori che seppur attratti dalle agevolazioni consentite in loco, hanno bisogno di gustare un minimo del luccichio visibile nelle città costiere. 

Nonostante gli sforzi, infatti, ci si ritrova comunque a lottare contro i pregiudizi dettati dalla localizzazione nello sperduto Ovest, contro la depressione delle aree circostanti, contro quindi quello che potrebbe essere definito un ‘deserto dei Tartari‘.

Quest’immagine, mutuata dal film Il deserto dei Tartari  di Valerio Zurlini (1976) a sua volta ispirato al romanzo omonimo di Dino Buzzanti vuole suggerire un luogo vasto di cui non si conoscono i limiti effettivi, e nel quale ogni espressione di tempo si annulla in una sorta di dimensione atemporale. 

L’immobilismo reale si scontra qui con le volontà intestine di cambiamento, l’attesa e l’aspettativa: gli abitanti si trovano quindi lacerati da questa dualità.

Chongqing, come forse ogni città di antica fondazione, ha vissuto questo malessere sia a causa della topografia specifica che ne fa un luogo isolato sia a causa di alcuni interventi esterni (l’arrivo degli stranieri, tra gli altri). 

Siamo quindi di fronte ad una sorta di fortezza Bastiani? Il paragone risulta chiaramente un po’ esagerato ed intriso di sfiducia verso le potenzialità di Chongqing, tuttavia non parrebbe eccessivamente pretenzioso. 

Come la fortezza in questione è appostata nel deserto e attende, così Chongqing vive e trasmette ai suoi abitanti questa tensione, creata da quella volontà di proiettarsi al futuro che trova come ostacolo il luogo fisico e la ritualità conformatasi su di esso. 

Ciò non significa comunque che lo spazio non muti, anzi come molti osservatori affermano, la città è effettivamente frenetica e aggiorna spesso il suo skyline. Ciò che rimane, potremmo forse chiamarla la “mentalità” del luogo. 

Lo sforzo maggiore dovrà forse compierlo il governo locale, che per quanto pubblicizzi un’immagine di città equilibrata ed armoniosa nelle sue parti, fatica a proporre soluzioni realmente innovative per la società. 

È evidente che il suolo sia sottratto agli abitanti per divenire oggetto di una commercializzazione che ha dei risvolti “barbarici”: le divisioni tra le classi sociali hanno preso vita sottoforma di smembramento della terra e separazione fisica degli individui (gated communities ed enclaves); più che per senso di superiorità, le barricate sembrano essere dominate dalla logica del terrore verso il nostro prossimo. 

Chongqing sarebbe davvero sperimentale se nel XXI secolo cercasse di agevolare le persone nell’atto di ‘approssimarsi all’altro, che è il proprio prossimo’.

Le manovre politiche confermano invece che sebbene si cerchi di migliorare le condizioni materiali di vita nei ceti meno abbienti, ciò rientra sempre nella dialettica della separazione tra gli individui, che d’altro canto richiedono tale trattamento che sembra permettere di esimersi dal contatto con l’altro. 

Essendo dentro ai meccanismi di mercato, è chiaro che ci sono anche altre forze che premono in questa direzione; se anni fa si parlava di pianificazione serrata da parte dei governi locali sotto l’egida del potere centrale, oggi questo tipo di pressione si è attenuata per permettere al mercato di fare il suo gioco. 

È quindi inevitabile che si manifestino fenomeni come la speculazione edilizia: grattacieli e palazzoni con moltissimi spazi vuoti ricordano che la sfida non è vincente se è puntata solo sul denaro. Così facendo, la città declinerebbe davvero nella forma di una fortezza in perenne vana attesa. 

A causa dei prezzi troppo elevati, la popolazione di ceto medio-basso vive nei distretti marginali che hanno l’aspetto di città-dormitorio, mentre il centro città rischia di diventare un luogo fantasma, dimora delle magnifiche luci notturne dei grattacieli. 

La domanda da porsi è dunque: "come si vive a Chongqing?" Per rispondere  bisogna prendere in considerazione sia l’urbanistica della città sia gli abitanti e il loro rapporto col territorio. 

Per indagine urbanistica abbiamo letto la struttura urbana per far chiarezza su alcuni elementi particolari, i cosiddetti indicatori urbani, dai quali dedurre le modificazioni avvenute all’interno della ‘maglia’ cittadina. 

Si tratta quindi di capire l’alternarsi di vuoti e pieni, quali siano le relazioni tra essi e come abbiano contribuito alla crescita urbana

Per una maggiore comprensione del presente abbiamo ritenuto opportuno soffermarci in primis sulla città antica, dalla sua fondazione fino all’esaurirsi dell’era pre-moderna.

In questa fase vengono gettate le fondamenta del tessuto urbano, quando l’uomo prende possesso del luogo curandosi di soddisfare al meglio quei bisogni essenziali alla sopravvivenza

L’analisi storiografica si concentra poi sull’era moderna, segnata da importanti eventi storici come l’arrivo degli stranieri, la nomina della città a capitale durante l’invasione giapponese e la fondazione della Repubblica Popolare. 

In tempi più recenti si ricorda inoltre il distacco amministrativo dal Sichuan, che ha permesso a Chongqing di essere elevata a rango di quarta città con poteri municipali. 

Rileviamo come non vi sia stata una continuità di intenti nell’abitare il luogo: si è passati dall’insediamento antico tra le colline per motivi difensivi, all’ascesa come centro strategico per i commerci, a nucleo amministrativo. 

Chongqing è poi divenuta porto franco agli stranieri, ed è stata scelta come capitale durante la guerra contro il Giappone. Mao disloca qui il “terzo fronte” industriale, e da qui si punta oggi allo sviluppo della Cina Occidentale. 

Ogni passaggio storico diviene segno nella personalità degli abitanti, che si trovano quotidianamente a negoziare con la città per poter definire la propria identità. Il riassestamento urbano in questi frangenti svolge un ruolo ambivalente.

Può facilitare l’adeguamento a nuovi simboli soprattutto se presentati in chiave progressista, ma allo stesso tempo può distruggere il senso di comunità nelle classi più basse, che più di tutte basano l’esistenza nel perpetuarsi di gesta cariche di tradizione. Per loro il cambiamento comporta più spesso una perdita che un arricchimento in termini di valori.

Ciò che abbiamo tenuto fortemente in considerazione in questa analisi sono soprattutto due dati, uno di carattere topografico e l’altro riguardante più prettamente la definizione di città cinese

La prima questione è il luogo fisico: siamo arrivati a concludere che la topografia molto particolare di Chongqing è di per se stessa una caratteristica ‘speciale’, quel quid che dall’atto di fondazione sino ad oggi persiste nel modellare le politiche urbane ed il carattere degli abitanti. 

Se la città si fosse sviluppata in un terreno meno accidentato, più propizio ad un dialogo paritario con gli dei che non alla lotta con essi, non sarebbe sorto un centro urbano così peculiare nel suo rapporto con la montagna e con l’acqua

In questo contesto abbiamo molto marcato sul concetto di limen, il limite, concepito non tanto come spazio in cui si mette fine, bensì nella visione greca ripresa poi da Heidegger di “spazio in cui vi è il principio della presenza di una forma”.

Tradizionalmente sul piano urbanistico si parla di ‘limite conservato’ e di ‘limite perduto’ con riferimento alle modificazioni spaziali che possono avvenire nel tessuto urbano: abbiamo visto come a Chongqing si possa parlare di ‘limite conservato‘ in riferimento ai fiumi che per la loro presenza hanno impedito lo sviluppo del centro.

Anche le colline rientrano in questo discorso, anche se oggi la cementificazione e l’inurbamento sono tali nella penisola da non poter più apprezzarne appieno il carattere.

Al superamento del limite concepito nelle mura cittadine si sono susseguite varie fasi di urbanizzazione del suolo, più o meno pianificate: dalla rottura degli equilibri naturali tra città e campagna si deduce il concetto di ‘limite perduto‘. 

A riguardo abbiamo visto che nel XX secolo a Chongqing sono stati introdotti particolari modelli di pianificazione, generalmente basati sull’idea di un distretto centrale forte su cui avrebbero dovuto ruotare dei distretti-satellite alternati da fasce di verde. 

Questa politica urbanistica ha evidentemente portato nel tempo a squilibri ambientali e perdita dell’eredità culturale. Oggi questi distretti e le relative fasce sub-urbane rientrano a pieno titolo dentro alla città ed hanno potuto allentare la stretta che li rendeva dipendenti dal centro (lo Yuzhong). 

Si può quindi tentare di osservare il margine urbano non più come il limite di qualcosa, bensì come uno spazio di rigenerazione e dialettica costruttiva.

In questo contesto i ‘paesaggi di limite’ di Chongqing hanno funzioni molteplici: segnano l’identità della città (le colline e i fiumi), sono luoghi dinamici che aspettano il cambiamento (arterie stradali che sorgono in mezzo al nulla, in attesa che arrivi l’inurbamento), sono spazi di mediazione (i limiti verdi dentro ai quali sorgono i palazzi in stile garden-city). 

Possono però portare anche alla disgiunzione (le gated communities) e alla segregazione (i “villaggi dentro la città”). È comunque evidente che da questi limiti, che più che fisici stanno diventando sempre più mentali, l’uomo plasma una sua identità ed una sua immagine personale della città.

Il secondo aspetto su cui crediamo di aver puntualizzato con vigore è che l’immagine di Chongqing “non è particolare” . È  una considerazione da farsi principalmente in relazione alle direttive centrali, che insistono nel manovrare ed aggiustare le politiche locali nel caso esse si dimostrino eccessivamente egocentriche e quindi poco rispondenti ad un obiettivo comune di crescita del Paese. 

Ciò che nella città è avviato come “sperimentazione”, come ad esempio le manovre di politica sociale, in ultima analisi sono ancora una volta espressione di una volontà altra che dirige dall’alto, e non nasce necessariamente come risposta ad istanze richieste dalla cittadinanza. 

L’analisi di alcuni dati demografici alla lettura di cronache e testimonianze locali ci lasciano intendere come la Storia abbia modellato le tante storie degli abitanti nel loro quotidiano. 

Riferimenti particolari vanno alla decisione di aprire il porto agli stranieri alla fine del 1800, alla guerra di resistenza, e alle campagne sanitarie maoiste che fanno leva sull’idolo per ottenere consenso.

Oggi Chongqing punta alla mercificazione del suo passato per alimentare l’industria del turismo: si guarda quindi con occhio critico a questo fenomeno post- moderno (se così si può ancora definire il tempo in cui viviamo) nell’ambito dei ‘restauri di memoria e revival’. 

Per quanto riguarda le persone che come noi hanno vissuto il luogo per un breve momento, ci troviamo ad ammettere di aver incontrato più passeggeri che viaggiatori (dove per viaggiatori intendiamo persone che si attardano lungo il tragitto, che osservano ciò che hanno attorno). 

Le rappresentazioni di Chongqing dai loro occhi sono state le più disparate, ed ognuna si è  concentrata evidentemente su aspetti diversi della città in base al rispettivo substratum culturale e alla propria sensibilità.

Denominatore comune è la percezione di città per lo più di transito, in cui non si arriva per un determinato motivo se non per la necessità di una sosta, e da cui si parte con sollievo, molto spesso senza aver dato modo alla città di svelarsi per le sue piccole bellezze. 

È evidente che la città sia consapevole di questo e stia combattendo per tramutare il ‘passare’ in ‘risiedere’, anche se con mezzi discutibili che non si discostano dalle tendenze urbanistiche internazionali.

Ci si sente davvero a casa a Chongqing?
È probabile che al di là della casa biologica, sentirsi a casa qui come in qualsiasi altro luogo, stia diventando un’impresa anacronistica, contraria alle leggi del mondo di oggi che impongono un’esistenza rapida fatta di svincoli per evitare i contatti con le persone e di una comunicazione formale. 

Ciò che ci preme testimoniare è il cambiamento della città e come esso viene recepito, vissuto ed anche in alcuni casi combattuto dagli abitanti.

Speriamo inoltre che dall’analisi critica possano emergere quelle che noi consideriamo come le contraddizioni della nostra epoca, che alimentate dal sistema trovano ora anche in Chongqing il terreno fertile per diffondersi. 

La città non è compiuta e questo suo essere in fieri, che sembra quasi farla vergognare, in realtà potrebbe rivelarsi la chiave per una rilettura di alcuni fenomeni che già flagellano altre metropoli in Cina e nel mondo. 

Se davvero si punta a una società che sia armoniosa non solo nel portafogli, allora forse si dovrebbe essere più coraggiosi ed allontanarsi da quei modelli urbani i cui limiti si sono già ampiamente manifestati. 

* Michela Bonato bonato.michela[@]gmail.com, neolaureata in Lingue Orientali all’Università Ca’ Foscari di Venezia, si interessa di urbanistica e geografia antropologica. Ha vissuto in Cina e Germania; ama la pittura e la fotografia, a cui dedica il suo blog "die Blumenkohl Rezepte".

** Questa tesi è stata discussa presso l’ Università Ca’ Foscari di Venezia . Relatore: prof.  Laura De Giorgi. Correlatore: prof. Valeria Zanier.

[La foto di copertina è di Federica Festagallo]