Un altro Capodanno lunare si è concluso, quest’anno il 12 febbraio. L’ anno scorso era caduto il 24 gennaio e come ben sappiamo la popolazione in Cina l’ha passato in un lockdown che allora ci sembrava impossibile, inimmaginabile. Fin quando non l’abbiamo subito anche noi in Italia, e più di una volta. Un’altra cosa difficile da immaginare era l’ondata di sinofobia che ha attraversato il mondo in quel terribile gennaio. La paura per un nuovo virus è comprensibile, gli insulti o le discriminazioni verso persone di aspetto asiatico invece no e hanno suscitato in molti di noi profonda delusione e timore. Avevamo paura per i familiari, per gli amici, per noi stessi. Mi ricordo i tweet con l’associazione delle parole “virus” e “cinese”, l’improvvisa ostilità o l’ancor più profonda diffidenza intorno a me quando ero per strada o in metropolitana.

Poi, il 21 febbraio 2020 mattina, le prime news da Cologno, del mistero mai risolto del paziente numero 1. La sera del 20 a Milano avevamo appena concluso una delle molte iniziative di solidarietà di quel periodo: la Notte delle Bacchette. Avevamo provato a riportare clienti nei nostri ristoranti ormai vuoti per paura del contagio. Avevamo cercato di ricordare all’Italia un concetto fondamentale: la comunità della diaspora non è la Cina e all’interno ci sono famiglie radicate nel territorio da più di cento anni. Ma la notizia di un contagiato dal Covid-19 spazzò via l’impegno di quel mese e l’attenzione della società si rivolse alla prima quarantena del 2020. Nei giorni successivi in un gruppo social di seconda generazione comparve un post: “Scommetto che in questo momento tutti i cinesi d’Italia sperano ardentemente che il paziente 0 non sia uno di noi”. Un tentativo di stemperare l’atmosfera angosciante in cui vivevamo. Con un respiro che per una settimana non andò né su né giù. Fin quando la situazione in Italia non si aggravò e la gente smise di pensare a noi. Erano giunte altre priorità. Il primo lockdown dove, volenti o nolenti, italiani doc o di altra origine, fummo tutti fermi a casa. E poi, la sospirata primavera.

Con l’arrivo dell’estate ci si accorse dei pochi contagi nella varie Chinatown che vennero addirittura lodate per l’accortezza di aver chiuso le proprie attività e di aver fatto quarantene in casa prima di chiunque altro, prima ancora che i governi lo imponessero. E a quel punto si insinuò il sospetto che le persone della comunità sapessero qualcosa in più sul virus che gli italiani non sapevano. Nessuno ha pensato che avessimo letto notizie sui siti cinesi, che potessimo avere paura di questo nuovo virus e che attuassimo tutte le misure di sicurezza possibili mutuandole da quelle in uso in Cina. O che ascoltassimo i consigli impauriti dei nostri genitori che ci chiedevano di chiudere, di stare attenti, che i soldi non erano importanti.

E fu per paura anche quando a settembre molti genitori cinesi decisero di non mandare i propri figli a scuola creando un altro potenziale conflitto. Una situazione di non facile risoluzione che però ha portato una parte di società civile italiana ad interrogarsi sulle modalità adottate finora e a trovarne altre. Come la lettera aperta di una trentina di docenti pratesi che richiamano gli alunni a scuola superando la paura del virus perché si è fatto tutto quello che si poteva per la sicurezza. E alcuni sono tornati.

Alla fine, tra alti e bassi, tra rimproveri social ai runner e crisi economica il 2020 è passato e il Topo, che ha simboleggiato un tempo funesto, si è scambiato con il Bue per introdurci nella nuova primavera. E’ trascorso più di un anno ma sui media italiani ci sono ancora chiacchiere complottistiche sul vaccino non sicuro o sui laboratori segreti, smentiti tra l’altro più volte dalle autorità scientifiche. E’ positivo invece lo sforzo da parte di molti volti sino-italiani, noti e poco noti, che dal gennaio 2020 in poi sono apparsi in trasmissioni televisive, in radio, in campagne ed eventi social come quello di #iononsonounvirus. Dopo il primo lockdown del marzo scorso è uscito anche un libro, Semi di tè della scrittrice e docente universitaria Lala Hu, che racconta i gesti di solidarietà da parte di comuni e non comuni membri della nostra comunità. Molte voci che stanno nascendo per spiegare e far capire. Un tentativo di raccontare che si può essere sì cinesi di origine, ma si è prima di tutto cittadini italiani.

Di Jada Bai*

*Jada Bai è docente di lingua cinese e organizzatrice di eventi culturali. Nata in Cina, si trasferisce a Milano da piccolissima con la famiglia. Si diploma al liceo classico Giosuè Carducci e si laurea successivamente in Scienze della Mediazione Linguistica e Culturale presso l’Università degli Studi di Milano. Studia per un periodo anche presso la Fudan University di Shanghai con una borsa di studio. Si occupa di comunità cinese e condizione femminile e ne ha scritto per varie testate giornalistiche. Dal 2013 è coordinatrice dei corsi di lingua cinese e organizzatrice di eventi culturali presso la Scuola di Formazione Permanente della Fondazione Italia Cina.