Tra i fotografi in Cina c’’è chi si dedica alla cosiddetta fotografia editoriale, quella che descrive storie più disparate, dai lavori di indagine a tematiche socio-culturali, e chi si occupa di fotografia commerciale per conto di clienti più o meno grandi. In generale, il settore della fotografia in Cina è in un momento topico. E non mancano professionisti di tutto il mondo, compresi italiani, pronti a raccontare le loro esperienze.

Daniele Mattioli, umbro di nascita, lavora come fotografo in Cina da 13 anni. Dopo varie esperienze all’estero, le più importanti in Austria e Australia. Arriva in Cina nel 2000 e si trasferisce a Shanghai 5 anni dopo.

Nicola Longobardi vive stabilmente in Cina dal 2010, dal 2016 è a Hong Kong. Ha studiato cinese e nel mezzo delle Olimpiadi del 2008 ha deciso di trasformare la sua passione fotografica in lavoro. E’ tornato in Italia per frequentare l’Accademia della Fotografia di Milano e da lì il ritorno in Cina, da giornalista freelance.

Algirdas Bakas è lituano di Vilnius, in Lituana. Nel 2011 si è spostato in Cina dove è cresciuto professionalmente e si dedica ora a vari progetti molti dei quali incarichi editoriali stranieri. “Sono stato fortunato ad aver ottenuto un incarico dal Financial Times Weekend. Una mia foto è stata scelta per la copertina di quell’edizione e da lì ho avuto più lavoro”.

“Sono arrivato in Cina per caso – racconta invece Daniele – Ero interessato ad un reportage sulla scena jazzistica cinese, avevo incontrato un musicista che mi aveva parlato di questo paese che si stava svegliando anche dal punto di vista musicale”. I primi anni di lavoro sono indimenticabili, tra scoperte e aspettative mancate. Nei primi anni Duemila Shanghai iniziava ad essere un cantiere ricco di spunti. Ricorda Daniele: “Era tutto un divenire, molte le speranze di vedere una società che cambiava, addirittura anche l’idea che con l’economia galoppante e la ricchezza si potesse arrivare anche ad un processo più democratico”.

Anche Nicola rintraccia nei primi anni del Duemila un punto di svolta nel settore fotografico cinese: “C’era una sorta di far west. Anche senza sapere molto di fotografia riuscivi a lavorare in questo settore. Se poi eri straniero ti davano credito. Personalmente era un modo per fare esperienza, cosa che in Italia non mi è mai capitato”. La situazione da lì a poco sarebbe cambiata.

Con lo stabilizzarsi dell’andamento economico la Cina ha sviluppato le proprie tecnologie finendo per influenzare la professione del fotografo. Rispetto a prima i cinesi sono più preparati in materia e i lavoratori stranieri sono per la prima volta diventati sostituibili.

“L’avvento di internet – dice Nicola – ha smascherato chi si occupava di fotografia senza averne le capacità. Poi si è fatta sentire la spinta nazionalistica. In molti hanno iniziato a preferire fotografi cinesi agli stranieri”. “Il progresso economico ha cambiato molto la preparazione tecnica dei cinesi – conferma Daniele – Con l’avvento del digitale c’è stato un numero enorme di stranieri che si sono messi a fare fotografia. Adesso la Cina è più sofisticata, produce e pretende qualità”.

Come i suoi colleghi italiani, anche Algirdas ha percepito alcuni cambiamenti: “I fotografi locali stanno diventando sempre più internazionali, quindi le riviste straniere non necessariamente assumono esclusivamente fotografi stranieri. Penso che questa tendenza continuerà sempre di più”.

La Cina, per via del suo sistema politico, ha limiti che non possono essere superati. Questo ha, per forza di cose effetti su un lavoro come quello del fotografo. “Fare reportage delicati è rischioso, la sorveglianza è altissima e si viene sempre riconosciuti dalle autorità. Sono pochi i fotogiornalisti stranieri che riescono a produrre buone indagini,” aggiunge Daniele.

Se invece si deve trattare un tema editoriale più “positivo” la difficoltà è quella di trovare la luce perfetta e le condizioni ideali. I fotografi commerciali, invece, devono invece cercare il modo più efficace per far capire il messaggio che vogliono lanciare con il proprio lavoro, oltre a essere in grado di districarsi nella burocrazia.

Nicola ha deciso di spostarsi a Hong Kong proprio per uscire dalla tenaglia burocratica: “Il problema del visto era terribile. Non sapevo mai se me lo avrebbero rinnovato l’anno dopo. Qui sono molto vicino a tutti i paesi del sud-est asiatico. Per fare il fotoreporter oggi serve il visto giornalistico. Prima le autorità non creavano particolari problemi, ora le cose sono cambiate”.

Per lavorare in Cina, le barriere principali – secondo Algirdas – sono rappresentate dalla “lingua e dalla cultura. Alcune regole sono rigide e l’accesso in certi posti potrebbe essere limitato non necessariamente perché c’è qualcosa da nascondere ma perché c’è sempre un capo più in alto e nessuno vuol mettersi nei guai. Bisogna avere pazienza e senso dell’umorismo.”

Tra le competenze più richieste, l’esperienza è arrivata a contare fino a un certo punto. “Purtroppo – racconta Daniele – le competenze sociali sono più richieste. Ci sono molti giovani che riescono a lavorare senza un buon portfolio perché abili nella comunicazione. Alla fine, però, per i lavori importanti o per i grandi clienti conta ancora l’abilità professionale”. Lo conferma l’esperienza di Nicola, che si è più volte trovato a lavorare per il governo di varie provincie: “Per promuovere il turismo in certe aree chiedevano un portfolio di qualità. Vogliono immagini accattivanti, quindi prendono molto i considerazione i lavori precedenti dei fotografi”.

La fotografia è un settore che richiede preparazione ma sono sempre meno i fotografi che passano attraverso il lavoro di assistente. “Ci sono tanti fotografi senza esperienza – confessa Daniele – Molti riescono a trovare dei lavori ma allo stesso tempo non li vedo crescere. Il rischio è che la fotografia diventi un lavoro di sola quantità”.

Non mancano altri problemi da affrontare: “Le opportunità sono sempre più limitate anche se sicuramente Shanghai è il posto dove c’è più lavoro al mondo in questo settore – sottolinea Daniele – Prima di voler fare il freelance in Cina bisogna considerare la questione visti. Adesso è sempre più difficile stare qua senza un contratto di lavoro.

Algirdas offre un ulteriore consiglio: iniziare a lavorare scegliendo una città più piccola. “Andrei a Chengdu se venissi in Cina per la prima volta. Shanghai e Pechino sono ricche di talento e fotografi affermati. Nelle città più piccole la vita costa quattro o cinque volte meno. Fossi un italiano farei sapere agli editori di magazine che lavorerei stabilmente in Cina, nel caso abbiano storie da coprire. Probabilmente inizierei a fare qualche ricerca su ciò che le imprese manifatturiere italiane stanno fabbricando in Cina e offrirei i miei servizi”.

Se il presente offre ancora spazio alla fotografia, lo stesso non può dirsi per il futuro. Il digitale tende ad appiattire le abilità, collocando tutti sullo stesso livello. “I cinesi – aggiunge Daniele – sono più competitivi con i prezzi e la velocità. Credo che la professione avrà entrate sempre più basse. Soltanto chi lavorerà per grossi clienti potrà ancora farsi valere e rispettare”. Molto scettico anche Nicola: “Non so quanto convenga oggi a una persona alle prime armi buttarsi nel mercato cinese. Devi essere molto preparato”.

Conditio sine qua non per operare nel mercato cinese è conoscere la cultura del posto: “Basta fare un esempio – conclude Nicola – I cinesi leggono le immagini in modo diverso rispetto a come facciamo noi. Mentre una certa immagine in Italia può avere un significato, in Cina può averne uno completamente diverso. La lingua secondo me non è un grandissimo ostacolo. Quando lavori con le immagini, in Cina, è facile entrare in contatto con persone che parlano inglese, soprattutto a Shanghai. Conoscere il cinese dà comunque un chiaro vantaggio”.