Gli architetti sono stati tra i primi professionisti ad avventurarsi in terra cinese qualche decennio fa. Armati di coraggio e di un bagaglio di conoscenze e sensibilità nuove sono approdati in Cina e hanno trovato un terreno difficile ma ancora pressoché vergine. Si sono anche organizzati in un’associazione, la IADC che conta circa 130 componenti tra architetti e designer italiani che lavorano stabilmente in Cina sia in realtà al 100% italiane sia in parternariato con professionisti locali e internazionali.

Tra chi in Cina ci è arrivato con largo anticipo ci sono Andrea Destefanis founding partner insieme a Filippo Gabbiani di Kokai Studio e Alfio Di Bella, fondatore della Finenco Architects.

Andrea ha studiato architettura a Venezia dove ha incontrato Filippo e nel 2002 si sono trasferiti a Shanghai. Alfio di Bella invece la Cina la frequenta da più di 22 anni, al seguito del padre che già ci lavorava dagli anni ‘80. E’ bastato qualche viaggio per capire che le occasioni erano molte e per decidere di trasferirsi nel 2000.

Quando parlano dei primi tempi in Cina, entusiasmo e nostalgia trapelano tra i ricordi delle fatiche iniziali. Andrea racconta: “I primi anni sono stati una giostra. Nonostante fossimo un piccolo studio appena nato, fummo chiamati per un importante progetto di restauro di uno degli edifici storici del Bund di Shanghai”. Gli fa eco Alfio: “Quelli erano anni entusiasmanti. I clienti non si cercavano ma erano loro a trovare te!”

Un mondo in grande crescita e tanto bisogno di creatività e idee. “Come stranieri eravamo ricercatissimi, venivi invitato ai concorsi e pagato comunque, con il rischio di vincere anche il contratto. In quel modo era quasi meglio non vincere tutti i concorsi, ma solo alcuni, perché con quelli che non vincevi ci coprivi i costi.”, racconta Alfio.

All’epoca, con la Cina in pieno boom, la conservazione del patrimonio architettonico, specie nella declinazione italiana, era un concetto quasi sconosciuto perché si costruiva solo.” dice Andrea che con il suo socio ha voluto scommettere sul futuro prevedendo che prima o poi la spirale di crescita si sarebbe arrestata e ci si sarebbe concentrati su quanto rimaneva di un passato già troppo lontano. “Negli anni lo studio è cresciuto in maniera costante e abbiamo allargato le nostre competenze; dalla pura conservazione del patrimonio architettonico e dei suoi interni, al riuso di edifici industriali, al rinnovo urbano e all’architettura. Dal 2010 abbiamo iniziato anche ad occuparci del restauro del moderno, soprattutto di edifici con funzioni commerciali, e negli ultimi anni è diventata la nostra competenza più richiesta.”

Una volta stabilizzatasi la crescita, le cose sono iniziare a mutare, e come tutto quello che accade in Cina, anche le virate del mercato e dei gusti dei committenti da impercettibili   diventano in breve molto chiare per poi cambiare nuovamente in modo repentino. Lo conferma Alfio “Il business cambiava così in fretta che quando eri riuscito a capire il sistema, questo ti aveva già superato e dovevi ricominciare”

La fase finale della spirale di crescita è stata caratterizzata dalla saturazione del mercato e dal parallelo affacciarsi dei professionisti cinesi. “Cinesi della diaspora tornavano nel paese forti di nuove conoscenze e delle guanxi, e si mettevano in proprio”. Il mutamento si sente e “I concorsi cominciarono ad essere sempre meno e pagati peggio, studi cinesi finivano per accaparrarsi il progetto finale che era il più delle volte un ibrido dei progetti presentati a costi inferiori.”, racconta Alfio.

I concorsi hanno in seguito lasciato il posto alla trattativa privata, perché cittadini, sempre più benestanti e cosmopoliti viaggiavano  e diventavano più esigenti nelle loro richieste. “In questo contesto l’interesse per il restauro e il riuso è cresciuto molto velocemente” ci dice Andrea. Paradossalmente viaggiando i cinesi si rendevano conto di quello che avevano e tornavano con la volontà di valorizzarlo.

Negli anni lo studio è cresciuto in maniera costante e abbiamo allargato le nostre competenze; dalla pura conservazione del patrimonio architettonico e dei suoi interni, al riuso di edifici industriali, al rinnovo urbano e all’architettura. Dal 2010 abbiamo iniziato anche ad occuparci del restauro del moderno, soprattutto di edifici con funzioni commerciali, e negli ultimi anni è diventata la nostra competenza più richiesta.

E siamo ad oggi, l’economia non cresce più a due cifre, il settore sconta le conseguenze della bolla immobiliare e la Cina è più vicina di quanto lo fosse lo scorso decennio. “ Oggi la competizione nel nostro mondo è aumentata, sia per la crisi del nostro settore in Europa che ha portato a una fuga di cervelli verso la Cina, sia per la crescita quantitativa e qualitativa degli architetti cinesi, ormai competitor a pari livello”, ci dice Andrea.

In questo scenario le competenze che in architetto italiano può portare sono certamente importanti. Gusto, conoscenze, idee , innovazione e  senza dimenticarsi che “noi italiani siamo i migliori nel campo della ristrutturazione edilizia” ricorda Alfio.

Fermo restando il forte trend della conservazione del patrimonio architettonico, entrambe gli architetti sono d’accordo nel prevedere due evoluzioni essenziali per il  prossimo futuro in Cina: un sempre maggiore interesse verso l’architettura ecosostenibile con maggiore attenzione verso il territorio e le sue dinamiche socio-culturali. Insomma fuori dalle megalopoli cinesi, c’è ancora molto da fare. In parallelo si registra un incremento nelle committenze di quell’architettura del recupero descritta bene nelle sue dinamiche da Alfio. “In Cina si è costruito tanto e male. I palazzi non hanno coibentazione e spesso sono stati utilizzati materiali scadenti. Sorge quindi la necessità di restaurarli: rifare le facciate, le parti comuni, probabilmente anche buona parte dell’impiantistica. In pratica quello che si fa in Italia, con la differenza che noi ristrutturiamo edifici che hanno centinaia di anni, mentre i loro ne hanno una ventina”.

Nonostante non sia più l’eldorado che hanno raccontato Andrea e Alfio, in Cina c’è spazio per competenze specifiche ed idee innovative. Il grado di complessità è aumentato e oggi è fondamentale sapersi muovere tra regolamenti edilizi in continua evoluzione e il contesto fatto di una clientela con gusti sempre più precisi e sofisticati. Tutte competenze che non si sviluppano nell’immediato ma che fanno parte di un patrimonio