L’innovazione avviata dall’adozione di tecnologie blockchain sembra avere infiniti campi di applicazione, al di là di quello strettamente collegato alle transazioni finanziarie, suo primo banco di prova. La possibilità di tracciare su una piattaforma digital ledger le informazioni relative ai diversi passaggi o fasi della filiera produttiva di beni o servizi, individuando possibili anomalie e rendendo le informazioni disponibili a tutti, senza la possibilità che vengano modificate, la rende utilizzabile in una varietà di settori con finalità di maggiore trasparenza e tracciabilità.

In Cina le potenzialità della blockchain sono state percepite in anticipo rispetto a molti altri paesi, tanto da includere la nuova tecnologia tra gli ambiti da sviluppare nel 13mo Piano Quinquennale, inserendola in una visione complessiva di una Cina avviata verso la modernizzazione. Xi Jinping, in un recente discorso all’Accademia delle Scienze Sociali, ha descritto le applicazioni della blockchain e di “una nuova generazione di tecnologie rappresentate dall’intelligenza artificiale, dal quantum computing, dalle comunicazioni mobili e dell’internet of things” come rivoluzionarie e con il potenziale per portare a una nuova rivoluzione scientifica ed industriale, dando così il bollino governativo definitivo.

La Cina, oggi leader assoluto nel rilascio di brevetti relativi alla blockchain, ha dato via libera alle sperimentazioni creando ad Hangzhou e Shenzen degli hub tecnologici urbani per il potenziamento di tecnologie blockchain al quale si aggiunge il Fujian a livello provinciale. L’entusiasmo cinese per la blockchain è però rimasto limitato ai campi di applicazione non finanziari. Maggiori precauzioni sono state infatti riservate all’uso in ambito bancario e di pagamenti, portando Pechino a fine agosto a sospendere ogni accesso agli scambi e alle operazioni relative alle criptovalute e relativi incontri, in attesa di chiarire meglio i possibili impatti sul sistema finanziario nazionale ed adeguare il quadro legislativo.

In un paese dove gli scandali e le sofisticazioni alimentari esplodono con scadenza intermittente, e non risparmiano nessuno, dal  latte in polvere per i neonati arricchito alla melamina, alla carne scaduta venduta nei KFC, quello della sicurezza alimentare é un tasto dolente.

In particolare il settore avicolo cinese, che produce il 26% della carne nel mondo, soffre una cronica mancanza di fiducia da parte dei consumatori. Ancora vivo è infatti il ricordo dell’epidemia di influenza aviaria scoppiata nel paese nel 2013 e che ha portato alla soppressione di pollame per un valore di 40 miliardi di yuan, costringendo il governo a mettere in piedi un piano del valore di 600 miliardi di yuan per il risanamento. Mai del tutto ripresosi e con focolai di aviaria e delle sue mutazioni, ancora presenti nel paese, per il settore avicolo riconquistare la fiducia dei consumatori, non è impresa facile. Il discorso è valido anche per altre tipologie di carne di cui la Cina è la prima consumatrice al mondo: maiale e manzo, anch’esse spesso al centro di episodi di adulterazione.

In Cina la supply chain dei prodotti agroalimentari è particolarmente complessa. A seconda dei prodotti, ci possono essere anche 5-6 passaggi intermedi, e questo fa sì che ogni anello della distribuzione cerchi di strappare prezzi più bassi a quello precedente. In realtà tutta la pressione si scarica sul primo anello, quello degli agricoltori e allevatori che sono quindi costretti a tagliare ogni spesa possibile ed è qui che spesso nascono i problemi.

La tecnologia blockchain rappresenta in questo contesto una novità interessante perché permette di incamerare dati su tutte le fasi della filiera specie negli step più delicati che per la Cina sono generalmente la lavorazione e la distribuzione. L’uso di antibiotici o additivi per gli animali da parte dei piccoli e medi produttori sottoposti a controlli minori e con maggiore libertà di azione, l’utilizzo di mangimi alterati e la cattiva conservazione delle carni, causata dal mal funzionamento della catena del freddo, sono in tal senso le criticità maggiori. Altra area debole è quella della logistica e distribuzione, fase in cui spesso non vengono rispettati standard igienici elementari.

Informazioni come luogo di provenienza dell’animale, fornitore, alimentazione, data del macello e risultati dei test effettuati sulla carne così come spostamenti effettuati ed eventuali alterazioni registrate, sono inseriti su una piattaforma crittografata. Per i consumatori, che spesso li consultano attraverso App apposite, significa sapere quello che hanno nel piatto. Per i produttori il tutto vale a ristabilire la fiducia, conquistandosi nuove fette di mercato al prezzo di un piccolo premium e avere anche la possibilità di osservare l’intero processo produttivo, facendo aggiustamenti in corsa e tagliando costi ed eventuali sprechi ed inefficienze.

Proprio per promuovere una miglior trasparenza nella filiera alimentare cinese, lo scorso dicembre IBM, insieme al gigante dell’e-commerce JD.com, Walmart e la Tsinghua University hanno dato vita alla Blockchain Food Safety Alliance. Una sorta di laboratorio di applicazione di soluzioni blockchain che sta coinvolgendo grandi produttori di carne bovina come Kerchin basato in ‘Inner Mongolia’ o GoGo Chicken, i polli blockchain, iniziativa finanziata dal gruppo assicurativo ZhongAn che permette addirittura l’utilizzo del riconoscimento facciale per seguire da vicino l’evoluzione dell’animale che si è prenotato, come a dire dal pollaio al piatto, conosco quel che mangio. Anche Alibaba si è buttata nel business della blockchain e con The Food Trust Framework ha avviato un progetto per tracciare il cibo proveniente da Nuova Zelanda e Australia per i clienti di Tmall.

In mancanza di un accordo legislativo sulle certificazioni alimentari biologiche in Cina e con un mercato sempre più attento ed esigente a quello che si consuma, la tecnologia blockchain ha le potenzialità, se ben gestita, di contribuire a risolvere la questione della sicurezza alimentare con cui il paese combatte da decenni.