Quando nel 1276 Kubilai Khan completò l’invasione della Cina conquistandone il sud, e impose su tutto il territorio cinese il governo della dinastia mongola degli Yuan che aveva fondato nel 1271, egli altro non era se non un nomade illetterato. Ma anche un geniale stratega dotato di intuizione fulminante, di una sete inestinguibile di conquista e di magnetico carisma, qualità ereditate dal nonno Gengis, colui che beveva rugiada e cavalcava il vento.

Che effetto deve avergli fatto rendersi conto che avendo già Pechino (allora Khanbaliq) come cortile di casa, finalmente lui e i suoi uomini potevano specchiare i loro volti scolpiti dalle cicatrici nelle acque delle feconde risaie meridionali, non è dato sapere. Siamo sicuri, però, che la cosa non lo soddisfò del tutto perché, invece di riposarsi fra gli allori e fra le braccia della sua prima moglie Börte e delle numerose concubine, mise quasi subito in cantiere un’impresa già tentata precedentemente con insuccesso: la conquista del Giappone.

A dirla tutta, Kubilai aveva un vecchio conto personale da regolare con l’arcipelago nipponico. Innanzitutto, quando era imperatore del solo nord della Cina e della Corea, affacciandosi sulle onde agitate del mare della Cina settentrionale lo considerò naturalmente, con tutto ciò che conteneva, parte del suo impero, un Mare Nostrum dei Mongoli, come dire Mare Mongolicum. E forse dovette pensare che navigare su quelle onde agitate doveva dargli lo stesso piacere di quella che per lui e il suo popolo era l’attività più naturale e inebriante: cavalcare. Siccome era un pragmatico, si rese soprattutto conto anche che la marineria cinese era molto avanzata dal punto di vista tecnico, e che quelle isole che chiamavano Giappone e che sembravano potersi toccare con la mano quando le si guardava dalle coste della Corea meridionale, erano alla portata delle giunche cinesi e dunque delle sue truppe. E poi, parliamoci chiaro, non era egli il Khan Oceanico cui tutti dovevano sottomissione e tributi?

Così, nel 1266 aveva inviato una prima ambasceria nella regione di Kyūshū, la più vicina alla Corea, chiedendo all’imperatore del Giappone i “dovuti” asservimento e gabelle. Gli emissari di Khubilai avevano incontrato il Commissario per la Difesa Occidentale (chinzei-bugyō) che rifiutò ogni richiesta. Due anni dopo, il Khan aveva spedito altri suoi rappresentanti con le medesime pretese che furono ancora una volta rigettate dal giovane reggente degli shogun, appoggiato dall’influente clero buddista nel quale spiccavano per potenza i monaci che avevano soggiornato nei monasteri cinesi ed erano seguaci del buddismo Chan 禅 (meditazione), che importato in Giappone era stato chiamato Zen.

A Kubilai, a quei tempi impegnato militarmente per la conquista della Cina meridionale, ci vollero alcuni anni per organizzare un’armata da inviare in Giappone per ribattere a questo secondo scacco. La spedizione partì nel 1273 ma problemi organizzativi costrinsero le truppe a un lungo stallo in Corea alla fine del quale furono costrette a ritornare in Cina per i rifornimenti.

Infine, nell’autunno 1274, una flotta mongola si mise in navigazione dalla Corea verso il Giappone. Essa era forte di 300 giunche d’alto mare e di 500 imbarcazioni più piccole, di 15.000 soldati tra mongoli e cinesi, e 8.000 coreani. Non trovando alcuna resistenza navale perché i Giapponesi non possedevano una marina militare, in un batter d’occhio gli invasori s’impadronirono delle isole Tsushime e Iki e, il 14 novembre del 1274, sbarcarono ad Hakata, nei pressi di Dazaifu capitale amministrativa del Kyūshū.

Il giorno successivo avvenne il sanguinoso scontro che la Storia ricorda come la battaglia della baia di Hakata. Grazie all’uso degli esplosivi cinesi (le prime ricette al mondo per fabbricare polvere da sparo sono cinesi, del 1044), alle armi da fuoco (le prime in assoluto sono anch’esse cinesi), alle tattiche militari rodate sui campi di battaglia di mezzo mondo, e al preponderante numero di combattenti, i Mongoli sconfissero i Giapponesi ma con perdite così considerevoli che i soldati coreani e quelli cinesi si ribellarono ai propri comandanti. Ai disordini militari si sommò una tempesta violentissima che danneggiò la flotta degli invasori che rinunciarono a perseguire la conquista del Giappone e ritornarono in patria. La rapidità di questa ritirata ha fatto ipotizzare ad alcuni storici che questa prima invasione altro non fu che una prova di forza dei Mongoli e non un vero progetto di conquista.

Temendo una nuova invasione, i Giapponesi riorganizzarono le truppe, si dotarono di una flotta militare, costruirono una serie di forti sul litorale e un muro difensivo lungo la costa di fronte alla Corea.

Nel frattempo, conquistata la Cina del sud, i Mongoli ebbero a loro disposizione la potente e organizzata flotta cinese dei Song, nella quale erano persino i primi battelli a ruota (inventati in Cina, ça va sans dire) e navi con catapulta lanciabombe, in tutto 900 imbarcazioni, 15.000 marinai e 25.000 soldati imbarcati e formati per il combattimento navale e terrestre. Questa immensa risorsa bellica andò a sommarsi alla già potente marina del Khan.

Nell’agosto del 1281, convinto della imbattibile supremazia sui mari e su terra delle proprie armate, Kubilai comandò una seconda invasione del Giappone. Il copione fu lo stesso del 1274: conquista delle piccole isole più vicine, sbarco nei pressi della capitale del Kyūshū, seconda battaglia della baia di Hakata. Ma questa volta i Giapponesi si erano ben preparati per riceverli. Sconfitti sui mari, riuscirono però a punzecchiare senza sosta le navi mongole procurando molte perdite e scombussolando la strategia di attacco, e su terra spiegarono in modo più organizzato ed efficace le proprie truppe facendo retrocedere quelle nemiche verso la costa.

Mentre preparavano una fulminea risposta a questa inaspettata resistenza, un avvenimento naturale sconvolse ogni piano dei Mongoli: tra il 13 e il 15 agosto, si scatenò un terribile tifone che semidistrusse la loro flotta. Agli invasori non rimase che rientrare frettolosamente in Corea e poi in Cina.

Il tifone, fu benedetto dai Giapponesi con il nome di Kamikaze (Vento Divino).

Questa pagina di storia dell’Estremo Oriente è ricca di spunti di riflessione il più interessante dei quali, a mio parere, è la parola kamikaze. Sappiamo tutti che fu impiegata nella Seconda Guerra Mondiale per designare i piloti suicidi giapponesi (circa 3800) che con il loro aereo carico di esplosivi andavano ad abbattersi volontariamente sulle navi nemiche. E sappiamo anche che le squadriglie suicide erano formate da giovani fra i 20 e i 25 anni, tutti reclutati in fretta e furia nell’autunno 1944 senza una grande formazione militare ma imbottiti di parole d’ordine quali “onore”, “fierezza”, “obbedienza e lealtà all’imperatore”.

Alcune recenti pubblicazioni hanno messo in luce aspetti psicologici di questi combattenti suicidi, concentrando l’analisi dei loro ultimi scritti sulla poetica ingenuità di alcuni e la lucida consapevolezza di altri.

Ad esempio, i versi di Yamaguchi Teruo di 22 anni, scritti prima di imbarcarsi per l’ultima volta sul suo velivolo richiamano la tradizione dei letterati e dei samurai che componevano un poema prima del suicidio rituale:

Potessimo noi morire

Come in primavera i fiori del ciliegio

Puri e brillanti.

E all’ultima lettera ai genitori scritta da un’altra bomba umana, il ventitreenne Tsuka Akio prima di decollare per la missione fatale, affida la sua mortale tristezza:

«Mi sono alzato alle 6 del mattino per respirare l’aria pura di montagna. E tutto quello che oggi farò, lo farò per l’ultima volta

I lettori di queste righe furono soprattutto lettrici, madri, spose, fidanzate; possiamo ipotizzare il dolore ma anche la rituale compostezza con cui divorarono queste parole.

Mi vengono in mente le preveggenti e provocatorie parole che affidò a Paris Match il 15 dicembre 2004 Charb (Stéphane Charbonnier), direttore di Charlie Hebdo, assassinato con altre undici persone tra artisti, redattori e poliziotti durante un assalto jihadista, il 7 gennaio 2015:

«Se non fossi stato disegnatore sarei stato kamikaze.»

 

Di Isaia Iannaccone*

**Isaia Iannaccone, nato a Napoli, chimico e sinologo, vive a Bruxelles. Membro dell’International Academy of History of Science, è specialista di storia della scienza e della tecnica in Cina, e dei rapporti Europa-Cina tra i secoli XVI e XIX. È autore di numerosi articoli scientifici, di trattati accademici (“Misurare il cielo: l’antica astronomia cinese”, 1991; “Johann Schreck Terrentius: la scienza rinascimentale e lo spirito dell’Accademia dei Lincei nella Cina dei Ming”, 1998; “Storia e Civiltà della Cina: cinque lezioni”,1999), di due guide della Cina per il Touring Club Italiano e di lavori per il teatro e l’opera. Ha esordito nella narrativa con il romanzo storico “L’amico di Galileo” (2006), best seller internazionale assieme al successivo “Il sipario di giada” (2007, 2018), seguiti da “Lo studente e l’ambasciatore” (2015), “Il dio dell’I-Ching” (2017) e “Il quaderno di Verbiest” (2019)