«Imboccò fischiettando il vicolo dove abitava ma quello che vide lo fece fermare di colpo spaventandolo a morte. Petar Markov, figlio di Marko Jovanov, nipote di Jovan Vladov e bisnipote di Vlad Draganov, fu preso dal terrore. Sull’uscio della sua casa, una rozza lastra di legno corrugata come la fronte di un vecchio, talmente sbilenca che non era mai stato possibile mettere una serratura che chiudesse – ma tanto chi volete che avesse il coraggio di andare a rubare in casa del boia di Ragusa! -, spiccava, ancora fresca di vernice, una gigantesca X del colore dei girasoli di Slavonia.

Oh, Petar sapeva bene cosa voleva dire quella maledetta X! Era l’unica cosa di cui avesse paura. Lui, boia, figlio di boia, nipote di boia, bisnipote di boia, lui che di orrori se ne intendeva, lui che ogni mese impiccava e poi squartava non meno di una dozzina fra assassini ladri ed eretici, ebbene, di fronte a quella gialla, lucida, umida e terribile X prese a tremare come un fuscello al vento.

Riprese a camminare. Avvicinandosi alla casa, Petar colse di sfuggita sguardi terrorizzati. Man mano che percorreva il vicolo e si avvicinava all’uscio, l’animazione, il chiacchierio, il rumore degli zoccoli dei bambini che sguazzavano nelle pozzanghere di fango, le grida, i richiami dell’arrotino, il martellio del fabbro, le bestemmie che accompagnavano le contrattazioni, insomma tutto ciò che di solito animava la viuzza, si spegneva al suo avanzare. Scalpiccii frettolosi, porte che sbattevano, ante che sprangavano finestre, le proteste dei bimbi portati di fretta e furia in casa, parole mozzate di colpo cui seguiva il tremolio dell’aria gravida di umidità e, in ultimo, un silenzio cupo che preannunciava la fine del mondo.

La X sulla porta. Due linee incrociate. Un avviso senza possibilità di difesa: bruceremo te e la tua casa!

Gli ronzavano le orecchie, come se fossero annegate in un pozzo. No, non era possibile, sapeva di non meritare quella pubblica infamia, non era giusto, lui aveva reso un servizio alla comunità, avrebbero dovuto ringraziarlo, non poteva essere… Che assurdità! Lui era sano, sanissimo, nel pieno delle proprie forze. Come quand’era giovane, poteva staccare con un sol colpo di mannaia la testa da un busto. Nelle braccia aveva la forza di un gigante, riusciva ancora a trattenere i quattro cavalli prima di liberarli per lanciarli alla velocità del vento in quattro direzioni differenti per smembrare il corpo del condannato in pezzi così netti da sembrare tranciati con un coltello affilato. No. No! …No, lui era in buona salute, in ottima salute, non aveva la peste, non c’era bisogno di mettere segni sulla sua casa che lo indicavano come un pericoloso untore. Lo sapevano tutti che non era salito di propria volontà a bordo di quella galera genovese che era in quarantena in rada. Doveva semplicemente giustiziare uno dei rematori che aveva ammazzato con un pugno un disgraziato della ciurma: era un assassino pericoloso, bisognava sbarazzarsene prima che fuggisse con un tuffo e arrivasse in città. E solo le Autorità della Repubblica lo potevano mettere a morte. Tutto ciò glielo aveva spiegato il Rettore di Ragusa, in persona, e gli aveva comandato l’esecuzione. E il Rettore, abitando nel suo splendido palazzo con tanti segretari e ufficiali, non poteva avergli dato ordini insensati. E poi, anche ammesso che su quella nave ci fosse qualcuno con la peste, Petar non aveva avuto il tempo di ammalarsi. Salito e sceso. Un attimo. Appena il tempo di eseguire la condanna ai piedi dell’albero più alto, quello su cui sventolava la bandiera bianca con la croce rossa della Repubblica genovese. La croce. La X. Che colpa ne aveva Petar se nel resto del mondo la peste stava mietendo tante vittime quante sono le gocce di vino in un calice?»

Questo è l’abbozzo iniziale di un possibile romanzo sull’epidemia di quel morbo chiamato “peste nera” che, dal 1346 e fino alla fine del secolo XIV, sterminò il 30% della popolazione europea. A scanso di equivoci, ove mai tra i miei venticinque lettori ci fosse qualcuno interessato a vedere come va a finire la storia, dichiaro subito che oltre a quanto ho già scritto, non c’è altro e non ho alcuna intenzione – per ora – di scriverne altre righe; quello che avete letto è un modesto (patetico?) escamotage di cui mi sono servito per introdurre l’argomento delle epidemie e dei mezzi per contrastarle, argomento di grande attualità a causa del coronavirus 2019-nCoV che si è manifestato in Cina. Su, domandate: Cina? Allora perché, chiederete ancora, per parlare di Cina sono partito dalla città che allora si chiamava Ragusa e oggi Dubrovnik? Il motivo è semplice: è in Croazia, a Dubrovnik, che a causa della peste che infestava l’Europa e l’Oriente, il 27 luglio 1377 fu emessa la prima ordinanza che la Storia ricordi, che obbligava la quarantena agli equipaggi e alle merci che giungevano da zone appestate. Ricordiamo che a quei tempi, Dubrovnik era un porto fiorente e sede di importanti scambi commerciali internazionali.

Quarantena, quaranta giorni in un luogo isolato per controllare l’eventuale insorgere del male e per evitarne la diffusione. Misura di prevenzione, dunque. Ed è ciò che, con grande spiegamento di mezzi, davanti a tutto il mondo, le Autorità cinesi stanno organizzando: chiusura drastica di mercati, di luoghi di aggregazione, di siti turistici, di vie di comunicazione, di intere città. E depistaggi di massa e cure negli ospedali esistenti e in quelli che stanno costruendo in tempi impensabili in qualunque nazione occidentale (al più, dicono, una settimana per edificarli, e altrettanto per attrezzarli).

Fa riflettere che la Cina, la quale si modernizza a una velocità da fantascienza, un’astronave che viaggia verso il futuro, sia potuta incappare in un virus che vede la sua culla in qualcosa di tanto antico: le condizioni igieniche dei luoghi in cui animali selvatici e non, vivi o morti, convivono con gli umani, dove si macella en plein air, dove le acque di lavaggio si mescolano con gli escrementi e con il sangue delle bestie. Ma è proprio questa la causa del coronavirus dei giorni nostri? Oppure, come ventilano altri, il virus è sfuggito al controllo di una equipe di ricercatori? Non sappiamo ancora nulla di certo.

Se fossimo stati in epoche remote, a partire dagli Shang 商 in poi (dal XVI secolo a.C.), la spiegazione sarebbe stata, invece, molto facile, l’avrebbero conosciuta tutti i Cinesi: l’epidemia è stata diffusa dagli spiriti malefici e capricciosi di defunti vendicativi. E secoli dopo, intorno al IV d.C., quando la religione popolare si era sufficientemente nutrita di un miscuglio di taoismo, buddismo e confucianesimo, la nascita e la diffusione del morbo ebbero un’interpretazione che ci ricorda i momenti bui della nostra Storia: erano il giusto castigo collettivo inviato dalle divinità all’umanità peccatrice non più in armonia con il Tao dell’Universo. Già, il Tao (dao道), la Via, il principio generatore, l’essenza primordiale di tutto ciò che sta sotto il cielo.

Circa un secolo dopo, il V, il panteon della religione taoista, contaminata dalle altre scuole di pensiero, e organizzato come l’alter ego della burocrazia imperiale, si arricchì di un Ministero delle Epidemie (Wenbu 瘟部), in alcuni testi chiamato Ufficio delle Epidemie (Wenshen 瘟神); come gli altri ministeri, esso aveva un presidente, dei funzionari assistenti,  e dei subalterni detti i “demoni delle epidemie” (yigui 疫鬼); i funzionari erano incaricati di sorvegliare la comunità dei viventi e di fare dei rapporti annuali dei suoi peccati e dei suoi meriti. In funzione del comportamento degli umani, l’Imperatore di Giada (Yuhuang Dadi 玉皇大帝), capo supremo delle divinità taoiste, poteva decidere di inviare i demoni delle epidemie sulla Terra a spargere  i miasmi del morbo giustiziere. E cosa potevano fare i viventi per proteggersi dal flagello del contagio? Beh, date queste concezioni eziologiche, essi si davano da fare in azioni di pentimento (offerte agli dei nei templi, spettacoli teatrali edificanti, esorcisti mangiatori di fuoco che sputavano fiamme negli angoli bui delle case per cacciare i demoni) e davano vita a movimentate pratiche apotropaiche che avevano, cioè, lo scopo scaramantico di allontanare il pericolo; tra queste ultime, le processioni anti-epidemia dovettero sembrare le più adatte fino a millecinquecento anni dopo, visto che ne abbiamo notizie anche nel secolo XX. Vincent Rouffiandis (1877-1910), che fu medico delle truppe coloniali francesi in Indocina e poi nel sud della Cina, a proposito dell’epidemia di colera che dagli anni ’60 dell’Ottocento flagellava il sud dell’Estremo Oriente, descrive in un suo rapporto le scalmanate processioni affumicate dagli incensi, che si tennero nel 1902 nella città di Fuzhou 福州. All’onore di queste agitate riunioni popolari, erano cinque semidei, chiamati Commissari delle Cinque Epidemie (Wuwen Shizhe 五瘟使者), i soli capaci di contrastare i demoni delle epidemie; le statue di questi esseri straordinari erano prese dai cinque templi a loro dedicati e portate in processione; alla fine del rito collettivo, veniva lanciato in mare un modello di barca di bambù e carta – una sorta di barca di Caronte – che raffigurava il mezzo con cui i demoni delle epidemie portavano gli ammalati nel regno dei morti.

Quando entrino in scena questi cinque semi-dei è presto detto. Secondo la tradizione, essi prendono vita nell’anno 591 quando, dopo una terribile epidemia di peste che aveva mietuto un grande numero di vittime, apparvero al fondatore della dinastia Sui 隋(589-518); si costruirono templi in loro onore e venne decretato che il quinto giorno del quinto mese lunare sarebbe stato dedicato a essi. Il culto dei cinque semidei divenne la principale misura di profilassi contro le epidemie. Nel tempo, in varie province, apparvero altre sotto-divinità che corroboravano la guarigione, ma i nostri Commissari furono sempre ritenuti i più efficaci e dunque i favoriti.

Fu solo nel 1920 che il medico cinese Lo Koang-ting, formatosi in Occidente, spiegò ai suoi connazionali le cause della peste (il morso delle pulci dei ratti) e le pratiche igieniche da seguire per contrastarla (lo racconta lui stesso in un volume pubblicato a Parigi nel 1929). Analogamente, in Europa, soltanto nel 1898 venne scoperto il ruolo della pulce del ratto nell’infezione da peste, e fino ai primi del XX secolo l’unica profilassi fu la quarantena; e appena un secolo fa ci si rivolse alla derattizzazione e, molto dopo, alla cura con antibiotici come la streptomicina (isolata nel 1943) e la tetraciclina (1945, prima prescrizione 1948).

Certo, oggi siamo ben contenti che invece di pentimenti, mangiatori di fuoco e processioni, le epidemie vengano affrontate con l’educazione sanitaria e con profilassi e cure appropriate. Non abbiamo altra strada che confidare nelle scienze mediche e pretendere la corretta gestione delle informazioni e delle dinamiche sociali. È anche certo, però, che ci sarà sempre un bruto di turno (un coacervo di egocentrismo, ignoranza, malafede e bullismo) deciso a scatenare il panico per chiedere i pieni poteri, pronto a indicare untori plutocratici come i responsabili del coronavirus, e che vuole convincere la gente che lui lo può sconfiggere mettendosi in favore di telecamere e citofonando ai demoni delle epidemie per umiliarli, spaventarli e magari farli fuggire…

Di Isaia Iannaccone*

**Isaia Iannaccone, nato a Napoli, chimico e sinologo, vive a Bruxelles. Membro dell’International Academy of History of Science, è specialista di storia della scienza e della tecnica in Cina, e dei rapporti Europa-Cina tra i secoli XVI e XIX. È autore di numerosi articoli scientifici, di trattati accademici (“Misurare il cielo: l’antica astronomia cinese”, 1991; “Johann Schreck Terrentius: la scienza rinascimentale e lo spirito dell’Accademia dei Lincei nella Cina dei Ming”, 1998; “Storia e Civiltà della Cina: cinque lezioni”,1999), di due guide della Cina per il Touring Club Italiano e di lavori per il teatro e l’opera. Ha esordito nella narrativa con il romanzo storico “L’amico di Galileo” (2006), best seller internazionale assieme al successivo “Il sipario di giada” (2007, 2018), seguiti da “Lo studente e l’ambasciatore” (2015), “Il dio dell’I-Ching” (2017) e “Il quaderno di Verbiest” (2019)