Paesi occidentali che furono colonialisti duri e puri (alcuni continuano ad avere e a controllare possedimenti d’oltremare), si allarmano per la crescente presenza della Cina in Africa. Per quanto ne sappiamo, i Cinesi e gli Occidentali sono mossi da identici interessi economici (accesso alle risorse naturali africane e al mercato), e da una medesima visione geopolitica (conservare o aumentare la loro presenza nella regione). Differiscono soltanto nella filosofia con la quale legittimano i loro interventi: gli Occidentali, con un certo paternalismo, si sono dati la missione di far entrare l’Africa nella “modernità” e di accelerare lo sviluppo “democratico” delle sue istituzioni; i Cinesi ideologizzano le loro azioni in nome della solidarietà Sud-Sud e della tradizione afro-asiatica che promuove la cooperazione tra i Paesi che furono colonizzati dall’Occidente. La parola d’ordine che ispira queste due strategie è però sempre la stessa: aiutiamoli a casa loro!

C’è poi un aspetto squisitamente culturale. Al di là delle cifre snocciolate dagli esperti, l’idea che aleggia nei report e nei saggi del settore, è che l’allarmismo occidentale per la presenza dei Cinesi in Africa non derivi soltanto dalla competizione economico-politica, ma che ci sia anche una componente “emotiva”, una sorta di ius primae noctis africana di cui l’Occidente si arroga il diritto. Come dire: che ci azzeccano i Cinesi in Africa? Ebbene, cari Occidentali, i Cinesi ci azzeccano, eccome, in Africa, visto che anch’essi l’hanno frequentata con una certa regolarità sin dall’antichità.

Secondo Paul Pelliot (1878-1945), esploratore e orientalista di chiara e indiscussa fama, le relazioni tra la Cina e le popolazioni costiere dell’Africa orientale erano già intense durante la dinastia degli Han Orientali (Dong Han东汉, dal I al III secolo): egli cita “Weilüe” 魏略 (“Cronaca dello Stato di Wei”, redatta tra il 239 e il 265) in cui si dice che i Cinesi giunsero ad Alessandria d’Egitto. Come arrivassero allora i Cinesi in Africa è presto spiegato: una parte del tragitto era fatto per via terra o via mare fino a uno snodo commerciale (spesso l’isola di Ormuz, oggi in Iran), e poi si imbarcavano sulle navi dei “barbari”. Nel “Qianhanshu” 前汉书 (Libro degli Han Anteriori, che copre la storia degli Han Orientali dal 206 a. C. al 25 d. C.), è documentato l’invio di messi da parte dell’imperatore per «acquistare perle brillanti, pietre rare e prodotti esotici in cambio dei quali essi danno oro e sete varie … Le navi mercantili dei barbari li trasportano fino a che non arrivano a destinazione … L’imperatore Wang Mang 王莽mandò ricchi doni al re di Huangzhi 黄支, ricevendo da questo l’invio di un messo con l’incarico di portargli in omaggio un rinoceronte.” Va detto che se Huangzhi è identificato come l’Abissinia, restano dei dubbi che un animale grosso come il rinoceronte sia mai arrivato in Cina in quei tempi, date le difficoltà di trasporto tra terre così distanti.

Il primo nome che conosciamo di un cinese arrivato in Africa è Du Huan 杜环, un militare dell’esercito Tang che fu catturato durante la battaglia di Talas (nell’attuale Kazakistan) e che  viaggiò tra l’Eritrea e il Sudan prima di rientrare a Canton nel 762;  egli scrisse il “Jingxingji” 经行记 (Diario di viaggio) con la descrizione delle terre visitate e delle loro popolazioni.

La molla per viaggi cinesi oltre oceano fu, naturalmente, il commercio. Esso si amplificò in epoca Tang 唐 (618-907) e divenne regolare con la dinastia Song 宋 (960-1279). La Cina importava dall’Africa Orientale prevalentemente avorio, corno di rinoceronte, perle, incenso, ed esportava seta e ceramica (la cui tecnologia, a quei tempi, aveva toccato traguardi avanzatissimi). A causa del forte drenaggio di moneta metallica, di oro e di argento dovuto alle importazioni, si susseguirono editti che ordinavano ai mercanti di ricorrere al baratto e non all’acquisto. Nel 968, un editto imperiale imponeva l’ispezioni delle navi in partenza dalla Cina per controllare se ci fosse denaro a bordo, e per i trasgressori c’erano la confisca e la prigione e, in caso di somme rilevanti, anche la pena capitale.

Un secolo e mezzo dopo, con l’avanzare delle truppe mongole che avevano già conquistato il Nord della Cina, nel 1127 i Song si rifugiarono al Sud; la necessità di difendere le coste esposte agli attacchi dal mare, catalizzò il potenziamento della flotta cinese; contemporaneamente videro la luce alcune invenzioni e quelle migliorie tecniche che fecero della marineria cinese la più avanzata di qualunque civiltà coeva. Facciamo una lista di alcune queste invenzioni:

– timone a dritto di poppa (inventato in Cina nel I secolo, in Europa documentato a partire dal 1180);

– timone con fori per vincere la resistenza dell’acqua e facilitare i cambi di rotta anche a forti velocità (introdotto per la prima volta in Europa nel 1843 sulla nave Great Britain, utilizzato dai cinesi fin dal IX secolo);

– sistema di vele che si issano e si ammainano come veneziane, senza bisogno che i marinai si arrampichino sul sartiame, vele che possono essere spiegate parzialmente (come una veneziana alzata solo in parte);

– carrucole applicate al sartiame per rendere veloci e senza intoppi le manovre;

– divisione della stiva in compartimenti stagni (in Cina dal II sec. a. C., in Europa per la prima volta nel 1712) che rendevano l’imbarcazione insommergibile, e in più si poteva conservare fresco il pesce in un compartimento allagato appositamente);

– battelli a propulsione meccanica a ruota (prima menzione in Cina nel V secolo, in epoca Song fino a dodici ruote; in Europa nel 1685);

– navi blindate con lastre metalliche (in Cina XI secolo, in Europa XIX);

– navi armate di armi da fuoco come i lanciabombe.

Di navi così performanti ne beneficiò la dinastia mongola, gli Yuan 元 (1279-1368): galvanizzati dalle capacità delle navi cinesi, i mongoli attaccarono il Giappone a due riprese (1274 e 1281) ma, per imperizie tattiche, la loro flotta finì miseramente distrutta al secondo tentativo.

La presenza delle imbarcazioni e dei commerci dei Cinesi con l’Africa non passò inosservata. In “Kitab Ajaib al Hind” (Libro delle meraviglie dell’India) di Buzurg Ibn Shahriyar Ram’hurmuzi, viaggiatore, mercante e cartografo persiano del secolo X, si parla di una flotta cinese salpata nel 945, flotta che lo scienziato Al Biruni (937-1048) vide realmente sulla costa araba e descrisse in una sua opera geografica; Al Idrîsî, geografo, botanico e medico nella Sicilia dei re normanni (secolo XII), testimonia di una flotta cinese giunta nell’isola di Zanji (Zanzibar), i cui marinai, per il loro comportamento dolce ed educato, furono accolti dalla popolazione fino a fraternizzare con “relazioni intime” che diedero vita a moltissimi bambini di cui ancora oggi riconosciamo i discendenti per il colore “giallo” della pelle e per i tratti mongolidi; l’Atlante Catalano (1375) mostra nei dettagli navi cinesi nell’Oceano Indiano; la mappa di Fra Mauro (circa 1450) riproduce le navi-magazzino cinesi così come le descrisse l’esploratore di origine marocchina Ibn Battûta nel 1340 (navi da 2000-3000 tonnellate con seicento uomini di equipaggio, quattrocento soldati “abissini” per la difesa, molte cabine per ospitare i tantissimi passeggeri).

L’apice delle navigazione cinese verso l’Africa viene raggiunto in epoca Ming 明 (1368-1644). Sono diventati leggendari i sette viaggi dell’eunuco Zheng He 郑和, ammiraglio della flotta imperiale che, tra il 1405 e il 1433 compì traversate dell’Oceano Indiano e approdò almeno due volte in Africa: nel viaggio che durò dal 1413 al 1415 (al rientro,  venne introdotto in Cina il primo esemplare di giraffa), e in quello che si svolse tra il 1421 e il 1433. La flotta di Zheng He era composta da settanta imbarcazioni con complessivi trentamila uomini di equipaggio, la nave ammiraglia aveva nove alberi, era lunga 138 m, e larga 55 m (tanto per avere un’idea, le caravelle di Colombo che circa settant’anni dopo arrivarono in America, erano lunghe 30 m e larghe 8 m…).

Cosa rimane di questi antichi contatti tra la Cina e l’Africa?

Innanzitutto le molte descrizioni dei Paesi africani nei testi cinesi. Non è possibile qui farne il lungo elenco, mi limito a citare l’epoca Tang come la prima in cui fonti cinesi menzionano i «più remoti» Paesi dell’Occidente, e dunque l’Africa; dal XIV al XVI secolo si moltiplicano le descrizioni dei territori e delle popolazioni incontrate: citiamo ad esempio Brava (isola di Capo Verde, ciò testimonia che i Cinesi circumnavigarono l’Africa prima di Vasco da Gama), e Mogadiscio (Somalia). La prima pittura che ritrae un paesaggio africano è di epoca Song, un paesaggio dell’isola di Pemba (una delle tre isole dell’arcipelago di Zanzibar, in Tanzania) di Li Longlin 李公麟 (1049- c.1106).

Ci sono poi i ritrovamenti di monete e porcellane cinesi (molti i frammenti, pochi i reperti interi) sulle coste dell’Africa orientale, reperti in maggioranza databili dall’epoca Tang all’epoca Ming (dal X al XVI secolo); tali oggetti sono oggi conservati in alcuni musei africani (ad esempio a Mogadiscio e Nairobi) o in collezioni private. Due moschee, quella di Chwaka (sull’isola di Unguja, la più grande dell’arcipelago di Zanzibar) e di Mafui (una remota località della Tanzania), conservano decorazioni con ceramiche cinesi attorno al mihrab (nicchia per la preghiera). Piatti e frammenti di porcellana cinesi decorano anche numerose tombe africane la più antica delle quali è a Kaole in Tanzania (due di questi piatti, di epoca Yuan, furono rimossi e ora sono custoditi in Tanzania a Dar-es-Salaam, nel King George V Memorial Museum oggi National Museum.

Facendo un salto nel tempo, la forte presenza odierna della Cina in Africa è sintetizzabile, fra le tantissime opere nate per impulso cinese, nella mirabolante rete di trasporto su rotaia costruita ad Adis Abeba, capitale dell’Etiopia. Cominciata nel 2011 su progetto e realizzazione della China Railway Group Limited, e finanziata all’85% dalla China’s Export-Import Bank, è operativa dal 2015 e trasporta circa duecentomila passeggeri al giorno; la cifra non è soddisfacente in una città che conta sette milioni di abitanti tra centro urbano e comuni limitrofi, e questo mostra che diffidenze e abitudini non sono state ancora superate. Va detto anche che i Cinesi, che fino agli inizi del 2019 hanno complessivamente investito in Etiopia 12 miliardi di euro, hanno cancellato tutti gli interessi sul debito degli Etiopi.

Da un punto di vista disincantato, la presenza cinese in Africa è oggi ironicamente illustrata da una vignetta del caricaturista nigeriano Tayo Fatunla che rappresenta l’Africa affollata di autoctoni in mezzo ai quali sono presenti cinesi con i caratteristici cappelloni conici di paglia, e nel mare attorno al continente si scorgono le pinne degli squali …

Di Isaia Iannaccone*

**Isaia Iannaccone, nato a Napoli, chimico e sinologo, vive a Bruxelles. Membro dell’International Academy of History of Science, è specialista di storia della scienza e della tecnica in Cina, e dei rapporti Europa-Cina tra i secoli XVI e XIX. È autore di numerosi articoli scientifici, di trattati accademici (“Misurare il cielo: l’antica astronomia cinese”, 1991; “Johann Schreck Terrentius: la scienza rinascimentale e lo spirito dell’Accademia dei Lincei nella Cina dei Ming”, 1998; “Storia e Civiltà della Cina: cinque lezioni”,1999), di due guide della Cina per il Touring Club Italiano e di lavori per il teatro e l’opera. Ha esordito nella narrativa con il romanzo storico “L’amico di Galileo” (2006), best seller internazionale assieme al successivo “Il sipario di giada” (2007, 2018), seguiti da “Lo studente e l’ambasciatore” (2015) e “Il dio dell’I-Ching” (2017).