Pillole di Cina – Facciamo una partitina?

In Cina, Cultura by Isaia Iannaccone

Da alcuni anni, la Cina sta litigando con mezzo Oriente per il possesso di isole, isolotti e scogli vari del Mar Cinese Meridionale; su alcuni di queste terre emerse, con decisione unilaterale ha già piazzato basi navali e punti di approvvigionamento per imbarcazioni militari e mercantili, o piste di atterraggio per aerei; e fino al Mare di Oman la Cina è ufficialmente presente e operante in diversi porti di altre nazioni. C’è chi chiama questa strategia collier di perle, un modo per isolare dagli altri un territorio occupandolo con la propria presenza, cosa che richiama il gioco del weiqi.

 

Se qualcuno dovesse essere operato al cuore e invece di essere affidato a un cardiochirugo fosse messo sotto i ferri, che so, da un professore universitario di geografia o un mugnaio, oppure un idraulico, un geologo, magari un influencer o un culturista, di qualunque genere siano queste persone pensate sia una buona soluzione?

Lo chiedo perché per insegnare anche per meno di un anno scolastico ad alcune decine di studenti, bisogna avere molti anni di studio alle spalle, superare esami, concorsi statali, corsi di aggiornamento, valutazioni e visite ispettive durante il lavoro; e tutto ciò mi sembra normale. Ma per molti sembra anche normale che per governare durante cinque anni sessanta milioni di persone non venga richiesta nessuna preparazione specifica, né prove di abilità, e nemmeno esperienza che se solida può valere come lo studio e se coniugata con esso è il top. Invece, improvvisarsi cardiochirurghi o legislatori oppure governanti sia assurdo e pericoloso ce lo insegna il weiqi.

Cominciamo dall’inizio.

Il weiqi è uno dei più antichi giochi da tavola del mondo, ha un’origine leggendaria ma comincia a essere citato a partire dal sec. V a. C. e già allora gli viene attribuita una vetustà di almeno tremila anni. In Occidente è diventato famoso come go, il nome in giapponese, ma la sua origine, è senza alcun dubbio cinese.

Dapprima diamo un colpo d’occhio ai caratteri o sinogrammi che indicano il weiqi 圍棋 (semplificato 围棋). Il primo, wei, è formato da una recinzione (che si pronuncia wei e dà la fonetica all’intero carattere) dentro la quale è conservato e protetto il cuoio morbido (che si pronuncia anch’esso wei e rafforza la pronuncia); imessi assieme formano, appunto, il nostro wei  che significa circondare. Il secondo carattere, qi è anch’esso formato da due parti: il legno (mu ), e qi che era il nome di un setaccio che separava la paglia dal grano (lo si vede bene nel sinogramma: un contenitore dal cui fondo escono in modo controllato e separato due prodotti differenti). Per quanto detto, non ci si meravigli se weiqi è il nome cinese che designa il gioco che ha per scopo il circondare, isolare e dunque controllare e proteggere dagli assalti dell’avversario il maggior numero di zone di una scacchiera. Non parlerò delle sue regole perché sono facilmente reperibili on-line, ma piuttosto cercherò di sintetizzare la filosofia che c’è dietro al weiqi.

Il gioco si svolge su un ripiano di forma quadrata (potremmo dire “la scacchiera”) dove sono tracciate 19 linee orizzontali e 19 linee verticali; i luoghi importanti non sono le caselle ma i punti di intersezione delle 19×19 linee, ossia 361 incroci, un numero uguale a quello dei punti dell’agopuntura nel corpo umano, punti essenziali dove scorre l’energia e dove s’incontrano spazio e tempo. I pezzi del weiqi sono chiamati pietre (shi ), i giocatori sono due e hanno a disposizione pietre nere (yin) o pietre bianche (yang) costituite da pezzi circolari che sembrano grosse lenticchie biconvesse. La loro dimensione è tale che quando sono contigue nei punti vicini di intersezione, esse si sfiorano ma non si toccano.

A differenza degli scacchi dove all’inizio del gioco la scacchiera è quasi per metà occupata dai pezzi schierati e alla fine è praticamente vuota, nel weiqi si comincia con il ripiano completamente vuoto e la partita si conclude con esso pieno di pezzi: si procede cioè dal vuoto al pieno, concetto taoista che enuncia come l’essere, all’inizio della vita, sia indifferenziato, e poi via via che cresce prende forma: You sheng yu wu 有生於無 (quello che ha una forma nasce da ciò che non ce l’ha). Attenzione, però, il concetto di vuoto che abbiamo in Occidente è differente da quello cinese che è considerato comunque percorso da energie che si accumulano in determinati punti. Sul ripiano del weiqi, i punti più energetici sono messi in evidenza da un cerchietto inchiostrato in nero. Questi punti particolari sono utilizzati quando i giocatori hanno livello differente di abilità: il più forte accorda al più debole di mettere da due a nove pietre supplementari su questi punti speciali il che dà a questi un vantaggio strategico notevole perché lo scopo della partita non è vincere facilmente ma dimostrando finezza e capacità: si applica, dunque, il principio che non bisogna indebolire il più forte ma rafforzare il più debole. Una sorta di tenzone cavalleresca che tende a mettere in evidenza il primato dell’intelligenza e non la brutalità della forza.

La partita viene iniziata dal giocatore che ha le pietre nere (negli scacchi iniziano i bianchi); egli ne piazza una in un punto qualunque dei 361 della “scacchiera”, seguito dall’avversario che posiziona una bianca in uno dei 360 punti rimanenti, e così via. A differenza del gioco degli scacchi dove i pezzi vengono mossi continuamente, le pietre del weiqi, una volta piazzate non si muovono più dal punto prescelto tranne se sono catturate. E qui sta la terza differenza con gli scacchi: lo scopo principale non è tanto catturare pietre avversarie, bensì delimitare circondandola con le pietre del proprio colore, e dunque metterla in sicurezza, un’area più o meno grande della scacchiera nella quale l’avversario non potrà più posizionare le proprie pietre. Vince chi isola più aree.

Ora, con l’aiuto di alcuni dati che ho preso saccheggiando la letteratura scientifica, facciamo un po’ di calcoli. Quando inizia la partita, il nero ha 361 intersezioni su cui sistemare la propria pietra; il bianco risponde contando su 360 punti possibili, e la partita continua con i giocatori che sulla scacchiera posizionano a turno una pietra alla volta. È stato calcolato che tutte le combinazioni realizzabili di botta e risposta sono di 15×10767, ossia 15 seguito da 767 zeri, una cifra che solo zio Paperone saprebbe pronunciare usando l’unità di misura del fantastiliardo; per gli scacchi, questa cifra è di 1067 combinazioni fattibili di mosse, il che spiega perché i computer possono calcolarle, giocare e minacciare la superiorità umana mentre davanti al weiqi titubano e non c’è alcuna sicurezza che vincano, anzi è quasi sempre vero il contrario.

Ci si chiede, allora, come riesca il cervello umano, con i suoi “solo” 1011 neuroni e 1027 sinapsi, a risolvere le tantissime situazioni strategiche del weiqi meglio del computer. La risposta la danno i più antichi manuali dello stesso weiqi che risalgono al III sec. a. C.: nel gioco sono importanti la logica creativa, il senso artistico e quello dell’armonia (puro taoismo!, invece che puro Vangelo!, esclamerebbe Kit Carson se fosse cinese). Tra i consigli che si leggono in questi manuali ci sono, ad esempio, frasi del tipo: «Se l’avversario attacca in un angolo, tu rispondi in un altro», in altri termini, spiazzalo! Oppure: «Le forme che mancano di armonia sono contrarie ai principi estetici, dunque all’inizio della partita il colpo più efficace è quello che produce la disposizione più armoniosa», ossia, la configurazione più elegante è quella vincente. Si suggerisce anche di posizionare le pietre sulla scacchiera tenendole fra le dita come un pennello da calligrafia, e muovere la mano come se si volesse tracciare un carattere cinese: l’eleganza del gesto, la scelta sulla scacchiera del punto che conferisce maggiore energia, e l’interazione grafica della pietra con lo spazio e con le pietre già sistemate sono molto importanti per dare una visione armoniosa e generale all’intera partita, e suggerire una strategia vincente.  Sono certo che siamo d’accordo nel ritenere che il computer, di armonia ed eleganza non ne sappia molto.

Ora facciamo un salto nell’oggi. Da alcuni anni, la Cina sta litigando con mezzo Oriente per il possesso di isole, isolotti e scogli vari del Mar Cinese Meridionale (China Files vi ha dedicato più di un’analisi); su alcuni di queste terre emerse, con decisione unilaterale ha già piazzato basi navali e punti di approvvigionamento per imbarcazioni militari e mercantili, o piste di atterraggio per aerei; e fino al Mare di Oman la Cina è ufficialmente presente e operante in diversi porti di altre nazioni. C’è chi chiama questa strategia collier di perle, un modo per isolare dagli altri un territorio occupandolo con la propria presenza, cosa che richiama il gioco del weiqi. Dunque, la Cina non praticherebbe l’occupazione geopolitica in modo massiccio e disordinato come hanno fatto per esempio gli USA che anche con l’uso delle armi hanno imposto basi militari in tutto il mondo, ma avrebbe studiato una disposizione graficamente armoniosa dei punti da occupare sul Pianeta che altro non è che una immensa scacchiera. Se questo aspetto della corsa alla conquista del mondo che la Cina pratica in concorrenza con le altre superpotenze è in linea con la visione portata avanti dal weiqi, in questi ultimi anni assistiamo però alla trasformazione della Cina in tigre, quest’ultima ben lontana dalla Cina-panda che voleva un grande giocatore di weiqi, Deng Xiaoping (1905-1987): negli anni Ottanta spingeva il proprio Paese a fare profilo basso per inserirsi nella competizione per l’egemonia mondiale. Per spiegarsi, egli ricorreva a una frase de L’arte della guerra del più famoso stratega della storia cinese, Sunzi 孫子  (semplificato孙子, secoli VI-V a. C.): «Nascondere il fulmine e nutrire l’oscurità»; ossia: per arrivare alla vittoria finale, non bisogna procedere con battaglie impegnative che scoprono subito il potenziale a disposizione (come invece suggerì milletrecento anni dopo un altro stratega di fama, l’occidentale Carl von Clausewitz, 1781-831, e come sembra oggi fare Xi Jinping che procede molto spedito nel delimitare le zone di influenza cinese), ma bisogna competere valutando costantemente la situazione, prevedere i problemi adattandosi e procedere gradualmente utilizzando  soltanto le risorse necessarie al momento, senza mettere a terra tutte le carte. È esattamente questa l’attitudine che deve avere il buon giocatore di weiqi.

In ultima analisi, non tutti possono giocare al weiqi. Solo l’uomo raffinato, colto, che ha studiato i classici, la calligrafia, la pittura, la musica, conosce e sa dosare le proprie abilità è in grado di vincere; l’uomo comune è destinato a perdere la partita.  È un po’ quello che avviene per un professore universitario di geografia, un ingegnere, un mugnaio, un idraulico, un geologo, etc.: si sa già che essi non ne capiscono di cardiochirurgia e che, se ci provano, compiranno un macello sul povero cardiopatico. Dunque, che non ci tentino nemmeno a operarlo! Né tantomeno provino a governare un Paese se non ne hanno la preparazione.

Mettiamocelo in testa: uno non vale uno…

Di Isaia Iannaccone*

**Isaia Iannaccone, nato a Napoli, chimico e sinologo, vive a Bruxelles. Membro dell’International Academy of History of Science, è specialista di storia della scienza e della tecnica in Cina, e dei rapporti Europa-Cina tra i secoli XVI e XIX. È autore di numerosi articoli scientifici, di trattati accademici (“Misurare il cielo: l’antica astronomia cinese”, 1991; “Johann Schreck Terrentius: la scienza rinascimentale e lo spirito dell’Accademia dei Lincei nella Cina dei Ming”, 1998; “Storia e Civiltà della Cina: cinque lezioni”,1999), di due guide della Cina per il Touring Club Italiano e di lavori per il teatro e l’opera. Ha esordito nella narrativa con il romanzo storico “L’amico di Galileo” (2006), best seller internazionale assieme al successivo “Il sipario di giada” (2007, 2018), seguiti da “Lo studente e l’ambasciatore” (2015), “Il dio dell’I-Ching” (2017) e “Il quaderno di Verbiest” (2019)