Mica è facile praticare l’autarchia. Ma ci pensate, fare tutto da soli, magari con forze esterne che cercano di mettervi i bastoni fra le ruote? Un lavoraccio!

La Storia offre molti esempi di autarchia intesa come autorafforzamento; essa è stata obiettivo di diverse nazioni in particolari momenti critici. Paesi sottoposti a embargo di materie prime, oppure a esosi dazi per importarle, hanno spinto in diverse epoche alcuni governi ad adottare politiche autarchiche.

Fra questi Paesi è la Cina. Fu proprio Mao Zedong a coniare la parola d’ordine “Contare sulle proprie forze!”; così, come la scritta “Hollywood” spicca da lontano sul monte Lee in Los Angeles, anche in Cina fino agli anni ’80 si vedeva scolpito lo slogan maoista in caratteri giganteschi su alcuni picchi cinesi. “Contare sulle proprie forze!” era nello stesso tempo monito e rassicurazione che nonostante le chiusure internazionali al governo comunista, il lavoro e l’impegno dei Cinesi avrebbero con orgoglio superato ogni difficoltà. E difatti, lo slogan complementare era “L’uomo vince il Cielo”, ossia: se vogliamo possiamo fare qualunque cosa.

Fra i tanti esempi di autarchia praticata in Cina, mi soffermo su due casi: il primo è squisitamente culturale, il secondo pragmaticamente economico. Mi riferisco all’introduzione della Chimica in Cina, e alla corsa per produrre chip.

Cominciamo!

La situazione è la seguente: nella seconda metà dell’Ottocento, dopo le umilianti guerre dell’oppio che la ridussero in ginocchio, e i “trattati ineguali” che le imposero condizioni svantaggiose, la Cina divenne terreno di conquista per le potenze coloniali occidentali. Subito dopo, Francia, Inghilterra, Germania, Stati Uniti, Italia, Portogallo (già insediato a Macao dalla metà del secolo XVI), Russia, Austria-Ungheria e Belgio si divisero parte del territorio cinese imponendo leggi e privilegi a discapito degli autoctoni. La consapevolezza di essere strutturalmente, tecnologicamente e militarmente inferiori agli stranieri, spinsero i burocrati che di fatto dominavano il regime imperiale cinese ad avviare il cosiddetto “autorafforzamento” che venne perseguito per tre decenni a partire dal 1860. Uno degli obiettivi dell’autorafforzamento era quello di scoprire il “segreto” che stava alla base della potenza militare straniera: in pratica cercare di possedere cannoni, corazzate e armi letali da inserire nel contesto tradizionale cinese. Una semplice politica volta ad acquistare armi e strumenti si rivelò inefficace perché mancavano gli uomini preparati ad utilizzarli. Così, nacque la necessità di impadronirsi della cultura scientifica occidentale per formare una classe di funzionari “fidati e moralmente orientati” che prendessero le redini dello sviluppo scientifico e tecnologico.

Fra le discipline da acquisire “all’occidentale” ma da trasformare “alla cinese”, ci fu la Chimica, allora nascente, evolutasi dopo un dibattito che partiva da lontano, dall’alchimia, e passava per gli enciclopedisti, la rivoluzione francese, gli scienziati dei Lumi (Antoine Lavoisier, uno dei padri della Chimica moderna, venne ghigliottinato nel 1794), e il proliferare della scoperta di nuovi elementi che man mano riempivano le caselle lasciate vuote della geniale tavola periodica ideata nel 1869 da Mendeleev.

Per sinizzare la Chimica, per prima cosa bisognava scriverla non con i simboli che stavano diventando internazionali, ma con i caratteri cinesi. Come fare? La soluzione venne dall’ufficio di traduzione dei testi scientifici occidentali, che si trovava in Shanghai presso una compagnia che si occupava di acquisti di macchinari stranieri; colui che inventò un metodo razionale di traduzione fu Xu Shou 徐寿 (1818-1884), un eminente studioso con cui collaborò il missionario protestante inglese John Fryer (1839-1928). L’idea di base fu quella di assegnare agli elementi chimici  un carattere (o sinogramma) che contenesse una parte fonetica  che suggerisse la prima sillaba del suo nome europeo, e una parte significante che indicasse se l’elemento appartenesse a una delle seguenti categorie: metallo (jin , oro), non metallo (shi , pietra), liquido (shui , acqua), gas (qi , aria). Facciamo  esempi: lo zinco Zn, essendo un metallo divenne xin  (vedete? la prima parte del carattere è jin); l’arsenico As, non metallo, fu tradotto come shen (nel carattere c’è “pietra”); un liquido, il bromo Br, divenne xiu  (a sinistra, “acqua”); e He, il gas raro Elio, in cinese suonò come hai (c’è qi). Alcuni elementi conosciuti sin dall’antichità, come Ferro, Oro, Rame, Argento, rimasero con il nome tradizionale cinese usato da più di due millenni.

Tra il 1870 e il 1872 Xu Shou pubblicò i “Fondamenti di Chimica” nel quale presentò 67 elementi, formule e nomenclatura in lingua cinese. Proliferarono anche riviste scientifiche di divulgazione. Non vi tedierò entrando nei dettagli di questo sistema ma non posso esimermi dal notare che non era semplice da trasmettere: le formule si rivelarono complicate (tanto per fare un solo esempio: solfato di Sodio Na2SO4, in cinese diventava 鈉二養硫三 naeryangliu yangsan), e per la complessità della fonetica della lingua cinese, in diversi casi se si sbagliavano gli accenti nel pronunciare i caratteri della formula, si rischiava di indicare un composto per un altro. Mi fermo qui e vi evito la nomenclatura degli ioni, dei sali non ossigenati, degli ossidi, degli idruri, degli ossidi, ecc. E, per non farvi interrompere stizziti la lettura di questa Pillola, non mi azzardo a parlarvi della complessità con cui vennero tradotte in lingua cinese le lunghe e complicate formule di chimica organica, e la nomenclatura dei composti organici, senza contare le rappresentazioni delle reazioni chimiche.

Questo tipo di autarchia culturale durò quasi un secolo anche se le difficoltà si accrebbero quando dal 1949 in poi, con la convinzione di facilitare l’alfabetizzazione di centinaia di milioni di cinesi lasciati da sempre nell’ignoranza, il governo comunista procedette alla semplificazione dei caratteri. La nomenclatura chimica, dunque, ebbe la sua semplificazione, e si dovettero cambiare i caratteri di moltissimi elementi e composti. Va da sé che la fine dell’embargo economico e politico e l’apertura tra gli anni Settanta e Ottanta del Novecento della Cina al mondo, provocarono l’osmosi dei saperi, e parve evidente che quel coraggioso esperimento linguistico che avrebbe dovuto “autorafforzare” la cultura scientifica cinese, non reggeva il paragone con la praticità del linguaggio scientifico internazionale. Oggi, se aprite un libro di chimica in lingua cinese, la nomenclatura e le formule seguono prevalentemente i simboli e le norme internazionali IUPAC (International Union of Pure and Applied Chemistry), anche se – soprattutto in alcuni dizionari specialistici – si incontrano ancora le invenzioni linguistiche di Xu Shou e John Fryer.

Veniamo adesso al secondo esempio di autarchia cinese, quella dei microprocessori detti chip multi-core, essendo un core un insieme di circuiti dotati di memoria, capaci di eseguire autonomamente dei programmi.

Vi confesso che, essendomi io formato in un’epoca in cui la comunicazione era affidata al tam-tam e ai segnali di fumo, tanto che l’unico modo in cui oggi so scrivere gli sms sul telefonino è usando un solo dito indice, di chips ne so poco. Ma sono informato sul fatto che la Cina, nonostante il veloce progresso tecnologico che ha dimostrato di sapere spingere alla velocità della luce, ha, per parafrasare gli specialisti, un tallone di Achille nel campo della costruzione dei chip core, per approvvigionarsi dei quali dipende ancora da fornitori europei e americani.

Dato l’embargo che gli U.S.A. hanno messo in atto per fermare la vendita dei chip  ai giganti cinesi delle comunicazioni e del 5G (Huawei, Xiaomi, Zte), per “autorafforzarsi” in questo settore strategico da cui dipendono non soltanto le comunicazioni ma l’intero comparto high-tech e il futuro di ogni Paese, la Cina ha reagito: nell’autunno del 2018, il colosso dell’e-commerce cinese, Alibaba, ha fatto sviluppare da una sua controllata un microprocessore specializzato per le intelligenze artificiali, e rilascia licenze a coloro che vogliono procedere in questo settore. Nel mercato dei chip con gli occhi a mandorla sono entrate anche anche Tencent (che ha sviluppato Wechat), Horizon Robotics, YMTC, Jiangsu Changjiang Electronics Technology e Cambricon. Poi, la vistosa e inarrestabile penetrazione della Cina nel continente africano tra aiuti a governi disastrati e a economie stagnanti, cancellazioni di debiti, nonché la costruzione di infrastrutture strategiche senza pretendere aggravi di questi debiti, hanno permesso alla Cina di stringere rapporti economici con i Paesi che in Africa hanno importanti giacimenti di metalli pesanti, quelli utili a costruire i chip.

Accusata di spionaggio industriale e di tecniche aggressive di marketing, la Cina non demorde, e “l’autorafforzamento dei chip” continua a essere uno dei suoi obiettivi strategici. C’è da chiedersi, però se la scomparsa dall’ottobre 2020 dalla vita pubblica dell’ex professore universitario di Inglese e ora miliardario Jack Ma, tra i fondatori di Alibaba e suo presidente fino al 2019, abbia qualcosa a che fare con i chip. A quanto se ne sa, Mister Ma sarebbe accusato di monopolio (i siti che ha fondato, tra i più visitati al mondo non si contano quasi più, e numerose sono le holding associate), dunque forse è in “rieducazione”; oppure le sue posizioni contro la censura di internet in Cina con in più il fatto che molte delle sue imprese abbiano anche soci americani, lo ha reso sospettabile di agire contro gli interessi nazionali, e quindi potrebbe essere stato eliminato dalla scena pubblica.

Magari, niente di tutto questo: i maligni pensano che egli sia in viaggio di piacere in qualche paradiso segreto e in questo momento, più che autorafforzare i chip stia autorafforzando la sua privacy.

Vallo a sape’!

Di Isaia Iannaccone*

**Isaia Iannaccone, nato a Napoli, chimico e sinologo, vive a Bruxelles. Membro dell’International Academy of History of Science, è specialista di storia della scienza e della tecnica in Cina, e dei rapporti Europa-Cina tra i secoli XVI e XIX. È autore di numerosi articoli scientifici, di trattati accademici (“Misurare il cielo: l’antica astronomia cinese”, 1991; “Johann Schreck Terrentius: la scienza rinascimentale e lo spirito dell’Accademia dei Lincei nella Cina dei Ming”, 1998; “Storia e Civiltà della Cina: cinque lezioni”,1999), di due guide della Cina per il Touring Club Italiano e di lavori per il teatro e l’opera. Ha esordito nella narrativa con il romanzo storico “L’amico di Galileo” (2006), best seller internazionale assieme al successivo “Il sipario di giada” (2007, 2018), seguiti da “Lo studente e l’ambasciatore” (2015), “Il dio dell’I-Ching” (2017) e “Il quaderno di Verbiest” (2019)