Mozi, chi era costui?

Vissuto una sessantina di anni dopo Confucio, Mozi 墨子(Maestro Mo, circa 430-390 a. C.) era il capo di una setta di gentiluomini che intendevano creare una società egualitaria fondata sulla mutua assistenza, sull’altruismo e sul bene comune. Mozi condannava l’accumulazione delle ricchezze, lo spirito di lucro, le armi, la potenza militare e la guerra che considerava come una forma di brigantaggio. Propagandava, invece, il rispetto delle leggi, la frugalità, il timore delle divinità e, anticipando di più di duemila anni Friedrich Engels (L’origine della famiglia e della proprietà privata e dello stato, 1884) considerava l’egoismo familiare come causa dei litigi e dei conflitti. I moisti vivevano in miseria e, pur dichiarandosi pacifisti, intervenivano ben armati e preparati allo scontro interponendosi fra gli eserciti in guerra per separarli, o s’impegnavano a difendere le città attaccate.

Questa setta, una vera e propria scuola filosofica, molto popolare per circa due secoli dalla sua fondazione, si estinse poco prima dell’unificazione della Cina (221 a. C.) lasciando alla storia della scienza sofisticate osservazioni sull’ottica, alla storia della filosofia l’arte della retorica, e alla fantasia popolare l’idea che si può essere nonviolenti usando la violenza. Un esempio di questo contraddittorio modo di vedere il proprio posto e la propria azione nella società, la ritroviamo più tardi in Cina a cavallo dei secoli XVII e XVIII in un’altra setta segreta che, questa sì, ha lasciato e ancora lascia la sua graffiante impronta. State a sentire…

Se vi dicessi che oggi non ho molto tempo da dedicarvi perché devo velocemente indossare la «castagna lessa» prima di «aprire il palcoscenico» per decidere a chi «lavare il corpo e le orecchie» o, almeno, «spazzare via il vento favorevole» mi prendereste per pazzo? Fareste bene. E io sarei incauto a parlare in questo gergo in codice a chi, come voi, non è un iniziato… Iniziato? Ma iniziato a che? Alla Triade, diamine, la potente società segreta cinese!

Secondo la tradizione, la Triade nacque durante il regno dell’imperatore Kangxi (1662-1722) della dinastia “barbara” Qing fondata dai Manciù che nel 1644 avevano conquistato la Cina debellando i Ming. L’origine ideologica della setta è politica: i fondatori furono un gruppo di monaci buddisti esperti in arti marziali che dapprima favorirono la caduta dei Ming, ma poi, esautorati da qualunque incarico e addirittura perseguitati dai nuovi regnanti, divennero una forza di resistenza per restaurare la tradizione cinese e rimettere sul trono i Ming. La contrapposizione tra i regnanti mancesi e le associazioni cinesi religiose e non, è evidenziata dalle leggi promulgate nel Grande Codice Qing: esse vietavano alle persone di sesso maschile, sane e valide, di riunirsi in numero superiore a venti, e agli anziani in numero superiore a quaranta; chi avesse violato questa legge sarebbe stato punito con lo strangolamento. A queste disposizioni fu in seguito aggiunto il Grande Editto che proibiva processioni, suonare gong e tamburi, recitare in pubblico preghiere, sutra e formule magiche ritenute responsabili dell’indolenza, della frivolezza e del malcontento dei contadini; inoltre, venivano giudicati criminali quegli uomini che, invece di dedicarsi al lavoro per il bene della società, passavano il loro tempo in occupazioni improduttive e parassitarie come la preghiera e la meditazione. Quest’ultima chiosa stimolò la Triade a introdurre nel proprio codice di comportamento una regola che ricordava che i fondatori della setta erano stati monaci buddisti, e che quindi gli adepti avrebbero dovuto avere nei confronti di monaci e monache un atteggiamento di rispetto e di collaborazione.

Dunque, per i Qing le credenze religiose ed eterodosse erano associate a idee sediziose, così i monasteri erano considerati sede di oppositori di estrema pericolosità. La roccaforte della Triade sarebbe stato il monastero di Shaolin nella provincia meridionale del Fujian. C’è da dire che nei documenti d’epoca, nel sud della Cina appaiono citati ben cinque differenti monasteri buddisti dal nome Shaolin, tutti nel Fujian, ma la loro ubicazione era sconosciuta e, se si fanno salve alcune evidenze archeologiche dalla decodificazione ancora incerta, fino a oggi si potrebbe ipotizzare l’esistenza soltanto di uno di questi monasteri.

Però, nella provincia Henan nel nord della Cina, un monastero di Shaolin in cui ancora oggi s’insegnano le arti marziali, non solo esiste ma è famosissimo, ed è meta agognata per pellegrini buddisti, per aspiranti atleti e turisti. Di esso sappiamo tutto, ad esempio che fu fondato nell’anno 497, ne conosciamo la lista degli abbati sin dal fondatore il monaco buddista indiano Baituo, sono documentate le distruzioni e le ricostruzioni del monastero, la letteratura è ricca di storie vere e di leggende che lo riguardano, e la sua prosperità attuale la deve alla pratica del kung-fu per la quale sono numerosissimi gli stranieri che ogni anno vi si recano per apprenderla dai monaci-combattenti.

Le prime menzioni di pratiche fisiche e arti marziali a Shaolin, legate all’insegnamento buddista (di per sé inequivocabilmente votato alla nonviolenza), sono documentate a partire dal VII secolo. C’è da dire che sia il buddismo che il taoismo raccomandavano sin dalle loro prime formulazioni una serie di attività e di pratiche igieniche che avevano per scopo il benessere fisico e spirituale, ad esempio la dieta vegetariana, un certo tipo di respirazione durante la meditazione, movimenti del corpo volti a riequilibrare e controllare le energie degli organi e dei tessuti, l’astinenza sessuale per conservare il soffio vitale, etc. In queste pratiche hanno le radici il qigong e il taijiquan che coniugano movimenti e respirazione, ora molto in voga anche in Occidente.

Insomma, con le fondamenta nel teoricamente pacifico buddismo, la Triade cinese si sviluppò come società di autodifesa dai soprusi delle Autorità, per esercitare il mutuo soccorso tra gli adepti, e per portare avanti un programma politico di liberazione dalla dominazione straniera. Il fatto che i fondatori fossero monaci, non escluse, sin dall’inizio, l’uso di metodi violenti, anzi nella scia di una ribellione motivata e giustificabile, il pensiero buddista funse da catalizzatore per “l’invenzione” e lo sviluppo delle arti marziali come noi le conosciamo. Che poi oggi la Triade, perduta la spinta ideologica iniziale, si sia trasformata in una associazione segreta i cui scopi sono criminali tanto da essere chiamata “mafia cinese”, è un’altra storia. La Triade – anzi, le Triadi perché ormai l’organizzazione originaria è scissa in una decina di gruppi indipendenti sparsi su ogni continente – sono società perseguite dalla legge; nel 1949 il governo comunista le proibì e le bandì, ed esse si attestarono soprattutto a Hong Kong e nel sud-est asiatico. Forti di un’organizzazione capillare, con una catena di comando piramidale e ricche di rituali e gergo che richiamano quelli della Triade originale, le Triadi sono divenute una delle punte avanzate del crimine internazionale.

E, a proposito di gergo della Triade, ritornando a quanto sopra scritto, «castagna lessa», «aprire il palcoscenico», «lavare il corpo e le orecchie», «spazzare il vento favorevole», secondo uno studio del 1900 significano, nell’ordine: “pantaloni”, “tenere una riunione”, “uccidere”, “mozzare un orecchio”. E se mai voleste farvi una fumatina di oppio, dovreste chiedere di farvi «masticare le nuvole», ma spero per la vostra salute e per evitare di finanziare il narcotraffico, che siate scevri da questo desiderio.

Di Isaia Iannaccone*

**Isaia Iannaccone, nato a Napoli, chimico e sinologo, vive a Bruxelles. Membro dell’International Academy of History of Science, è specialista di storia della scienza e della tecnica in Cina, e dei rapporti Europa-Cina tra i secoli XVI e XIX. È autore di numerosi articoli scientifici, di trattati accademici (“Misurare il cielo: l’antica astronomia cinese”, 1991; “Johann Schreck Terrentius: la scienza rinascimentale e lo spirito dell’Accademia dei Lincei nella Cina dei Ming”, 1998; “Storia e Civiltà della Cina: cinque lezioni”,1999), di due guide della Cina per il Touring Club Italiano e di lavori per il teatro e l’opera. Ha esordito nella narrativa con il romanzo storico “L’amico di Galileo” (2006), best seller internazionale assieme al successivo “Il sipario di giada” (2007, 2018), seguiti da “Lo studente e l’ambasciatore” (2015), “Il dio dell’I-Ching” (2017) e “Il quaderno di Verbiest” (2019)