Parlare di Londra perché Pechino intenda: il dibattito sui microblog

In by Simone

(In collaborazione con AGICHINA24)
La “Lega contro i rumors”, in meno di tre mesi di vita, ha toccato i punti nevralgici dell’opinione pubblica sui nuovi media. Per tutta l’estate i principali quotidiani cinesi hanno preso posizione sulla possibilità di stabilire un’etica e una forma di controllo sui microblog. L’esempio era quello delle proteste di Londra, ma le opinioni degli editorialisti erano indirizzate a Pechino.
È nata il 18 maggio 2011, conta (secondo l’enciclopedia cinese online Hudong) già trentamila membri e ha fatto molto parlare di sé. È la “Lega contro i rumors” (intesi come dicerie: piyao lianmeng), network di microbloggers che punta dichiaratamente a «purificare l’ambiente dei microblog» stanando e denunciando pettegolezzi infondati e false notizie, considerati alla stregua di un «virus» e colpevoli di «incoraggiare la diffidenza tra le persone e di diffondere odio, paura e sospetto».

Secondo i fondatori della “Lega”, i microblog – come Sina Weibo in Cina o Twitter in Occidente – sono la piattaforma ideale per la diffusione di voci incontrollate che gli utenti ri-twittano senza verificarle, in una catena infinita. Quando le informazioni sono false e riguardano emergenze sociali e sanitarie o scandali politici, generano – secondo il network – panico e rabbia di massa, mettendo a rischio la sicurezza di tutti.

A questo “movimento” il Renmin Ribao, con l’editorialista Yang Jian, ha dedicato un articolo che ha suscitato commenti e generato, direttamente e indirettamente, un dibattito sul microblogging che è durato tutto il mese di agosto. C’era forse da aspettarselo se, come scrive Yang all’inizio del suo pezzo, il 10 agosto, «la “Lega contro i rumors”, in meno di tre mesi di vita, ha toccato i punti nevralgici dell’opinione pubblica dei nuovi media».

L’autore afferma che la sua fondazione ha scatenato dubbi e controversie sul tema dei social media: «Come si devono intendere i microblog? Devono essere considerati come media in senso proprio oppure come voci di strada? Si può pretendere da essi il rispetto degli standard pretesi dai media tradizionali? Le dicerie diffuse dai microblog non rischiano di portare alla luce le carenze di questi mezzi, con conseguenze negative per la loro stessa esistenza?».

Yang Jian ha le idee chiare almeno su qualcuno di questi punti. «Alcuni credono che i microblog siano come una grande casa da tè dove ci si può incontrare a parlare, ma in realtà questa piattaforma di espressione, che conta 195 milioni di utenti, possiede certamente le caratteristiche distintive dei mezzi di comunicazione di massa. I microblog sono poi diventati una importante fonte di notizie per altri media. In questo quadro, non si può evitare di porsi il problema di quali siano i principi etici su cui poggiano i microblog».

Secondo Yang infatti, poiché tutti gli utenti possono diffondere senza controllo notizie di ogni tipo a una platea virtualmente infinita, devono agire con la stessa responsabilità richiesta ai giornalisti: «Non sono soltanto i professionisti dei media a dover prestare attenzione alle notizie che vengono diffuse via microblog. Anche chiunque diffonda informazioni con queste piattaforme deve impegnarsi a cercare la verità».

In un sistema in cui «non si può contare troppo sull’autodisciplina del singolo», per fortuna vigila «l’occhio acuto delle masse» e «nessuno riesce a truffare tutti per sempre». Soprattutto, dice Yang, quando esistono movimenti che mirano a disciplinare chi inquini la rete con informazioni false. La “Lega”, per l’editorialista, «è un tentativo di promuovere l’autopurificazione dell’opinione pubblica e favorisce l’espressione razionale e la partecipazione ordinata delle persone. Essa è la manifestazione del senso di responsabilità sociale dei cittadini».

Certo, ammette l’autore, la “Lega” non è stata accolta bene da tutti gli utenti di microblog. Questo, secondo Yang, dipende però solo dal fatto che «alcuni personaggi, in alcuni casi, l’hanno usata come un pretesto per controllare gli oppositori, nascondere gli errori o sopprimere le opinioni diverse».

Nonostante la sua simpatia per i purificatori dei social media, l’editorialista conclude magnificando le sorti del microblogging: «Lo sviluppo dei microblog è solo all’inizio. Sebbene le discussioni che vi appaiono siano molto eterogenee, e sebbene a volte il bene sia nascosto dal male, in generale non si può non riconoscere ad essi il merito di potenziare il diritto dei cittadini di essere informati, di manifestare, di partecipare, di esercitare il proprio scrutinio». Con qualche cautela, che ha però il sapore dell’avvertimento: «Per un nuovo mezzo di comunicazione in via di sviluppo è necessario perseguire la verità. Se gli utenti dei microblog sono ragionevoli, ottimisti, moderati e se chi gestisce i microblog lo fa secondo principi di buona amministrazione e moderazione, i microblog diventano strumenti positivi di sviluppo sociale».

Il panegirico del Renmin Ribao per la “Lega contro i rumors” è suonato stonato a molti netizen, che proprio sui microblog si sono chiesti se il movimento sia davvero spontaneo come dichiara di essere. All’indomani dell’articolo di Yang, l’11 agosto, il Nanfang Dushi Bao risponde esplicitamente pubblicando un editoriale firmato dalla redazione. «Le dicerie, nel contesto di un libero flusso di notizie, collassano su se stesse», senza il bisogno di gruppi per “l’autopurificazione” della rete. «La verità – scrivono – emergerà finalmente da sola, se la società comincerà a credere e dare valore alla capacità di giudizio autonomo di ciascuno e a rispettare la possibilità delle persone di informarsi ed esprimersi».

Non chiama invece in causa il Renmin Ribao uno dei più recenti editoriali pubblicati sul tema, quello del giornalista Lu Pin. Il 31 agosto, sempre sulle colonne del Nanfang Dushi Bao, il tema dei microblog viene ripreso a partire dalla “calda” estate britannica e dalle dichiarazioni del premier David Cameron sulla necessità di bloccare gli attivisti violenti che comunicano attraverso i social media. È del giorno prima un articolo dell’agenzia Xinhua chiede alle società online e alla polizia di fare di più per ripulire la rete dalle “dicerie tossiche”, ma l’autore non vi si sofferma. Né fa cenni alla situazione cinese. Ma sembra parlare di Londra perché Pechino intenda.

«I disordini di questa estate hanno generato commenti sui media di tutto il mondo. Lo Huanqiu Shibao ha lodato il cambiamento dell’atteggiamento inglese sul controllo dei social media. Dopo alcuni giorni, Caijing ha scritto che Cameron smentiva l’interpretazione delle sue parole fatta dai giornali cinesi, spiegando che il suo intento era quello di impedire ai responsabili di attività criminali di utilizzare i social media per progettare le loro azioni, ma che non aveva certo intenzione di bloccare i microblog».

Il fatto è che, secondo Lu, «il primo ministro non può fare quello che crede, perché il sistema di checks and balances britannico richiede il sostegno del pubblico su provvedimenti come quello sui social media. Il governo ha il potere di bloccare tramite provvedimenti d’urgenza un numero telefonico o un sito, ma simili misure scatenerebbero la pressione dell’opinione pubblica e i controlli della politica».

Lu Pin non crede sia giusto mettere sotto controllo i social media. Per due ragioni: «Innanzi tutto, non è detto che il controllo sarebbe efficace. Le ricerche realizzate sui due milioni e mezzo di tweet postati nei giorni dei disordini mostrano che la maggior parte dei messaggi era di critica nei confronti dei manifestanti, e non certo di incitazione alla rivolta. Inoltre, dopo essersi opposti ai disordini, i cittadini di Londra hanno organizzato le attività volontarie di “pulizia” della città proprio attraverso i social media».

La seconda ragione sta nel «rischio di abuso di potere». Durante la “primavera araba”, «Cameron, come altri leader occidentali, ha denunciato i governi che hanno bloccato internet o messo sotto controllo i social media, dicendo che questi provvedimenti minano la libertà di espressione». Perché allora pensare a misure simili per la sua Gran Bretagna?

Per l’editorialista, la maggioranza degli inglesi avrebbe timore che, «una volta messi sotto controllo i social media, governo e polizia potrebbero applicare uguali misure anche per manifestazioni e assemblee di protesta di normali cittadini, erodendo così il loro diritto di espressione».

La marcia indietro di Cameron sarebbe la dimostrazione che il sistema britannico funziona, perché può contare su un regime di checks and balances efficace. «Si può dire che il governo britannico generalmente rispetta la libertà dei suoi cittadini. La società però non crede che il suo governo sappia sempre autodisciplinarsi e mantenere l’equilibrio tra la difesa della sicurezza dei cittadini e il rispetto della libertà di espressione. Per questo i cittadini esercitano il controllo sul governo con strumenti legislativi e di opinione pubblica. Se un governo appare perfetto, spesso è perché i cittadini non credono che possa essere sempre perfetto».