Giusto per nominare alcuni dei primati di cui Sumatra si può vantare: il lago Toba, il più grande del sud est asiatico, sarebbe stato teatro, qualcosa come 73000 anni fa, di un’eruzione vulcanica talmente imponente da cambiare la traiettoria evolutiva dell’umanità per sempre. E ancora, il vulcano Krakatau, 40 km al largo delle coste di Sumatra, nell’eruzione del 1883, fece registrare un’esplosione che si considera più forte di quella provocata dalla bomba di Hiroshima. E per fare un salto di qualche decennio, la provincia settentrionale di Aceh è stata la più colpita dallo tsunami del 26 dicembre 2004, generatosi in seguito a un terremoto al largo dell’oceano indiano che nella sola Banda Aceh fece 300.000 morti, polverizzando 800 km di costa.

Messe così le cose ci sarebbero tutti motivi per cambiare destinazione e invece no, sarebbe uno sbaglio lasciarsi scappare un viaggio in quello che è che è conosciuto come “l’ultimo luogo sulla terra” per l’estrema varietà della biodiversità, il numero di specie ancora sconosciute e di quelle in via di estinzione.

Nella sua imponente e incostante natura, Sumatra regala coste e arcipelaghi di isole meravigliose in parte ancora incontaminate, vulcani attivi e foreste pluviali tra le più impenetrabili del pianeta. E’ in queste foreste che si nascondono le ultime colonie orangutan, 6.600 esemplari circa di primati sparsi in diverse zone, ma anche di tigri, elefanti e rinoceronti. Animali di una bellezza stupefacente, la gente (Oran) della foresta (Hutan) condivide più del 95% del patrimonio genetico umano, in pratica una nostra fotocopia pelosa. Sono visibili in cattività nei 25.000 chilometri quadri di foresta pluviale concentrati al centro dell’isola che fanno parte dei tre principali parchi nazionali: Gunung Leuser, Karinci Seblat e Bukit Barisan e nei molti centri di recupero nati negli ultimi anni e gestiti da volontari e organizzazioni locali e internazionali.

Il luogo più comodo da cui partire alla scoperta degli Orango è la cittadina di Bukit Lawang, circa 100 km dalla capitale Medan, dal quale partono dei tour nella foresta che possono durare da poche ore ad alcuni giorni. La sopravvivenza di questi animali è messa però in pericolo dal veloce ridursi del loro habitat naturale, la foresta pluviale che viene sottratta ai primati per ospitare la coltivazione dell’olio di palma, ingrediente ancora onnipresente in gran numero di prodotti di uso quotidiano dagli alimenti ai cosmetici. L’Indonesia è infatti il primo produttore mondiale di olio di palma e Sumatra da sola ha regalato il 70% delle proprie foreste a questo genere di coltivazione e a quella della gomma.

Essendo sparse per tutta l’isola non avrete difficoltà a ritrovarvi in una delle immense piantagioni di olio di palma, gestite da latifondisti, per lo più indiani e malesi, fornitori delle grandi multinazionali globali che utilizzano olio di palma per i propri prodotti. Un giro non sarà facile da organizzare, anzi quasi impossibile, ma lambirle solo dall’esterno vi darà un’idea di come questo genere di coltivazione possa impattare l‘ecosistema, non solo ambientale locale.

L’olio di palma si ricava dal frutto della palma da olio e dal palmisto (estratto dai suoi semi). La sua è una monocoltura invasiva che obbliga alla conversione di ampie aree della foresta pluviale o di quelle precedentemente adibite ad altre coltivazioni. Per preparare il terreno alla coltivazione dell’olio di palma e per ripulire nuove porzioni di foresta si usa la tecnica dello “Splash and Burn”, il cui utilizzo è cresciuto in modo esponenziale dal 1997 al 2014. Si tratta di fatto di appiccare incendi in modo continuo e disordinato nelle zone di foresta e torbiera. Oltre a sottrarre terreno all’habitat naturale di molte specie animali, l’uso di questo metodo, molto utilizzato dai contadini di Sumatra e di Kalimantan perché veloce e poco costoso, provoca fenomeno di haze, la  foschia tossica che sale dagli incendi.

Annus horribilis è stato il 2015 quando, oltre all’intera Indonesia, anche Singapore e Malesia sono rimasti per due mesi avviluppati in una coltre di fumo provocata dagli incendi che hanno distrutto 2 milioni di ettari di foresta e che ha portato i livelli di CO2 registrati nell’atmosfera a livelli record, provocando un’alzata di scudi a livello internazionale contro il governo indonesiano, colpevole di non riuscire a controllare i roghi.

Il fenomeno dello Splash and Burn ha avuto un’eco così profonda da animare il lavoro di un collettivo di artisti guidati dall’artista lituano Ernest Zacharevic che nel 2015 ha avviato l’omonimo progetto dal suo studio di Penang in Malesia. Sono stati così creati murali e installazioni di artisti di rilievo nel panorama della street art internazionale che stanno facendo il giro del mondo per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla questione dei danni porvocati dall’olio di palma.

Attualmente le cose vanno però meglio, Jakarta ha vietato l’utilizzo di questa tecnica e implementato sistemi di controllo ma rimane comunque difficile operare un sistema di prevenzione su tutto il territorio nazionale.

Recentemente al centro della mobilitazione internazionale, mossa dalla pressione di organizzazioni non governative ambientaliste sia locali sia globali, il settore dell’olio di palma sta conoscendo tentativi di regolamentazione. Nuovi standard per la produzione sono nati, ad opera di iniziative multistakeholder che uniscono coltivatori, NGOs, rappresentanti delle comunità locali e grandi aziende nel tentar di dare un’impronta più sostenibile a un’industria che da sola avrebbe un potenziale distruttivo da grande primato, appunto.

Un viaggio a Sumatra, seppur possa sembrare un corso di sopravvivenza, non fa altro che misurarci con i limiti del nostro modello di sviluppo e farci riflettere sulla necessità di trovare soluzioni alternative per noi e per i nostri parenti primati.