Sono nato in un hutong di Pechino, in vicolo del Tofu, nella parte ovest della città . Poi i miei genitori si sono trasferiti, prima nel Dongbei, dove abbiamo vissuto in una foresta e poi nello Xinjiang, dove abitavamo in un fabbricato di case a schiera in stile sovietico. Ho abitato in un dormitorio e, in seguito, in una casa scavata in terra e coperta con foglie di alberi. Quando l’abbiamo lasciata è stata trasformata in un porcile. Lo scorso settembre, il primo libro in lingua cinese di Ai weiwei viene pubblicato dalla Guangxi Normal University; la versione in vendita ha passato la cesoia dell’ufficio di propaganda, mentre quella integrale sembra verrà pubblicata l’anno prossimo ad Hong Kong.

Il libro raccoglie articoli, commenti, recensioni e interviste che questo caleidoscopico personaggio cinese ha creato negli anni tra il 2005 e il 2008. Sono per la maggior parte pubblicati sul suo blog, che oggi è pure oggetto di un altro libro in lingua inglese pubblicato in aprile, “Ai Weiwei’s Blog: Writings, Interviews and Digital Rants, 2006-2009”, che ne traduce i post. Da quando il blog, nel 2009, è stato chiuso dalle autorità, usa i centoquaranta caratteri di Twitter per esprimersi e comunicare con il mondo. Ora e qui è il titolo del volume in cinese – «此时此地, Time and Place», (Guilin, 2010) – disponibile presso numerosi siti web tra cui amazon.cn, taobao o quello della Xinhua. Lo hanno letto in molti, soprattutto giovani.

In Cina per molti Ai Weiwei è colui che ha disegnato il Nido, cioè lo stadio e l’ideogramma delle Olimpiadi di Pechino del 2008, che è poi il simbolo o forse già simulacro, con il quale il paese cerca di rilanciare la sua immagine bonaria fuori ma soprattutto dentro la Cina, dove mira a rafforzare quel sentimento popolar-nazionalista che contraddistingue questa etnia, nel guardarla da vicino. Per altri, è il rappresentante vivente di una possibilità altra, di una speranza. Per tutti, è una figura quasi mitica: un personaggio che viene identificato a fatica con il rosso o con il nero. Da sempre in effetti, lavora in questa direzione, evitando di crearsi scomodi vincoli che lo limitino ad un settore specifico – architettura, arte o scrittura. Dal libro ci parla un Ai Weiwei già maturo delle diverse esperienze fatte, che ha vissuto l’America, visto l’Europa e che vede con chiarezza i diversi aspetti di una realtà molto contraddittoria.

È la realtà della Cina che ritrova al suo ritorno, all’inizio degli anni novanta. È una realtà secondo lui innaturale, dove l’uomo ha perso qualsiasi forma di contatto con se stesso e con lo spazio che vive, e di conseguenza, la capacità di sviluppare le possibilità possibili. La Cina che lui trasmette è un paese in cui manca una discussione aperta e autentica, manca autocoscienza, manca teoria estetica: manca il senso del bello nel senso più originale e semplice. E di qui, manca la capacità ad una vita umana, naturale, vera, quella che si dovrebbe vivere Ora e qui: rispettando il tempo e il luogo, comprendendo chiaramente come stiamo vivendo noi e la nostra società.

Secondo Ai Weiwei una “società armoniosa” è quella in cui possono coesistere tutte le “disarmonie” e possono trovare lo spazio tutte le contraddizioni e le diversità. Parla di tutto in maniera diretta e semplice, arrabbiata e drastica, fiduciosa e disillusa allo stesso tempo. Chiara, su quello che vuole significare e denunciare. Tra questi scritti, di un Ai Weiwei non ancora “terrorista numero uno” agli occhi del partito, non ancora famoso “attivista per i diritti umani in Cina” agli occhi dell’occidente, non ancora censurato, non ancora esaltato, non ancora incarcerato e scarcerato, e poi picchiato e poi di nuovo incarcerato per ottantuno giorni senza notizie ufficiali, si trova una buona base di partenza per tentare di interpretare il suo pensiero e le sue opere di oggi, il suo agire qui e ora.

Di seguito, la traduzione del pezzo che fornisce il titolo al libro, scritto da Ai Weiwei il 13 agosto 2006.

Sono nato in un hutong di Pechino, in vicolo del Tofu, nella parte ovest della città . Poi i miei genitori si sono trasferiti, prima nel Dongbei, dove abbiamo vissuto in una foresta e poi nello Xinjiang, dove abitavamo in un fabbricato di case a schiera in stile sovietico. Ho abitato in un dormitorio e, in seguito, in una casa scavata in terra e coperta con foglie di alberi.

Quando l’abbiamo lasciata è stata trasformata in un porcile. Quando sono andato in America ho vissuto in scantinati e in case di amici e quando sono tornato a Pechino ho abitato in un siheyuan [lett. Abitazione di quattro lati, tradizionali costruzioni cinesi, caratterizzate da un cortile centrali e stanze disposte sui quattro lati] . Ora vivo nel mio studio.

In pratica ho vissuto in tutti i tipi di costruzioni immaginabili, comprese le pensioni familiari durante i viaggi in Europa. In Italia ho dormito in una casa che era lì da trecento anni, arredi compresi. La casa in cui vivo oggi mi piace, […] è uno spazio flessibile. […] Amo le cose “semplici”, sono più dirette. Anch’io sono una persona semplice e non ho bisogno di saggezza e filosofia per affrontare le cose che mi capitano; forse sono fortunato. Anche per l’architettura o il design d’interni mantengo un’analoga semplicità; confido nell’istinto e nelle conoscenze del mestiere per terminare un lavoro.

Mi bastano materie prime e tecniche rudimentali per essere contento. È come in cucina: non sempre c’è bisogno di mischiare spezie e aggiungere odori. Anche una verdura lessa ha un suo sapore. La qualità, il colore e il sapore sono il frutto del sole, dell’aria e della terra. […] Il mio design ha una caratteristica: lascia un margine, uno spazio e un una possibilità. Credo che la libertà sia questa. Non mi piace impormi agli altri; se permettiamo alle forme e allo spazio di tornare alla loro origine, raggiungeranno la più grande libertà. A questo non va aggiunto niente altro.

Uno spazio ha una sua dignità e una propria anima che non può essere cancellata anche se contiene solo una lampada, una sedia e un bicchiere. Perché modellarlo? […] I sentimenti non possono essere certo disegnati da un designer. È come quando passeggi in riva al mare e raccogli belle conchiglie e sassi interessanti. Quando guardi una sedia che ha centinaia di anni, provi curiosità, puoi addirittura arrivare a percepire le abitudini degli antichi, i loro pensieri; ma non per questo la devi esibire. Una sedia antica non ha altro valore che questo.

Non voglio essere influenzato. Ho molti libri e conosco abbastanza bene l’arte antica cinese. Il mio impegno ora è dimenticare giada, legno e bronzo per evitare di percorrere una strada già percorsa e di dire cose già dette. Voglio avere uno sguardo nuovo ogni volta. “Questo momento e questo luogo” non sono sostituibili. In qualsiasi opera d’arte, di architettura e di design, l’”ora e qui” – questo momento e questo luogo – è l’elemento principale. […] Ho scritto dello spazio e delle emozioni che scatena. Lo spazio è strano, è materia ma, allo stesso tempo, è impalpabile come l’anima. Molti pensano che gli spazi alti e grandi, sono i migliori. In verità questo non è importante.

Anche gli spazi piccoli hanno il loro “sapore”, così come quelli bassi o quelli stretti. Ogni spazio ha una serie di particolarità che si trasformano in possibilità. In Cina non ho mai visto designer bravi. Spesso manca loro una concezione chiara dell’“ora e qui”. Non esprimono l’epoca in cui viviamo, quella che abbiamo passato e quella che affronteremo, ma sono comunque orgogliosi di se stessi e della propria arte. […] A me non interessano fama e profitto perché credo che qualsiasi tipo di valutazione è soggetta a condizioni fortemente limitate. Possono darti gloria e onori, e te li possono sottrarre. […] Non mi interessa l’opinione della gente, anch’io ne faccio parte.[…] Non ho rimpianti perché non mi sono mai impegnato molto in passato.

Ho realizzato di aver fatto molte cose solo dopo averle fatte. Mi ricordo della prima casa che ho costruito, solo dopo averla terminata mi sono reso conto di essere un architetto. […] Non riconosco i miei errori, penso che così doveva essere, che così ha voluto il cielo. Se non faccio in tempo a capirli, come faccio ad essere soddisfatto? Se le analizzo per bene, forse ho fatto solo cose belle. […] Un mondo interessante è un mondo in cui le persone sanno dire con sicurezza cosa gli piace. Se tutti seguissero ciecamente le mode, questo mondo sarebbe troppo noioso. La vita è il cammino di ognuno verso il proprio luogo, è fare delle cose secondo la forma-mentis di ognuno. Fare ritorno a se stessi è la cosa principale, ma è anche la più difficile. Dopo anni di lotta, difficoltà e impoverimento, dopo l’esilio del pensiero, la degenerazione educativa e il declino dell’estetica, la realtà è già danneggiata.

Essere se stessi come si era in origine è difficile, ma è fondamentale.