Oggi in Cina – Corruzione esercito, Xi: “Tornare a Mao”

In by Gabriele Battaglia

Corruzione nell’esercito: per la leadership il problema è troppo diffuso. Legge anti-spionaggo: la Cina ha varato una legge onnicomprensiva che prende di mira anche le Ong. Il presidente taiwanese Ma Ying-jeou si schiera con Hong Kong e a favore della democrazia in Cina. La questione etnica cinese: cosa succede in Xinjiang e Tibet? I nuovi think tank. CORRUZIONE NELL’ESERCITO, SI TORNA A MAO
La corruzione nell’esercito popolare di liberazione è così diffusa che circolano parecchi dubbi sul fatto che possa affrontare una guerra.
L’ultimo preso con le mani nel sacco è Xu Caihou ex vice presidente della Commissione militare che ha confessato di aver accettato una somma di denaro “estremamente grande” per favorire delle promozioni.
E così, dopo un inchino e la deposizione di una corona di fiori alla statua di Mao Zedong, dopo avere condiviso il rancio con i soldati, il presidente cinese Xi Jinping, è intervenuto alla conferenza politico-militare di Gutian ribadendo uno dei punti chiave della teoria militare del Grande Timoniere: l’esercito dipende dal Partito più che dallo Stato e deve essere degno dell’eredità di tutti coloro che si sono sacrificati per la costruzione della nuova Cina. Gutian è proprio il luogo dove, 85 anni fa, Mao teorizzò la natura dell’Esercito Popolare di Liberazione come "esercito di Partito" anziché "esercito nazionale".
Oggi si riparte da lì, dopo gli ultimi casi di corruzione che hanno coinvolto altissimi graduati. Ma la versione è modernizzata: fedeltà alla linea, sì, ma anche efficienza, perché la compravendita dei gradi all’interno dell’esercito ha elevato a ruoli chiave totali incompetenti. Insomma, maoismo più competizione.
E così, il presidente dice che “la capacità di combattimento è l’unico criterio per valutare le truppe e gli ufficiali, la cui promozione dipenderà dalla loro capacità di guidare i soldati e vincere le battaglie". Ma attenzione: Le forze armate devono "tornare e fare pieno uso delle loro nobili tradizioni politiche", ha aggiunto Xi. Tradizioni che comprendono una rigorosa disciplina e "il sacrificio allo spirito rivoluzionario".
Si è detto di Xi che è più vicino a Mao che ai suoi recenti predecessori. Probabilmente lo è, ma in un disegno con più sfaccettature: maoismo, nazionalismo, capitalismo e un pizzico di Confucio, ci sembra la sintesi più calzante.

LEGGE ANTI-SPIONAGGIO, OCCHIO ALLE ONG
La Cina ha varato una legge antispionaggio a tutto tondo. Precedentemente esisteva una legge sulla sicurezza nazionale, che ora decade con l’aggiunta delle nuove regole che la ridefiniscono. Nuove regole che, come da costume giuridico cinese, si sono rivelate precedentemente “efficaci” (Xinhua) nella pratica (in Cina, prima si sperimenta, poi si mette nero su bianco). Il disegno di legge specifica che saranno puniti sia le organizzazioni e i cittadini stranieri che svolgono attività di spionaggio o che istigano e sponsorizzano altri a svolgerle; sia le organizzazioni e i cittadini cinesi che spiano la Cina per conto terzi. La legge consente alle autorità di imporre a una organizzazione o a un individuo di smettere o cambiare attività considerate dannose per la sicurezza nazionale. In caso di rifiuto o mancato adeguamento, le autorità hanno il diritto di sequestrare o requisire tutte le proprietà dell’organizzazione o del singolo. Hanno anche facoltà di sequestrare o requisire qualsiasi dispositivo, somma, immobile, fornitura e proprietà collegato alle attività di spionaggio.
La legge in sé non dice tanto, ma c’è un certo timore che annunci un giro di vite sulle Ong e su singoli individui che rilascino dichiarazioni considerate “segreto di Stato”. Per questo motivo, Xinhua riporta che c’è stato un dibattito interno su come limitare i poteri delle autorità e la stessa legge stabilisce che "il lavoro di controspionaggio deve procedere a norma di legge, rispettare e garantire i diritti umani, nonché gli interessi giuridici dei cittadini e delle organizzazioni”. Alcuni legislatori, tra cui la viceministro degli Esteri Fu Ying (attenzione, è una dei soli tre cinesi che fa parte del gruppo Bilderberg), propongono di limitare e precisare meglio il concetto di “segreto di Stato”.

IL PRESIDENTE DI TAIWAN SI SCHIERA CON LA DEMOCRAZIA A HK (E IN CINA)

In un’intervista a tutto tondo con il NYT, il presidente di Taiwan Ma Ying-jeou ha espresso come già in precedenza, un velato supporto alle agitazioni pro-democrazia a Hong Kong, pur senza nominare il movimento Occupy o prendere le distanza da Pechino, con cui insiste sui rapporti commerciali. “Se la Cina continentale riesce a praticare la democrazia a Hong Kong, o a diventare essa stessa un po’ più democratica, allora saremo in grado di ridurre la distanza psicologica tra gli abitanti delle due sponde dello Stretto di Taiwan”, ha detto Ma. Il presidente taiwanese si era già pubblicamente espresso sul tema il 10 ottobre, in occasione della festa nazionale di Taiwan, quando aveva detto che la Cina dovrebbe volgere la crisi hongkonghina in opportunità, sottolineando che anche Deng Xiaoping riteneva che diverse componenti della società cinese potessero evolvere con diversi tempi (“qualcuno si arricchirà prima di altri”). Quindi, perché non fare in modo che HK vada verso una “democrazia costituzionale” – così la definisce Ma – con tempi più accelerati rispetto al resto della Cina? Ovviamente, sottolineando questo percorso inevitabile verso la “democrazia costituzionale” anche per la Cina, Ma rivendica di fatto la bontà dell’esperienza taiwanese.
I media corporate occidentali hanno letto questa dichiarazione come “appoggio a Occupy”, ma l’impressione è che Ma mantenga equidistanza e si muova secondo precise priorità: la Cina non tollera intromissioni nelle proprie vicende interne e quindi si cerca di non irritarla; ma, d’altra parte, Ma deve far vedere a Taiwan di non essere troppo vicino a Pechino e suscitare il loro orgoglio di piccola Cina già democratica. 

LA QUESTIONE ETNICA CINESE
Che succede in Xinjiang (e in Tibet)? Al di là del circolo vizioso “repressione-attentato-repressione”, la Cina cerca di risolvere la propria questione etnica con molte politiche quotidiane. Sempre ciondolante tra periodi di accentramento e decentramento, tra controllo autoritario e autonomie locali, Pechino ha creato una sorta di “fragile stabilità”, dice James Leibold, studioso della questione etnica cinese. E dunque, quali sono queste politiche? Finora sono stati applicati due modelli: 1) la creazione di un network di relazioni clientelari – 2) la segregazione e la messa in sicurezza. Funzionano sul breve, ma non sul lungo periodo. E con l’avvento di Xi Jinping, qualcosa è cambiato: ora si parla di "mescolanza etnica", cioè di politiche sperimentali per abbattere la segregazione e riunire le comunità insieme. E poi c’è la standardizzazione di alcune regole. Ma il successo non è comunque garantito. Infine una previsione: la Cina non farà mai la fine dell’Unione Sovietica. Ecco perché.

UN NUOVO TIPO DI THINK TANK

Ci vogliono think tank di tipo nuovo, dice Xi Jinping, utili al Partito e allo Stato. Insomma, il presidente cinese punta a creare centri studi efficienti, capaci di fare sia ricerca sia lobbying a livello internazionale, sul modello Usa. Si scopre così che la Cina ha più think tank degli Stati Uniti, ma che pochi di loro hanno qualche peso a livello internazionale. Anche in questo campo, dunque, c’è un problema di qualità della “merce”.

[Foto credit: news.cn]