Anche ieri in Myanamar sono stati aperti nuovi casi giudiziari contro diversi medici colpevoli di aver «partecipato alle attività del Cdm (Movimento di disobbedienza civile ndr) senza eseguire le cure mediche nei nosocomi assegnati, ma fornendo cure presso ospedali o cliniche private».

DOPO LE BOTTE, le intimidazioni, le minacce e gli arresti, le corti di giustizia birmane stanno mettendo sotto accusa adesso il personale sanitario – ogni giorno incriminandone diversi nuovi membri – utilizzando la sezione 505-A del codice penale che rende un crimine pubblicare o diffondere qualsiasi «dichiarazione, voce o rapporto… con l’intento di spingere, o che potrebbe spingere, qualsiasi ufficiale, soldato, marinaio o aviatore nell’esercito, nella marina o nell’aviazione, ad ammutinarsi o a ignorare o venir meno al proprio dovere in quanto tale». Per estensione si colpiscono anche i funzionari pubblici, dunque medici e infermieri – uomini e donne – che minerebbero la sicurezza nazionale prestando altrove la loro opera.

MENZOGNE OVVIAMENTE, anche perché i medici – avanguardia e primo settore statale a mobilitarsi dopo il golpe militare del 1 febbraio – hanno sempre stabilito turni per rispondere – pur avendo formalmente incrociato le braccia – alle emergenze ospedaliere. Ma l’occhiuto codice penale fa anche capire che medici e paramedici sono rei di aver soccorso chi era ferito o stava morendo magari in qualche casa privata dopo un attacco del sempre più feroce esercito birmano.

Sono storie di ordinaria dittatura quotidiana che si sommano agli eccidi mirati di chi protesta oramai da due mesi e mezzo in un Paese al collasso, dove l’economia è ferma, il sistema sanitario non è più in grado di far fronte alla pandemia (occupato com’è a curare i feriti delle manifestazioni) e dove avanza lo spettro di una guerra diffusa tra il centro e la periferia delle autonomie armate. Anche ieri l’Assistance Association for Political Prisoners documentava un morto e altre dieci vittime dell’altro ieri di cui solo giovedi si è avuta certezza.

IL BILANCIO DEL 15 APRILE dice 726 vittime e 3151 detenuti per aver partecipato alla proteste ma, avverte il sito, sono numeri facilmente per difetto. L’associazione rende anche noto che una nuova tecnica del regime è quella di utilizzare veicoli non registrati con targhe false per sfondare i cortei e arrestare manifestanti pacifici. Tra questi ancora medici o infermieri: A Mandalay ne sono stati ieri arrestati 6 durante una marcia di protesta guidata da operatori sanitari con i loro famigliari mentre, la sera prima, era stata attaccata un’ambulanza cui è seguito il fermo di tre sanitari. Nessun rispetto nemmeno per i luoghi religiosi, buddisti o di altro credo: ieri è stata attaccata la moschea di Sule a Maha Aung Myay (Mandalay). Un morto e diversi feriti tra cui un disabile.

Si allunga intanto lo spettro della guerra che interessa soprattutto le aree di confine dove sono attivi gli eserciti delle diverse autonomie regionali. Mercoledì pomeriggio due caccia dell’esercito birmano hanno effettuato attacchi aerei sulla cittadina di Momauk, nello Stato Kachin, costringendo i residenti a nascondersi nei rifugi antiaerei.

L’attacco – spiega il magazine birmano Irrrawaddy – è avvenuto mentre si intensificano gli scontri tra Tatmadaw e il Kachin Independence Army (Kia). Scontri iniziati domenica sempre a Momauk, dopo l’occupazione del Kia di una stazione di polizia e di un avamposto militare mentre raid sono segnalati anche sulla base di Alaw Bum, vicino al confine cinese (sempre nell’area di Momauk), che il Kia ha occupato il 25 marzo.

Di Emanuele Giordana

[Pubblicato su il manifesto]