Morte da straordinari, c’è anche un minorenne

In by Gabriele Battaglia

Qualche settimana fa, un ragazzo di 14 anni è morto dopo il turno di lavoro. Cause probabili: il superlavoro e un ambiente insalubre. In Cina, come in tutta l’area dell’Asia orientale, il problema del lavoro minorile sembra difficile da sradicare. Secondo un rapporto del 2010 sarebbero 113 milioni i bambini lavoratori. Oggi è la Giornata mondiale contro il lavoro minorile e la Cina si interroga sul caso di un quattordicenne morto in una fabbrica di Dongguan, una delle città simbolo della cintura manifatturiera cinese.

Era un lavoratore migrante, era minorenne, e i media si pongono ora il problema di come eliminare una volta per tutte un problema che in Cina ha spesso i connotati della piaga sociale e che rivela l’alto livello di diseguaglianza nel Paese formalmente socialista: da un lato “principini” figli della borghesia, che frequentano costose scuole internazionali; dall’altro, i minorenni, spesso di famiglia contadina, alla catena di montaggio.

Il fatto risale al 21 maggio. Il ragazzo, Liufu Zong, non si è più risvegliato dopo la nottata trascorsa nel dormitorio della Jinchuan Electronics, la fabbrica di elettronica dove lavorava dallo scorso primo marzo. Secondo i suoi compagni di stanza – riporta China Daily – era rientrato la sera prima alle 22:00 e tutto era apparso normale.

La polizia ha in seguito accertato che il giovane nascondeva le propria identità al datore di lavoro: ufficialmente si chiamava Su Longda e aveva 18 anni. Secondo il diritto del lavoro cinese, l’età minima per lavorare è 16 anni. Come spesso accade, era stata un’agenzia di intermediazione a reclutarlo per poi destinarlo alla Jinchuan. “Era per noi difficile determinare che il ragazzo fosse minorenne e in effetti assomigliava molto alla persona raffigurata sulla carta d’identità”, ha commentato Cheng Yun, direttore delle risorse umane della Jinchuan. L’uomo ha anche spiegato che la società ha circa 600 dipendenti, a cui se ne aggiungono altri 300 che hanno sottoscritto contratti con agenzie di lavoro interinale.

Quanto alle cause della morte, il padre del ragazzo, Liufu Kuanyuan, ha dichiarato ai media che suo figlio era perfettamente sano prima che si trasferisse a Dongguan (i media cinesi non specificano la località d’origine della famiglia). A suo avviso, suo figlio è morto di stenti: “Lavorava almeno quattro o cinque ore in più ogni giorno. Come può un 14enne sopportare questi ritmi?”. Liufu, che sentiva spesso il figlio al telefono, afferma di avere più volte consigliato al ragazzo di lasciare il lavoro.

La storia del giovane Zong sembra un film già visto. Aveva abbandonato la scuola a 12 anni per aiutare il genitore contadino a mantenere una famiglia composta da sei persone, tra cui un nonno ottantenne, due giovani fratellastri e una matrigna. Ha lavorato con il padre come muratore part-time nei villaggi vicini fino allo scorso febbraio, quando è andato a Dongguan con amici per cercare fortuna. Il primo marzo, l’ingresso alla Jinchuan. Il suo lavoro in fabbrica consisteva nel testare schede madri per computer. Veniva pagato 11 yuan (1,35 euro) l’ora, e in un mese accumulava fino a 50 ore in più di straordinari.

Chen Zhaocai, un parente di Zong che si sta occupando del caso per conto della famiglia, ha dichiarato a China Daily che imputa al superlavoro e all’ambiente di lavoro insalubre la morte del ragazzo. “Ne sono ancora più certo da quando la fabbrica ha impedito al padre del ragazzo di andare a vedere il suo posto di lavoro”, ha detto.

Tuttavia la fabbrica si difende affermando che il decesso potrebbe essere dovuto allo stile di vita dello stesso giovane: “Ho sentito dire dai suoi compagni di stanza che andava all’Internet café – dice Cheng Yun – e che di tanto in tanto non tornava neppure al dormitorio. Quando invece restava in stanza, finiva spesso spesso per giocare con il telefono fino a tarda notte”.

Il responsabile delle risorse umane riconosce tuttavia che l’azienda non fa agli interinali nessuna visita medica, limitandosi a chiedere alle agenzie di mandare “lavoratori sani”.

Una versione non esclude l’altra, in un gioco delle parti che riguarda danni e risarcimenti. I negoziati tra la famiglia e l’azienda sono per ora giunti a un punto morto. La Jinchuan offre 100mila yuan (poco più di 12.200 euro) come “sostegno per la famiglia in lutto”, a cui andrà aggiunto il risarcimento deciso dalle autorità di arbitrato. La famiglia di Zong non accetta meno di 1,2 milioni di yuan (circa 150mila euro).

Al di là del caso specifico, sono gli stessi media cinesi a denunciare che la regione Asia-Pacifico ha il maggior numero di bambini lavoratori nel mondo: 113 milioni su un totale di 215 a livello globale, secondo il “Rapporto Globale 2010 sul lavoro minorile” rilasciato dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo), l’agenzia dell’Onu che promuove la Giornata mondiale contro il lavoro minorile.

Si sottolinea inoltre che non sono disponibili dati ufficiali per quanto riguarda la Cina, mentre l’analisi di quelli relativi ad altri Paesi dell’area indicano che il lavoro minorile è più diffuso in agricoltura, seguita dai servizi e quindi dalle manifatture.

A oggi, l’Ilo collabora con il governo cinese per fornire ai minori più vulnerabili, già nelle scuole, un servizio di sostegno per potenziare le loro “competenze di vita” [life-skills]: tutte quelle informazioni di base necessarie a migrare in modo sicuro – se proprio necessario – e a trovare un lavoro decente.

Tuttavia, questa appare un’iniziativa di riduzione del danno in un contesto dove esistono ben altri problemi strutturali. Simrin Singh, un funzionario dell’Ilo che si occupa di lavoro minorile, spiega a China Daily che per eliminare il problema alla radice bisogna promuovere “valide politiche del lavoro, una diffusa applicazione della tutela legale per i giovani lavoratori, oltre a un sistema educativo di qualità fino all’età minima per entrare nel mondo del lavoro”.

Come spesso accade, in Cina, il problema non sono tanto le leggi, quanto la loro applicazione

[Scritto per Lettera43; foto credits: theatlantic.com]