Qiu Xiaolong è uno degli scrittori cinesi contemporanei più noti al mondo. Il merito è senza dubbio nella sua produzione, in grado di raccontare a chi non conosce la Cina alcuni aspetti dell’attualità più stringente del gigante asiatico: i suoi libri sono infatti gialli ambientati nella Cina contemporanea, sono basati su intrighi che solitamente hanno a che fare con temi «caldi» – la corruzione, le questioni legate a internet, al passato che ritorna o all’inquinamento – e hanno come protagonista l’amabile e colto ispettore capo Chen, sempre in bilico tra autonomia e dipendenza da amicizie importanti.

Il libro della serie appena uscito nelle librerie si intitola L’ultimo respiro del drago (Marsilio, pp. 239, euro 14) e affronta lo spinoso argomento dell’inquinamento delle città cinesi. Eppure il tema – già affrontato nel precedente Le lacrime del lago Tai (Marsilio, 2014) – questa volta non ha a che fare solo con l’insalubre aria cinese, bensì con le complicate strategie del partito comunista nel tentativo di affrontare l’argomento. Qiu Xiaolong è stato in Italia (appena ieri a Cuneo nell’ambito di Scrittori in città) e lo abbiamo intervistato. Nel suo libro si parla di un documentario. Il riferimento ricorda la vicenda di Under The Dome il documentario prodotto nel 2015 della giornalista cinese Chai Jing, cui è stata permessa la diffusione per alcuni giorni salvo poi essere censurato.

SULLE RAGIONI che lo hanno portato a scegliere questo tema Qiu Xialong, racconta di aver deciso per motivi anche personali. «Due tra i miei più cari amici hanno avuto un cancro ai polmoni. Non erano fumatori, erano abbastanza giovani. Ho cercato on line i dati sui morti per cancro ai polmoni in Cina e i numeri sono incredibilmente alti. È chiaro che non possiamo essere certi che il 100% di questi casi siano dovuti all’inquinamento ma è certo che ci sia un collegamento. C’è poi un altro aspetto: torno in Cina una o due volte all’anno e devo dire che le condizioni sono terribili. Amo passeggiare sulle sponde del fiume e non si vede niente tanto è l’inquinamento. Certo poi ogni tanto ci sono giornate di sole, ma sono poche».

E DI SOLITO coincidono con eventi importanti per il Pcc. E Qiu è d’accordo: «Assolutamente: improvvisamente c’è il cielo blu. Questo significa che se davvero volessero potrebbero risolvere il problema, ma è chiaro che non importa. Si dovrebbe mettere in discussione tutto il modello di sviluppo cinese». Ne «L’ultimo respiro del drago» c’è anche il tentativo di raccontare come il potere in Cina – spesso – utilizzi anche proteste o manifestazioni per fini propri. Argomento non semplicissimo da spiegare: su questo, dice Qiu Xiaolong, «Ho scritto due libri, uno ambientato a Wuxi, Le lacrime del lago Tai e quest’ultimo. Nel primo mi sono ispirato a un attivista che è realmente esistito e che è stato condannato al carcere. In questo nuovo libro a proposito del documentario di Chai Jing, di cui abbiamo parlato all’inizio e che ha influenzato il mio libro, ci sono state tante speculazioni sul perché sia stato fatto circolare seppure per poco e poi sul perché è improvvisamente scomparso. Ma l’autrice, subito dopo, era presente almeno on line, ora lei e il tema sembrano spariti dal dibattito. Credo che il governo cinese abbia aumentato molto il suo controllo, e non solo su questi temi». Certo, l’ispettore Chen ama citare Confucio. E viene da chiedersi come possa trovarsi con Xi Jinping che sembra voler recuperare proprio Confucio in questa Cina contemporanea. «Sono stato di recente a un istituto Confucio all’estero, ci dice lo scrittore shanghaiese, mi sembra che ne sappiano molto poco in verità».

E A QUESTO PROPOSITO, sulla «Nuova era» di Xi, Qiu Xiaolong sembra avere le idee chiare: «Per quanto mi riguarda la nuova era è iniziata con un cambiamento della costituzione con l’abolizione del limite dei due mandati (l’Assemblea nazionale cinese nel marzo del 2018 ha posto fine al limite dei due mandati per la carica di presidente della Repubblica ndr). Ora Xi Jinping può governare per quanto tempo vuole. Sto scrivendo ora il nuovo libro ed ha a che fare con le nuove tendenze autoritarie e quanto io chiamo il complesso imperiale cinese, qualcosa che mi pare stia tornando d’attualità in Cina. E per me è una cosa orribile. E per di più l’ispettore Chen dovrà indagare in incognito».

[Pubblicato su il manifesto]