Shinichiro Kumagai è il direttore della rivista mensile di politica internazionale Sekai (Il Mondo), pubblicata della casa editrice Iwanami Shoten dal 1946. Kumagai dirige la rivista dal 2018 e vi scrive dal 2007. Si è occupato molto del racconto dell’esperienza e della responsabilità giapponese nell’ultimo conflitto mondiale. La casa editrice Iwanami, fondata nel 1913, è tra le più famose del Giappone ed è nota soprattutto per la diffusione della cultura scientifica e letteraria. Nel corso della sua storia ha introdotto in Giappone nuovi formati di grande successo.

In Italia la carta stampata perde terreno in modo impressionante. Il Giappone al contrario ha ancora una forte circolazione con 44 milioni di copie vendute e oltre il 90 per cento di abbonamenti tra i lettori, anche se le vendite negli ultimi 5 anni sono calate ma dell’8 per cento. Perché la cultura del cartaceo è così forte?

Il vantaggio principale dei quotidiani giapponesi è il sistema di consegna a domicilio su scala nazionale. Ricevere il giornale ogni mattina fa ancora parte per molte famiglie della propria «infrastruttura» quotidiana. Anche il fatto che esista una certa differenza politica tra i giornali è un fattore che attrae così tanti cittadini.

Sul versante dei libri, invece, la situazione è critica. Amazon ha aperto in Giappone nel 2000 e da allora il numero di librerie si è dimezzato. Le vendite di libri e riviste sono scese del 45 per cento. Soprattutto le riviste hanno avuto un forte declino e negli ultimi anni la tendenza si è rinforzata. Non sappiamo ancora se abbiamo raggiunto il fondo, o se un fondo esista. Il giornalismo dei gruppi editoriali – che ruotano intorno ad un quotidiano ndr – per ora possono sopravvivere, ma quello dei periodici è sull’orlo dell’estinzione.

Quali sono gli elementi cardine dell’editoria giapponese?

Ci sono due elementi nel panorama librario che credo siano importanti. Uno è il sistema di rivendita «a prezzo mantenuto» nel quale gli editori controllano i prezzi della vendita al dettaglio; l’altro è l’esistenza di una grande diversità grazie alle oltre 3.000 case editrici.

I due fattori sono strettamente legati. Con i prezzi imposti su tutto il territorio non c’è stata praticamente concorrenza verso il basso sui prezzi. Questo è il contesto storico nel quale tante piccole case con una propria identità continuano a pubblicare. Allo stesso tempo, il mercato dell’usato è maturo. Jimbocho, dove è il nostro ufficio, ne è un esempio. Qui i prezzi sono bassi e in libera competizione e le esigenze di ogni lettore sono soddisfatte.

Questo ecosistema ora sta collassando. Il problema principale è che i grandi negozi in rete, come Amazon, attuano forti ribassi.

Quali nuovi trend emergono nelle abitudini di lettura dei giovani? Voi come avete reagito?

Gli articoli per i quali l’informazione digitale è superiore in termini di ricercabilità, portabilità e interattività vengono rimpiazzati dal digitale. È il caso dei concerti, degli annunci o delle storie brevi. Soprattutto le giovani generazioni transitano in modo flessibile.

Al contrario i libri con un gran numero di pagine e ricchi di contenuto sono ancora principalmente cartacei. Non tutti i libri saranno sostituiti dal digitale.

A breve la tecnologia ci permetterà di stampare libri a basso prezzo in base agli ordini e questo diminuirà gli inventari. Queste innovazioni ci permetteranno di difendere il libro cartaceo.

Come la rivoluzione digitale sta influenzando l’industria dell’editoria giapponese e il suo pubblico?

Il diffondersi della rete e degli smartphone porta via una risorsa finita dei lettori: il tempo, oltre a una parte di reddito. Il risultato è stata una brusca contrazione dell’editoria. Gli e-book sono convenienti, ma la distribuzione non è matura. L’editoria giapponese ha fallito nel sistema di vendita per i libri elettronici. Grossi sconti vengono fatti su base quotidiana, ma è dubbio che si tratti di un sistema sostenibile.

L’editore Iwanami shoten introduceva per prima i tascabili in Giappone nell’era Taisho (1912-1926), quando per la prima volta diversi giornali del paese superarono il milione di copie vendute al giorno, sono ancora un successo?

I tascabili e le novità hanno ancora un largo pubblico. Non a caso alcuni editori hanno cessato la produzione di hardcover e stampano solo tascabili. L’importanza del tascabile e delle novità sta nel mantenere qualità e nell’offrire libri di catalogo a prezzo basso. I bestseller che vendono milioni di copie sono necessari a salvare l’editoria dalla crisi attuale, ma non possono essere creati di continuo.

All’inizio della sua storia, nel 1870, la stampa quotidiana in Giappone serviva solo una piccola ed educata minoranza, non le masse. Nel tempo, però, ha aumentato i propri lettori e questi l’hanno sostenuta. L’ascesa del consumo digitale cosa comporta per la società e la democrazia giapponesi?

Il modo con cui l’informazione è distribuita è uno dei fattori che determina la forma della società. Possiamo vedere il mondo solo tramite i media. Per i media, inclusi quotidiani, riviste e Internet, la cosa più importante è assicurare libertà di parola e diversità di voci.

Per restare indipendenti cerchiamo di assicurarci il supporto di un sufficiente numero di lettori. Con l’ascesa della cultura digitale questo è diventato esattamente il punto.

Il ruolo dei media è pubblico, ma non può essere svolto dai burocrati, sarebbe illogico e in contrasto con l’indipendenza dell’informazione. Stiamo anche esplorando forme di giornalismo nel non profit, che supportiamo, ma il fattore primario è ottenere fiducia dai lettori e assicurare redditività tramite la diversità di voci e il controllo del potere.

L’informazione deve essere dei cittadini. Una società democratica non può funzionare senza un’informazione sufficiente, di alta qualità e che permetta libere scelte soggettive. L’esempio lampante è il Giappone di 75 anni fa. Quando il Giappone era impegnato in una guerra d’aggressione in Asia, durante la dittatura militare, l’informazione era completamente controllata e i fatti nascosti.

Anche in Giappone crescono la disparità economica e la povertà, oltre al cambiamento di abitudini di lettura causato dal mondo digitale. Lei vede un nesso con la diminuzione delle vendite?

C’è un nesso. Nessuno può consumare libri e giornali prima del cibo, della casa e delle spese mediche. Quest’anno il governo vuole aumentare l’Iva, e sono preoccupato per l’impatto sull’editoria dato che l’aliquota ridotta non si applicherà più a libri e riviste. Così si ridurrà ancora di più il potere d’acquisto dei lettori e aumenterà il prezzo dei libri. Potrebbe essere la spallata finale all’editoria come la conosciamo oggi.

[Pubblicato su il manifesto]