Si sono conclusi una decina di giorni fa in Cina gli esami di gaokao, assimilabili in qualche misura agli esami di stato alla fine delle superiori in Italia, ma con una capacità estrema di determinare il destino dei giovani che li sostengono, nonostante una serie di interventi del legislatore stiano cercando di mitigarne l’impatto.

Il gaokao è sempre stato ed è tutt’ora la bestia nera degli studenti cinesi: dal gaokao dipende la tua vita, si dice in Cina, e non è del tutto sbagliato. L’esame, in verità, ha subito e sta subendo una serie di riforme significative a partire dal secondo decennio del XXI secolo anche in termini di contenuti, tuttavia, almeno per ora, esso mantiene intatto il suo potenziale: le famiglie sostengono i figli con ogni sorta di attività integrativa pur di facilitarne il successo finale e la tensione di ragazzi e genitori è davvero palpabile.

Le strade intorno alle scuole in cui si svolgono gli esami vengono chiuse, eventuali attività rumorose vengono interrotte e sulle vie compaiono i cartelli: “Fate silenzio. È in corso l’esame di gaokao». Dal voto finale di questo esame dipende la possibilità di accedere ai migliori atenei del paese e quindi di assicurarsi un lavoro di prestigio, con buona remunerazione, assai probabilmente nelle aree più ricche e vivaci del paese. Per loro esplicita ammissione, gli studenti considerano il successivo percorso di studi all’università una sorta di passeggiata, rispetto agli anni che si sono lasciati alle spalle. Quest’anno, l’esame coinvolge complessivamente 9.750.000 ragazzi di età compresa tra i 17 e i 18 anni, 350.000 in più rispetto all’anno precedente.

E poi? La scelta degli Atenei dipende, appunto dall’esito di questo esame, cui si applicano una serie di correttivi che tengono parzialmente in conto la provenienza da aree svantaggiate degli studenti.

Ma sono davvero i migliori coloro che accedono alle Università migliori?

Il tema è di forte attualità in Cina, dove il livello di istruzione garantito in città come Pechino e Shanghai non è in alcuna misura paragonabile a quello offerto in aree più povere del paese. Questo elemento di diseguaglianza è amplificato dalla decisione assunta dal Governo già alla metà degli anni Novanta, quando nacquero le cosiddette “Università di alta formazione” del progetto 211 e poi del progetto 985, scelte tra le oltre 2200 Università cinesi (senza calcolare i circa 300 atenei dedicati alla formazione permanente e alla istruzione per gli adulti, che quindi assolvono un compito diverso da quello di norma primario nelle università).

Intorno al 1995, il governo si pose l’obiettivo di creare atenei competitivi a livello globale, capaci di diventare istituzioni leader nella ricerca e di attrarre studenti stranieri. Con questo obiettivo, in occasione del centesimo anniversario dell’Università di Pechino, nel maggio 1998, l’allora segretario del PCC Jiang Zemin lanciò il progetto 985 (il cui nome deriva appunto dalla data: 98/5), ovvero un piano di sostegno per le Università di super-eccellenza — all’inizio soltanto 9 — che dovevano costituire la punta di diamante del sistema nazionale di alta formazione e presso le quali veniva allocata una parte ingentissima delle risorse per la formazione e la ricerca.

Il progetto era già stato preceduto, nel 1995, da un altro piano analogo, lanciato dal Ministero della Pubblica Istruzione, il cosiddetto “Progetto 211”, che coinvolgeva 116 università, circa il 6% degli atenei del paese. Qui il “numero magico 211” fa riferimento a uno slogan del periodo che può essere così tradotto: “Per affrontare il 21esimo secolo, creiamo 100 scuole di eccellenza”, (面向21世纪,办好100所高校). Solo questo progetto, dal 1996 al 2000, assorbì 2miliardi e 200 milioni di dollari.

E qui veniamo al punto. Superata la fase dell’entusiasmo nazionale (e nazionalista) derivante dal fatto che la presenza della Cina e dei suoi atenei nell’ambito della comunità scientifica e delle pubblicazioni accademiche di prestigio internazionale subì effettivamente un balzo straordinario, si profilò all’orizzonte e divenne sempre più sensibile la questione della “eguaglianza” tra i cittadini cinesi per quanto atteneva al diritto di accesso alla formazione di eccellenza.

Il 2 febbraio 2015, una puntata di “Finanza ed economia: l’opinione di Lang”(Caijing Lang yan), famosissimo e atteso appuntamento fisso della televisione via cavo di Canton, rilanciò senza mezzi termini la questione, suscitando un certo scalpore.

L’anchorman era Larry H.P. Lang, ovvero Lang Xianping in Cina popolare, un sino-taiwanese nativo di Taiwan, già brillantissimo docente di finanza ed economia presso l’Università cinese di Hong Kong (da sempre piuttosto vicina al Governo di Pechino) e ora professore emerito di quell’ateneo, intellettuale legato alla Cina continentale e interessante teorico del “Comunismo scientifico” di Marx, contro il “minimal-statismo” del pensiero liberal capitalista dominante, ma in ogni caso croce e delizia del governo di Pechino, per la sua abitudine di non mandarle a dire a nessuno.

Numeri alla mano, Lang dimostrò la profonda iniquità dei progetti 221 e 985. Di seguito, alcuni dei dati incontrovertibili che egli espose sulla base di documenti pubblici e universalmente noti: nel 2015, gli Atenei del gruppo 985 assorbivano il 52,7% del bilancio dello stato per l’alta formazione. Il loro numero complessivo, dal lancio del progetto, era passato da 9 a 39, di cui 8 a Pechino e 4 a Shanghai; vale a dire che il 31% di tali atenei stava e sta nelle due città principali del paese.

Queste istituzioni sono del tutto assenti in ben 13 provincie, alcune con popolazione studentesca molto alta, come lo Henan, lo Hebei, il Shandong, il Jiangxi. Lang argomenta che, se da un lato è normale che le grandi città ospitino un gran numero di queste istituzioni, costituisce invece un problema il fatto che gli studenti che frequentano le 14 scuole di eccellenza siano per il 36,8 % studenti locali, ovvero provenienti dalle stesse Pechino e Shanghai.

Nel prestigiosissimo Politecnico della capitale, Qinghua, il 25% degli studenti sono di Pechino (posseggono cioè hukou di Pechino, ovvero una residenza piena e non temporanea, la sola che consente un completo e privilegiato accesso a tutti i servizi della città, incluso il welfare), a Tongji — importante ateneo di Shanghai- , il 40% degli iscritti ha hukou di Shanghai; a Fudan, una delle vecchie e prestigiose università della “Parigi d’Oriente” il 49% degli allievi è di Shanghai, alla Zhejiang University, ad Hangzhou, altra università di eccellenza, il 61% degli studenti ha hukou nella stessa provincia del Zhejiang, e via dicendo.

Le risorse, però, non vengono dai governi provinciali o delle Aree Metropolitane Speciali di Pechino e Shanghai, ma vengono dal governo centrale. In altre parole sono le aree già privilegiate del paese ad avvantaggiarsene: è vero che da qui arriva anche molta parte del gettito fiscale, ma, in questo modo, la corresponsione delle imposte finisce per somigliare a un giro di cassa. Nel Henan, per esempio, una delle provincie a popolazione studentesca più elevata di tutto il paese, con un numero complessivo di oltre 100.000.000 di abitanti, solo lo 0,7 della popolazione studentesca ha accesso agli istituti di eccellenza. A Shanghai la percentuale sale al 4,57.

Non va meglio per le scuole del Progetto 211. Esse sono presenti in ogni provincia, ma, facendo lo stesso calcolo di proporzione tra abitanti e numero di istituzioni di tipo 211 presenti, scopriamo che nello Henan, dove la sola Università di Zhengzhou rientra nel progetto 211, il rapporto per milione di abitanti è del 0,01%, mentre a Pechino sale all’ 1,83%.

Se poi guardiamo alla “provenienza di classe” degli studenti, le diseguaglianze si fanno ancora più evidenti. Una ricerca svolta da Li Yunshan, dell’Istituto per l’Educazione dell’Università di Pechino, ha monitorato la presenza degli studenti provenienti dalle campagne nelle università di eccellenza della capitale dal 1978 al 2011. Fino al 1998, il 30% degli studenti dell’Università di Pechino aveva hukou di campagna, dal 2000 al 2011 la percentuale è scesa al 10%; a Qinghua, le cose vanno un pochino meglio, con una percentuale intorno al 17%. Ma degli studenti che ogni anno si accingono a superare il famigerato gaokao, oltre il 60% ha hukou di campagna.

Il governo sta cercando di correre ai ripari: già nel 2015, al culmine del dibattito sulla reale eguaglianza dei cittadini nell’ambito del diritto di accesso all’istruzione, venne lanciato il piano cosiddetto shuang yi liu, una sorta di “doppio binario” delle istituzioni di primo livello, diventato operativo a partire dal 2017, con la pubblicazione dell’elenco degli atenei coinvolti nel progetto. In sostanza, si è creato una sorta di apparentamento tra le cosiddette Università di eccellenza a livello statale (istituzioni “di tipo A”) e le Università di eccellenza a livello provinciale (istituzioni “di tipo B”, e se le lettere dell’alfabeto hanno un senso…).

Formalmente, anche le seconde sono istituzioni di eccellenza, ma la loro offerta formativa è più vincolata alle esigenze del territorio e sono principalmente finanziate a livello locale. La novità sostanziale sta nell’innalzamento complessivo del numero degli Atenei ritenuti di eccellenza e quindi ammessi a un assai più cospicuo finanziamento statale. Rimane il fatto che provincie più ricche possono finanziare di più e meglio…

Un vecchio adagio cinese recita: “Se ho dieci anni a disposizione pianto un albero, se ne ho cento educo un uomo”. Ma come avviene per gli alberi, anche gli uomini si educano meglio se il terreno è più ricco.

di Stefania Stafutti, Professore ordinario Lingua e Letteratura cinese Università di Torino

[Pubblicato su il manifesto]