Tse Chi Lop, «el Chapo asiatico», un sino-canadese di 55 anni che sa muoversi con abilità in tutta l’Asia, sarebbe a capo di un mercato del narcotraffico da 70 miliardi di dollari.

Lo ha reso noto pochi giorni fa la Reuters sulla base delle indicazioni emerse dal lavoro una task force internazionale che segue i traffici orientali che si muovono soprattutto tra Thailandia, Myanmar, Bangladesh sino in Malaysia o in India.

È UN MERCATO in cui la metanfetamina ha soppiantato l’oppio e la cui storia si legge nelle decine di sequestri di pillole prodotte nei laboratori birmani ma sulla base di agenti chimici che arrivano in gran parte dalla Thailandia. Che è una delle grandi rotte di spaccio accanto a quella, più a est, del Bangladesh.

Il nome di battaglia di queste pillole è «yaba», una miscela di metanfetamina e caffeina, detta anche pillola della pazzia ed è il problema più rilevante in materia di narcotraffico e uso di stupefacenti in Thailandia. Yaba, termine che si è ormai globalizzato, è infatti una parola tailandese. Ciò non di meno il fenomeno è assai diffuso: da Bangkok a Manila, dalla Malaysia al Bangladesh fino all’Australia (in parte anche in Europa).

Ha un feroce concorrente che è per altro la sua «base»: la metanfetamina in cristalli, o «ice-ghiaccio», facile da fumare, inalare, iniettare. Dà euforia, fa passare fame, stanchezza, depressione e soprattutto consente di lavorare ore e ore ininterrottamente. È dunque un fenomeno sociale connesso non solo allo «sballo», ma alla necessità per molti di un doppio lavoro, dai camerieri, ai taxisti alle pam-pam girl. Costa poco e dà rapidamente assuefazione, né più né meno della yaba.

Gran parte della produzione di queste sostanze avviene in Myanmar dove, accanto alla trasformazione dell’oppio, il mercato degli stupefacenti asiatici è fiorente e protetto, oltre che dalla connivenza degli apparati, dal fatto che le produzioni avvengono in aree fuori controllo. Con gruppi armati che difendono i laboratori.

IL «GHIACCIO» VIENE PRODOTTO in gran parte nello Stato Shan, divenuto uno dei più grandi centri globali per la produzione di metanfetamine in cristalli. «La produzione – spiega il rapporto Fire and Ice: Conflict and Drugs in Myanmar’s Shan State dell’International Crisis Group (Icg) – si svolge in rifugi sicuri», controllati da milizie e unità paramilitari che lavorano indisturbate. Non soltanto perché lo Shan ospita fazioni in lotta col governo centrale da cui rivendicano l’autonomia, ma anche perché l’esercito birmano chiude un occhio. Forse entrambi.

Il commercio di ghiaccio, anfetamina, eroina, è diventato così redditizio che – dice l’Icg – domina l’economia formale dello Shan: «È al centro della sua economia politica, alimenta la criminalità e la corruzione e ostacola gli sforzi per porre fine ai conflitti etnici».

La vicenda è antica: per decenni, l’esercito del Myanmar ha raggiunto accordi di cessate il fuoco con gruppi armati e favorito milizie filo-governative che godono di «un notevole margine di manovra». Milizie armate a diverso titolo dunque che controllano le aree di produzione e le rotte del traffico e hanno un «disincentivo alla smobilitazione, dato che le armi, il controllo del territorio e l’assenza di istituzioni statali sono essenziali per i loro profitti». Ma c’è altro.

Una grossa responsabilità del commercio illegale grava sulla Cina e si svolge lungo il suo confine sudoccidentale. Tollera anziché usare la sua influenza sui gruppi armati che controllano in parte lo Shan e il Wa (doppia enclave all’interno dello Shan). Paradossalmente, avverte il rapporto di Icg, la «Nuova via della seta» cinese rischia di diventare anche una nuova via della droga favorita proprio dagli occhi chiusi di funzionari cinesi e birmani come ha dimostrato, prima degli ultimi casi, un maxisequestro in Malaysia di 1,2 tonnellate di «ghiaccio» provenienti da un porto birmano.

ORA IL RISCHIO si chiama China-Myanmar Economic Corridor, con strade e ferrovie per connettere più velocemente – via Shan e Mandalay – Kunming, capitale dello Yunnan, con il porto di Kyaukpyu nel Rakhine che si affaccia sul braccio di mare che separa il Myanmar dal Bangladesh.

Per capire quanto la yaba sia diffusa anche nel Paese guidato dalla prima ministro Sheikh Hasina, occorre andare proprio sul mare. Più precisamente a Cox Bazar, la principale destinazione turistica del Bangladesh, che vanta una lunghissima spiaggia.

«LA PIÙ LUNGA DI TUTTA L’ASIA», ripetono i tanti turisti bangladesi che scattano selfie sulla spiaggia all’ora del tramonto. Sono pochi quelli che si avventurano fuori dal centro di Cox Bazar – hotel a 6 piani per tutte le tasche, ristorantini con pesce fresco, qualche locale di musica dal vivo – per seguire la spiaggia verso Sud.

Se lo facessero, potrebbero arrivare dritti dritti al confine con il Myanmar, segnato dal fiume Naf. Poco prima, passerebbero per Teknaf, insieme a Cox Bazar il principale hub di smercio della yaba. Le rotte provenienti dal Myanmar passano da qui. E lambiscono i campi profughi dei Rohingya, la minoranza musulmana originaria dello Stato birmano del Rakhine. Ce ne sono un milione da queste parti.

Circa ottocentomila si sono rifugiati sulle colline intorno a Ukhia a partire dall’estate del 2017, per sfuggire alle persecuzioni dei militari del Myanmar. Alcuni Rohingya vengono sfruttati come «muli», trasportatori di yaba affidabili e poco costosi. Qualcuno è disposto al lavoro sporco perché è uno dei pochi disponibili. Qualcun altro è finito per diventarne dipendente. A Cox Bazar ci sono centri di prevenzione e cura delle dipendenze in cui si incontrano bambini di 12 anni già assuefatti. Una brutta storia, che rischia di confondere vittime e colpevoli. Nei campi profughi ci sono le vittime, i «muli» che guadagnano qualche taka per trasportare le pillole.

I colpevoli stanno al di là del confine, nei laboratori di produzione del Myanmar (c’è chi annovera tra i colpevoli anche il gruppo Arakan Army). Ma anche al di qua, in Bangladesh, comodamente seduti nelle ville edificate con i proventi del traffico illegale sul lungomare tra Cox Bazar e Teknaf.

LA RETE, CAPILLARE e ben organizzata, include poliziotti e guardie di frontiera corrotte o corruttibili, funzionari della dogana, politici di tutti gli schieramenti e di ogni livello.

Il più rappresentativo di questa storia di complicità e silenzi è Abdur Rahman Bodi, per due volte deputato dell’Awami League, il partito al governo dal 2009.

Ripetutamente accusato di essere un boss – anzi, il principale boss – del traffico di yaba, ha costruito una vera e propria fortuna, usata in parte per comprarsi la benevolenza della popolazione locale. Costretto a rinunciare al seggio – che l’Awami ha proposto alla moglie Shahin Akter Chowdhury -, Bodi è stato messo all’angolo. Oggi si fa promotore dell’iniziativa del governo bangladese per sconfiggere il traffico di yaba: il pentimento. «Avete ancora cinque giorni di tempo per consegnarvi, altrimenti le conseguenze saranno pesantissime», così Abdur Rahman Bodi alcuni mesi fa, prima della scadenza dell’offerta di «conciliazione».

DOPO AVER LANCIATO nel maggio 2018 una guerra alla droga – soprattutto alla yaba – fatta di pugno duro, esecuzioni sommarie (che servono anche a fare piazza pulita degli oppositori) e repressione, negli ultimi mesi il governo di Sheikh Hasina ha stilato una lista di circa 1.200 commercianti e «padrini» coinvolti nel traffico illecito.

L’ha resa pubblica e ha annunciato un aut aut: chi si arrende, subirà un processo, certo, ma con un occhio di riguardo. Chi non lo fa, pagherà le conseguenze più dure. Così a Teknaf è stato organizzato un bel siparietto: alla presenza del ministro degli Interni, Asaduzzaman Khan, e dei più alti funzionari della polizia, 102 commercianti e padrini del traffico di yaba (tra cui almeno 12 famigliari di Bodi) si sono pubblicamente arresi lo scorso febbraio.

Tre di loro hanno tenuto un edificante discorsetto: ci pentiamo per il bene del Paese e dei nostri giovani. Il ministro degli Interni gongolava e minacciava: «Dobbiamo salvare il nostro paese. Nessun padrino della yaba rimarrà nascosto. Non solo Teknaf, ma tutto il Bangladesh deve essere liberato dalla yaba». Un programma ambizioso: sarebbero 5 milioni almeno i consumatori di yaba in Bangladesh, mentre i numeri sulle confische segnalano sì la crescente attenzione delle autorità, ma anche un mercato enorme. Nel 2010 sono state confiscate 81.000 pillole di yaba, nel 2016 29,5 milioni, lo scorso anno ben 35 milioni. È solo la punta dell’iceberg, ripetono a Teknaf.

Di Giuliano Battiston ed Emanuele Giordana

[Pubblicato su il manifesto]