La tigre delle tigri finisce in gabbia

In by Gabriele Battaglia

Arre­stato ed espulso dal Par­tito comu­ni­sta cinese. Per «la tigre delle tigri», Zhou Yon­g­kang, si com­pie dun­que il destino al quale da tempo sem­brava segnato. Si tratta del fun­zio­na­rio di più alto grado ad essere espulso e arre­stato, dai tempi della Rivo­lu­zione cul­tu­rale. Un evento, quindi, storico.
Le accuse sono varie — e solite: tan­genti, dif­fu­sione di segreti di Stato, favori e abusi di potere e natu­ral­mente una vita scel­le­rata, tra amanti e vizi. Conta soprat­tutto una cosa: Zhou Yon­g­kang per molti versi è stato con­si­de­rato come il tro­feo più impor­tante della feroce cam­pa­gna anti­cor­ru­zione lan­ciata dal pre­si­dente cinese Xi Jin­ping. Oltre 180 mila i fun­zio­nari inda­gati dal team ad hoc creato dal pre­si­dente, cen­ti­naia i «qua­dri» arrestati.

Non sono stati usati riguardi per nes­suno: vec­chi gene­rali in pen­sione, impor­tanti pro­ta­go­ni­sti del mondo arti­stico e media­tico, ele­menti del par­tito. Tanto che nei giorni scorsi, alcuni media ave­vano comin­ciato a dif­fon­dere noti­zie circa impor­tanti sui­cidi anche tra i mem­bri dell’esercito.

Il fatto è che Zhou Yon­g­kang, ex zar della sicu­rezza, non­ché padrone fino a poco tempo fa del mer­cato petro­li­fero cinese, era la tigre più grossa, quella che doveva dimo­strare che nes­suno, mai, sarebbe stato al sicuro. E per que­sto in molti hanno tre­mato e tre­mano ancora.

Si era detto che la man­cata espul­sione e l’arresto di Zhou, durante e a seguito dell’ultimo Ple­num del par­tito, potesse essere un resi­duo ele­mento di debo­lezza del pre­si­dente cinese Xi Jin­ping: come se ci fos­sero anche sac­che di resi­stenza al suo totale repu­li­sti nel par­tito, dove ha ormai piaz­zato tutti i «suoi». Invece la noti­zia dell’altroieri, e la pro­ba­bile pros­sima incri­mi­na­zione seguita da una sen­tenza pesante con­tro Zhou, con­fer­mano che Xi ha com­pleta via libera all’interno di un Par­tito pie­gato com­ple­ta­mente al suo volere.

Zhou, 72 anni, era finito nel mirino dell’attuale diri­genza già due anni fa, quando si rea­lizzò il pas­sag­gio poli­tico dalla cop­pia Hu Jintao – Wen Jiabao a Xi Jin­ping e Li Keqiang. Doveva essere il pas­sag­gio di con­se­gne più pre­ve­di­bile e «paci­fico» nella sto­ria cinese. Non fu così, anzi: per il Par­tito fu un periodo di lotte interne stre­pi­tose, come mai si erano viste negli ultimi vent’anni e che si erano con­cluse con la cla­mo­rosa defe­nestra­zione del prin­ci­pino Bo Xilai, l’uomo che tentò di spa­ri­gliare le carte e di mutare il destino e il corso già deciso del par­tito comu­ni­sta. E uno dei suoi alleati, si disse fin da subito, era pro­prio lui, Zhou Yongkang.

Capo della sicu­rezza nazionale, un appa­rato masto­don­tico che otte­neva più fondi dell’esercito, Zhou pare abbia anche intra­preso un ten­ta­tivo di colpo di Stato, quando Bo Xilai venne arre­stato a Chon­g­qing. Sospetti che non sono tali solo nelle stanze segrete di Zhong­na­n­hai, il Crem­lino cinese, e che hanno finito per segnare il destino anche di Zhou Yongkang.

Secondo quanto dira­mato dall’agenzia di stampa sta­tale Xin­hua, Zhou avrebbe gra­ve­mente vio­lato la disci­plina di par­tito, avrebbe barat­tato la sua influenza per otte­nere denaro, avrebbe preso maz­zette sia per­so­nal­mente sia tra­mite i mem­bri della sua fami­glia, che avrebbe aiu­tato a trarre pro­fitto da atti­vità ille­gali, «cau­sando una per­dita enorme di beni di pro­prietà dello Stato».

Avrebbe inol­tre fatto tra­pe­lare segreti di Stato e di par­tito e com­messo «adul­te­rio con più donne, usando il suo potere per otte­nere pre­sta­zioni ses­suali». Tutto que­sto insieme di accuse, avrebbe finito per dan­neg­giare in modo pesante, con­clude il report dela Xin­hua, «l’immagine del partito».

[Scritto per il manifesto; foto credit: businessinsider.com]