Prabda Yoon è considerato la voce più originale e innovativa della Thailandia. I suoi racconti, piccoli tesori stilistici e dalla sguardo trasognato, arrivano in Italia (Feste in lacrime, Add Editore, traduzione di Luca Fusari, illustrazioni di Alberto Fiocco, pp. 224, euro 18) per dimostrare la straordinaria freschezza di questo poliedrico autore (classe 1973) già vincitore — nel 2002 — con la raccolta Kwam Na Ja Pen del premio letterario più prestigioso in Thailandia, il Sea Write Prize.

Si tratta di racconti che pongono di fronte al lettore italiano una Thailandia particolare e molto lontana dalle immagini stereotipate di luogo turistico, spiagge, prostituzione e alcool.
Prabda Yoon pone la sua personale lente di ingrandimento sull’umanità di un paese che — come tanti altri in Asia — è stato di recente scosso da importanti sommovimenti politici e da cambiamenti epocali; una lente precisa nella descrizione di un attimo, sfocata — volutamente — nell’immaginare conclusioni e derive.

GIÀ L’AMBIENTAZIONE dei racconti di Prabda Yoon (che tra le altre cose ha anche tradotto in thailandese Arancia Meccanica e Il giovane Holden) costituisce un’importante novità, rispetto a una letteratura asiatica appoggiata quasi sempre a un realismo di natura rurale: i personaggi dei suoi racconti sono cittadini e vivono nella nuova realtà urbana thailandese. E come tali sono rappresentati: anime che vagano all’interno della stramba e schizoide cesura tra passato e presente, spaesati e sempre alla ricerca — senza alcuna possibilità di «risoluzione» — di una propria posizione in questo nuovo mondo.

COSÌ I PERSONAGGI che osservano i passanti all’interno di un parco — distinguendoli tra buoni e cattivi in «Ei Ploang» — non hanno idea del loro status all’interno di quella umanità; stessa condizione pare essere quella di una coppia che si prodiga in arti amatorie, di fronte a un surreale temporale che sradica le lettere dei cartelloni pubblicitari seppellendo un uomo, in «Qualcosa nell’aria». Situazioni tra il grottesco e l’onirico che pur senza scendere in evidenti riferimenti politici (a eccezione dei bottoni in caduta da due pigiami, uno rosso e uno giallo, i recenti colori «politici» in Thailandia in «Sonno Vigile»), riescono nell’intento di restituire quella vita in bilico e sospesa tra l’innovazione e la conservazione.

IL SURREALISMO di alcuni racconti ricorda Il cappotto di Gogol, altri sembrano guardare a Raymond Carver e alla scuola americana dei racconti (per quanto l’autore abbia sostenuto di ispirarsi più a «una versione pop di Joyce») mentre la sperimentazione — specie nei giochi di parole e nella punteggiatura — costituisce una sorta di rivoluzione all’interno della letteratura thai contemporanea. Racconti brevi ma complessi nella scelta di personaggi e nella ambientazioni, così come nella cifra stilistica. Racconti senza inizio e spesso con una fine troncata: ritratti di scene statiche ma circolari, all’interno delle quali — da un momento all’altro — sembrano potersi aprire mondi laterali.
Come ha spiegato lo stesso autore in un’intervista su The Quarterly Conversation, si tratta di stili e contenuti appresi durante la sua permanenza negli Usa. La vera novità di Prabda Yoon risiede però nella sua capacità di adattare quanto ha «rubato» nella sua storia letteraria, in un contesto urbano thailandese, restituendoci un paese — per il quale l’Occidente non sembra avere particolare interesse — molto diverso da quanto ci si aspetti; un agglomerato umano sospeso alla ricerca di una nuova sua nuova identità.

PRABDA YOON si inserisce dunque in quella nuova corrente letteraria asiatica — con, ad esempio, il malese Brian Gomez, il cinese A Yi e la new wave sci-fi di Pechino, il singaporeano Daren Goh — capace di tradurre ai nostri occhi occidentali — pur esplorando generi e stili differenti — il mutamento storico di un continente che sarà sempre più centrale non solo economicamente ma anche per la sua forza di indagine culturale.

di Simone Pieranni

[Pubblicato su il manifesto]