«Il mondo intero sta parlando di noi, dei nostri sforzi. La Smart City Mission ha dato una nuova dimensione al concetto di urbanizzazione» dichiarava il primo ministro indiano Narendra Modi all’inizio dell’anno, nel bel mezzo della campagna elettorale che pochi mesi dopo lo avrebbe confermato alla guida del Paese, letteralmente a furor di popolo, per altri cinque anni.

Della pletora di promesse elettorali snocciolate dalla propaganda modiana nel 2014, la Smart City Mission è stata senz’altro la più ambiziosa e «visionaria», un biglietto da visita luccicante per mostrare agli indiani e al mondo gli effetti concreti di un programma di governo interamente votato al progresso e allo sviluppo per tutti.

Un «tutti» che nel Modi-pensiero avrebbe compreso non solo l’intero spettro socioeconomico dell’India urbana – di per sé, intorno al 30 per cento di 1,3 miliardi di persone, distribuito non equamente tra slum fatiscenti e «gated communities» dell’upper-middle class – ma, soprattutto, anche una presunta imprenditoria internazionale smaniosa di partecipare coi propri capitali al grande miracolo indiano.

Nel 2014, il manifesto elettorale del partito di Narendra Modi – il Bharatiya Janata Party (Bjp) – prometteva di realizzare «cento nuove città, dotate di tecnologie e infrastrutture di ultima generazione» sia per far fronte al sovraccarico demografico dei centri urbani già esistenti, sia per creare degli esempi virtuosi e replicabili su larga scala di cosa sarebbe diventata l’India sotto la leadership illuminata del partito: nuclei urbani moderni, sostenibili e automatizzati, grazie all’implementazione di soluzioni hi-tech e digitali per risolvere una vasta gamma di problemi gestionali comuni a ogni città indiana.

Elettricità e acqua a singhiozzo, smaltimento dei rifiuti a livelli pre-industriali, trasporto locale antiquato e in perenne paralisi sarebbero presto stati solo un brutto ricordo, spazzati via da una rivoluzione tecnologica omnicomprensiva.

Come spesso accaduto in questi anni in India, gli slanci in avanti dell’annuncismo di Modi hanno presto riparato verso spettacolari marce indietro, purtroppo non altrettanto pubblicizzate dai mezzi di informazione. Da Smart Cities = Nuove Città, il governo alla chetichella ha rimodulato le proprie ambizioni sull’analogia Smart Cities = Nuovi Pezzi di Città. Aprendo una gara nazionale per partecipare alla «missione», il governo ora cercava cento città che si candidassero per sviluppare sul territorio già inurbato una serie di progetti infrastrutturali «smart» – gestione delle acque reflue hi-tech, traffico dei mezzi pubblici ottimizzato tramite Gps, contatori dell’elettricità «smart» e potenziamento della rete elettrica… – attingendo a fondi destinati ad hoc da New Delhi, con una prima tranche da 500 crore di rupie (poco più di 64 milioni di euro) per città.

La stessa cifra sarebbe stata devoluta dai rispettivi governi locali a fondo perduto, mentre ogni città avrebbe dovuto raccogliere autonomamente il resto del denaro necessario – o dal gettito fiscale, o tramite partnership con privati – per la ultimazione e implementazione dei progetti.

Il tutto, sempre secondo le intenzioni del governo, per garantire «ai cittadini infrastrutture fondamentali, una qualità della vita dignitosa, un ambiente pulito e sostenibile e l’applicazione di soluzioni smart». I lettori ci perdoneranno l’utilizzo ripetuto dell’aggettivo «smart», sul cui significato tutt’ora dibatte l’accademia internazionale e che il governo indiano, in una maestosa supercazzola burocratese, ha di fatto svicolato indicando che «non esiste un’unica definizione di smart city».

Prendendo atto che «smart», per il governo Modi, indica con precisione millimetrica tutto e niente, le cento città selezionate per la «missione» hanno potuto adeguarsi all’aria fritta, ingolfando la campagna di modernizzazione tecnologica con 5.269 progetti dal grado di «smartness» assolutamente variabile: in gran parte, si tratta di riqualificazioni e potenziamenti infrastrutturali di ordinaria amministrazione, seppur abbelliti dall’aggettivo «smart» per attrarre simbolici investimenti dall’estero di pezzi grossi del calibro di Facebook, Google, Alibaba, Hitachi, Nokia e Twitter.

Si tratta di strade, ponti, centri conferenze, parchi, condomini, fognature e centri di riciclaggio, centrali e reti per la distribuzione dell’elettricità: cantieri presenti in ogni città indiana da decenni e ugualmente sovvenzionati dai governi federali precedenti. Solo, senza l’aggettivo «smart».

Dopo il via libera del governo federale, ognuna delle cento città che partecipano alla mission è stata imposta la formazione di uno «Special Purpose Vehicle» (Spv), una compagnia registrata ad hoc per la sovrintendenza, la garanzia e la gestione di tutti i progetti all’interno dei confini municipali. Gli Spv sono composti unicamente da membri nominati dal governo federale, da quello locale e da rappresentanti delle aziende partner e degli istituti finanziari con quote di capitale investite nel progetto.

Ciò significa che le aree di futura modernizzazione saranno gestite autonomamente da un organo non eletto di fatto concorrente alle autorità locali selezionate dalla cittadinanza tramite elezioni democratiche. Nella città di Bhopal ad esempio, come scrive Shreya Roy Chowdhury su Scroll.in, «la Bhopal Smart City Development Corporation avrà la proprietà e la gestione esclusiva di strade, fogne, abitazioni e parcheggi in determinate aree della città, che non cadranno più sotto la giurisdizione della Bhopal Municipal Corporation».

Persis Taraporevala, ricercatrice presso il King’s College di Londra e autrice di un brillante paper accademico sulle smart cities indiane pubblicato dal think tank Centre for Policy Research di New Delhi, rileva come l’enorme potere garantito agli Spv abbia portato all’estremo una tendenza già osservata da anni nelle città indiane: l’affidamento progressivo della gestione dei servizi cittadini a entità «corporate» considerate efficienti e virtuose, seppur per definizione anti-democratiche, libere dal confronto costante con la cittadinanza che, tecnicamente, vincola invece le autorità cittadine tradizionali. In parole povere, la traiettoria maggioritaria dell’intero progetto Smart Cities tende verso una pericolosa privatizzazione degli spazi e dei servizi tarata sui desiderata della minoranza urbana benestante.

Più che «smart cities», «smart enclaves» erette secondo principi di esclusione socioeconomica, dirottando fondi statali dai beni pubblici alla realizzazione di oasi avveniristiche per ricchi. E se i poveri intralciano il progresso, basta spingerli un po’ più in là. L’esatto contrario di quanto predicato nello statuto della Smart Cities Mission, tutto inclusività 2.0 e progresso orizzontale.

Il carattere elitario dell’intera operazione propagandistica emerge chiaramente dall’analisi dell’impatto che questi progetti avranno sulla vita di tutti i giorni di chi abita nelle cento città incluse nella mission. Uno studio pubblicato dall’organizzazione no profit Indiana Housing and Land Rights Network indica che quasi la metà delle città coinvolte ha intenzione di implementare progetti «smart» su una superficie urbana inferiore al 5 per cento del proprio territorio: a New Delhi, ad esempio, l’ondata hi-tech andrà a investire un’area pari allo 0,0015 per cento dell’estensione totale della capitale.

Stesso discorso vale per la popolazione che, secondo i dati del ministero dello sviluppo urbano, potrà usufruire dei servizi «smart» promessi dal governo. Nel medesimo studio si legge: «nella maggior parte delle città, la popolazione che interessata dallo sviluppo “smart city” non arriva al 30 per cento, con il 17 per cento delle città per cui la popolazione si attesta sotto il 5 per cento del totale. A Pune, solo lo 0,8 per cento degli abitanti beneficerà dell’iniziativa; a Nashik l’1 per cento; ad Ahmedabad l’1,5 per cento».

Non a caso, salvo la fugace citazione riportata in cima a questo articolo, Modi si è ben guardato dall’includere i presunti traguardi raggiunti dalla sua Smart City Mission tra i punti salienti della campagna elettorale per la rielezione. La mission, assieme ad altre iniziative altisonanti come la campagna ambientale Swachh Bharat e quella a tutela delle donne Beti Bachao Beti Padhao, a quasi quattro anni dall’inaugurazione ha trovato effettiva risonanza solo nei pamphlet illustrativi e nei rendering tridimensionali ciclicamente pubblicati dalla stampa nazionale compiacente, nel tentativo di convincere la popolazione indiana del successo di una rivoluzione tecnologica inesistente.

Un sentimento espresso con chiarezza da Sneha Gadkari, casalinga, intervistata da Radheshyam Jadhav sulle pagine del quotidiano The Hindu in un’inchiesta sui progetti «smart» che avrebbero dovuto rivoluzionare la vita dei cittadini di Pune, nello stato del Maharashtra: «Non so cosa stia succedendo. Leggiamo sui giornali che Pune ha vinto questo premio e quell’altro premio per gli Smart City Project, e mi chiedo se vivo nella stessa città di cui parlano o se sto leggendo racconti di un’altra città».

Stando a un rapporto stilato dalla commissione parlamentare formata per valutare l’operato del ministero dello sviluppo urbano, a marzo 2018 l’intera Smart City Mission aveva utilizzato solo l’1,83 per cento dei fondi stanziati dal governo federale. Un progresso a rilento che, assicurano dal ministero, nelle ultime fasi del 2018 ha ripreso vigore e che dovrebbe dare i primi frutti tangibili entro il 2021.

Nel frattempo, visitando il portale governativo dedicato all’iniziativa, l’entusiasmo delle autorità per questo «rinascimento urbano» sul piano pratico sembra ancora lasciare molto a desiderare. L’ultimo aggiornamento del sito è datato 17 agosto 2017. E la sezione gallery, dove ci saremmo aspettati foto e video di alcuni delle decine di progetti che il governo sostiene siano stati completati, continua a essere drammaticamente vuota.

[Pubblicato su il manifesto]