Kuaishou si prepara a entrare in borsa e sarà la Ipo più grande mai fatta dall’inizio della pandemia.

Dopo lo smacco subito da Jack Ma che ha visto congelare l’offerta pubblica di Ant Group, con tutti i problemi che ne sono derivati per il miliardario cinese, la app gemella di Douyin – la versione cinese di Tik Tok – sta celebrando un successo inaspettato con un’offerta pubblica di 5,4 miliardi di dollari.

Nata nel 2011, la piattaforma di condivisione video brevi e livestream ha visto crescere la propria base di utenti del 117% negli ultimi tre anni, chiudendo il 2020 con un utile operativo di 3,8 miliardi e 300 milioni di utenti giornalieri attivi. Come dire che circa un cinese su quattro utilizza la app almeno una volta al giorno: ancora la metà rispetto alla rivale famosa in tutto il mondo, ma con il valore aggiunto di aver successo soprattutto nelle città di terza e quarta fascia, nonché nelle campagne.

ED È PROPRIO DALLA CINA rurale che Kuaishou ha saputo reinventarsi come piattaforma di vendite online, dove anche una piccola azienda di famiglia può affascinare i netizen con immagini di vita campestre su sfondo ameno.

A fare da contralto sono popolari i vlog degli emigranti in città, immagini semplici della propria quotidianità che gli utenti possono «premiare» inviando donazioni con un click.

Nonostante la somiglianza, Tik Tok è più diffusa tra gli utenti delle città di prima fascia, millennials affezionati a uno stile di vita cosmopolita che mal vedono il grezzo lavoro d’immagine che circola sugli altri social media.

Vi primeggiano i Key Opinion Leaders, gli influencer cinesi, che con i loro milioni di likes fanno da barriera all’ingresso per i nuovi arrivati. Kuaishou ha un algoritmo più «democratico», tanto che un utente su cinque è creatore costante di contenuti e la base di followers meno polarizzata.

GLI SVILUPPATORI della piattaforma hanno incluso tra gli indicatori chiave di prestazione il coefficiente Gini applicato al bacino di followers.

In pratica, il coefficiente Gini è uno strumento nato per misurare la diseguaglianza di reddito, e nell’universo del social cinese permette di identificare i contenuti più popolari e limitarne la diffusione oltre una determinata soglia di utenti raggiunti. Ciò permette che sul totale dei contenuti visualizzati su Kuaishou, solo il 30% appartiene a profili «popolari» mentre il resto del traffico viene redistribuito al resto dei contenuti ordinari. La storia di Kuaishou va di pari passo con la campagna per la lotta alla povertà promossa dal presidente Xi Jinping e ben sostiene i risultati acclamati dal Partito fino ad oggi, dopo che a novembre è stata annunciata la vittoria contro la povertà assoluta. Ma non mancano scene di nuda realtà a evidenziare l’ampiezza di questa disparità.

LA CRESCITA di queste piattaforme non sarebbe potuta avvenire senza un sistema di pagamenti digitali da tempo accessibile, semplice e veloce: anche l’utente più «pigro» non ha bisogno che di cliccare un’icona per concludere il brevissimo percorso che collega la suggestione visiva al portafoglio digitale.

Dalla seconda parte del 2020 il governo centrale ha iniziato a emanare una serie di misure per regolamentare in maniera più stringente le piattaforme, riducendo l’accesso ai dati degli utenti e mettendo dei limiti ai pagamenti.

Questa stretta sull’economia digitale fa parte della campagna iniziata nell’autunno del 2020 che mira a disinnescare ogni potenziale rischio finanziario per il paese, avviato verso l’applicazione della moneta digitale.

A ESSERE PENALIZZATE sono soprattutto le grandi aziende private che hanno intrapreso la strada della fintech, dove regna il duopolio di Tencent e Alibaba. La banca centrale cinese ha emanato mercoledì una nuova bozza di regole per il settore con l’esplicita intenzione di «rafforzare le misure anti monopolio, prevenire i rischi sistemici, mantenere una concorrenza leale e l’ordine nel mercato».

Ma anche le banche statali iniziano a finire nel mirino dei controlli. Venerdì l’ente regolatore ha pubblicato una bozza che punta a rafforzare la leadership del partito all’interno delle banche e degli enti di assicurazione come strumento per contenere i rischi legati al governo d’impresa. Da oltre dieci anni la Cina ha un grave problema di insolvenza, cosa che ha spinto il governo a promettere tolleranza zero nei settori strategici.

IN BASE ALLE ULTIME dichiarazioni i due rami fintech del duopolio, WeChat Pay e Alipay, rischiano di essere sottoposte a indagini antitrust ed eventuale cessione forzata.

La stretta sugli enti legati alla gestione di denaro riflettono le preoccupazioni di Pechino verso un settore sempre più digitalizzato e pervasivo nelle strutture sociali ed economiche del paese, dove i dati sensibili sono sempre più esposti e il rischio si fa sempre più capillare a causa dell’interdipendenza tra mondo online e offline.

[Pubblicato su il manifesto]