La partita africana tra Cina e India

In by Simone

[In collaborazione con AGICHINA24] Durante il secondo Summit India-Africa, tenutosi il 25 maggio ad Addis Abeba, il premier indiano Manmohan Singh ha annunciato 5,7 miliardi di dollari di investimenti per i prossimi tre anni, capitale indiano che sarà utilizzato per la costruzione di infrastrutture e per rafforzare i rapporti in campi come educazione, salute, agricoltura. Alla stampa occidentale non sembrava vero poter finalmente impegnarsi nella cronaca di un nuovo scontro epocale tra i due colossi asiatici: “Il Dragone e l’Elefante si battono per il continente nero”, “India in Africa: la Rincorsa”, “L’India corteggia l’Africa, da tempo adulata dalla Cina” sono tutti – tranne uno – titoli apparsi sui giornali anglosassoni a ridosso della dichiarazione di intenti indiana in terra africana.

Uno scontro che l’entourage di Singh ha respinto con forza, dichiarando al Times of India che “c’è spazio per Cina ed India, non è una corsa all’Africa”. Se è vero che l’Africa è grande e c’è spazio per tutti, è vero anche che in due si sta un po’ più stretti che da soli, soprattutto quando si ha a che fare coi due Paesi più popolosi della terra, con annesse aspirazioni e fame di materie prime ed energia, carburante necessario per continuare a far viaggiare le rispettive economie ai ritmi che tutti noi conosciamo. La stampa indiana ha tentato quindi di andare un po’ più a fondo del cinematografico scontro tra titani, analizzando i punti di forza e le debolezze del paese.

I numeri

Leggere i rapporti tra Cina ed Africa e tra India e Africa partendo dalle cifre è operazione impietosa ma inevitabile, e Pranay Sharma per Outlook India lo fa egregiamente.

Gli scambi tra Africa e Cina ammontano ad oggi a 120 miliardi di dollari contro i soli 46 da parte indiana; la Cina ha investito in Africa un totale di 32 miliardi di dollari, l’India 11; al Summit India-Africa erano presenti 15 capi di stato, mentre alla scorsa edizione dell’analogo meeting da parte cinese se ne contavano oltre 40 – su 54 totali in Africa. Se rincorsa deve essere, l’India ha molto da recuperare.

L’aggressività

Il proverbiale carattere mite indiano non può non influenzarne la politica estera, a partire dall’esiguo numero di diplomatici sparsi in giro per il mondo, 750 secondo LA Times. La Cina, con oltre 6000 diplomatici stanziati all’estero, dispone di ben altra potenza di fuoco. Inoltre Pechino sa bene come trattare i propri partner commerciali, come raccontano Mark Magnier ed Anshul Rana da New Delhi sempre per LA Times: le più alte cariche del governo cinese visitano l’Africa quasi ogni anno, a differenza delle sporadiche missioni ufficiali del presidente o del premier indiano; durante il Summit Cina-Africa 2006 a Pechino “la Cina ha invitato 48 capi di stato africani, tappezzato la capitale con poster cartonati di zebre alti dieci piedi, arredato camere d’albergo con mobili africani, sgomberato le strade dal traffico e riempito Pechino di cartelloni con scritto Africa, Terra del Mito e dei Miracoli”.

Non solo infrastrutture, ma anche “capacity building”

Gareggiare con la Cina sul piano edilizio o produttivo equivale ad un suicidio tattico per chiunque, India compresa. Il quotidiano The Hindu riporta che Manmohan Singh, nel suo discorso di Addis Abeba, oltre a rendere noti i progetti di infrastrutture da realizzarsi in Africa con la collaborazione di aziende indiane – una ferrovia in Djibouti sarà l’opera più ambiziosa, per 300 mln di dollari – ha sottolineato più volte l’importanza del “capacity building” indiano. Uscendo dagli inglesismi, si traduce in 22000 borse di studio, fondazione di istituti per lo sviluppo dell’agricoltura e delle zone rurali e assistenza nella produzione alimentare, nello sviluppo delle nuove tecnologie e dell’industria tessile.

Secondo l’opinione indiana, un contributo concreto a costruire un’Africa socialmente e politicamente più stabile e moderna.

Diversi dai cinesi

Outlook India mette in evidenza i primi dubbi africani sulle reali intenzioni cinesi nel continente: costruzioni traballanti, strade che si sfaldano sotto la pioggia, manager cinesi che maltrattano la manodopera africana, finti medicinali cinesi entrati in commercio in alcuni stati africani ed altre ombre del colonialismo cinese potrebbero in ultima istanza giocare a favore dell’India che, imparando dagli errori di Pechino, potrebbe presentarsi come una potenza economica meno fagocitante, un colonialismo più soft. L’opinione di un funzionario del Ghana interpellato dal periodico indiano rende bene l’idea di quale fama si stia creando la Cina in alcuni ambienti: “La Cina non potrà mai essere un partner equo. Si considera come la nuova superpotenza [mondiale] e vuole mangiarsi tutto e tutti.”

Avallando la pretesa indiana che una nuova presenza in Africa non vada a contrastare direttamente gli interessi di Pechino, lo sbarco africano di New Delhi avrebbe solo degli obiettivi principali ben precisi: diversificare l’approvvigionamento energetico dal blocco mediorientale; aumentare l’importazione di diamanti e pietre preziose grezze africane da lavorare e commercializzare poi in India; cercare appoggi internazionali per guadagnarsi un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, obiettivo in comune col neo-membro dei BRICS, il Sudafrica.

Ma nonostante l’Africa sia grande e ci sia spazio per tutti, come nella calca degli autobus di Calcutta o nella ressa della metropolitana di Pechino, per stare un po’ meglio degli altri bisogna saper anche spingere.

[Pubblicato su AGICHINA24 il 13 giugno 2011] 
[Nell’immagine particolare della copertina del libro The Rise of China and India in Africa, editied by: Fantu Cheru and Cyril Obi]