La lunga marcia per i diritti umani

In by Simone

Amnesty International ha pubblicato il suo 50esimo rapporto sulla situazione dei diritti umani nel mondo nel 2011. Dalle persone che ogni anno scompaiono alle discriminazioni delle minoranze etniche, l’elenco delle carenze cinesi è lungo. E anche gli altri paesi asiatici non brillano. Amnesty International ha scelto una frase del dissidente Zhu Yufu per aprire la sezione asiatica del 50esimo Rapporto annuale sulla situazione dei diritti umani nel mondo.

È l’ora, popolo della Cina! È l’ora. La Cina appartiene a tutti. Dipende dalla vostra volontà. È ora di scegliere ciò che la Cina diventerà”.

Per questi versi l’autore è stato arrestato lo scorso marzo con l’accusa di “incitamento alla sovversione del potere statale”.

Uno dei tanti fermi e arresti di dissidenti e attivisti per sradicare sul nascere il rischio che anche nella Repubblica popolare potessero svilupparsi focolai di protesta ispirati alle sollevazioni popolari che nel mondo arabo e islamico hanno portato alla caduta di regimi decennali.

Nell’anno delle rivolte globali, come Amnesty ha definito il 2011, l’elenco delle persone che in Cina sono state detenute, costrette illegalmente agli arresti domiciliari o sono scomparse è lungo.

I nomi più noti sono quelli di Liu Xia, moglie del premio Nobel per la Pace Liu Xiaobo; degli avvocati Gao Zhisheng e Zheng Enchong, dell’artista Ai Weiwei.

La durezza della repressione era indice di quanto preoccupato fosse il governo per gli anonimi messaggi postati online sotto il nome di gelsomino, che avevano iniziato a circolare a febbraio e che invitavano i cittadini stufi della corruzione, del malgoverno e della repressione politica, a radunarsi pacificamente e semplicemente a camminare attorno ad alcune aree stabilite in determinate città”, si legge nel rapporto.

In Asia orientale la repressione del dissenso non è stato un esclusiva di Pechino. In Corea del nord ci sono stati indizi sull’arresto di funzionari che avrebbero potuto mettere in discussione l’ascesa del nuovo leader Kim Jong-un, succeduto al padre Kim Jong-il morto lo scorso dicembre.

In Corea del sud si è fatto largo uso delle leggi sulla sicurezza nazionale contro chi è considerato oppositore della linea governativa verso Pyongyang.

In Thailandia continua a essere applicata la legge sulla lesa maestà che vieta ogni tipo di critica al sovrano.

Sul caso cinese Amnesty sottolinea l’ancora irrisolto nodo della pena di morte. L’organizzazione internazionale ricorda l’abolizione della pena capitale per 13 reati, ma allo stesso tempo le sentenze continuano a essere eseguite in maniera massiccia, stimate nell’ordine di migliaia, e il segreto di Stato posto sulle statistiche impedisce di confermare se il calo del numero delle esecuzioni annunciato da Pechino sia vero o meno.

O ancora, ricorda, l’obbiettivo raggiunto di Pechino di porre la pratica religiosa sotto il controllo governativo.

Grande risalto è dato dagli osservatori di Amnesty alle sparizioni forzate. Lo scorso febbraio l’Assemblea nazionale del popolo ha approvato una controversa modifica al codice di procedura penale che, per reati gravi, consentirà il fermo fino a sei mesi sotto "sorveglianza residenziale".

Il rapporto fa riferimento alle bozze di revisione diffuse ad agosto dell’anno scorso, che fecero paventare il rischio di una legalizzazione delle sparizioni forzate.

Tanto più che la fattispecie di reati per cui la misura è prevista – compreso quello di attentato alla sicurezza nazionale – sono le stesse di cui spesso sono accusati i dissenti e gli attivisti per i diritti civili.

Un capitolo a parte è poi rappresentato dagli sgomberi forzati, una tra le principali cause di proteste in Cina. Amnesty ricorda l’approvazione di una nuova normativa sugli espropri di case nei centri urbani, che tuttavia riguarda soltanto gli abitanti delle città ed esclude chi non ha una casa di proprietà, ossia la maggioranza dei cinesi.

Tra i casi citati spicca quello dell’avvocato Ni Yulan , sgomberata prima delle olimpiadi di Pechino, rimasta paralizzata per le botte ricevute e condannata lo scorso aprile a due anni e otto mesi di carcere per frode.

Per quanto riguarda i rapporti tra governo centrale e minoranze etniche, agli ormai conosciuti casi del Tibet e della minoranza uigura dello Xinjiang, contro cui Pechino si è servita anche della propria influenza per chiedere il rimpatrio forzato di presunti attivisti riparati in Kazakistan, Pakistan, Thailandia e Malaysia; il rapporto 2011 ha segnalato gli episodi di violenza avvenuti in Mongolia interna.

Le proteste scoppiarono ad aprile per la morte di un mandriano investito da un trasportatore di carbone, diventata scintilla per tensioni già latenti nella comunità degli allevatori secondo cui l’attività estrattiva, gestita in gran parte da cinesi han, danneggia i pascoli con ripercussioni sul loro stile di vita tradizionale.

In coda, le pagine dedicate alla Cina riservano alcune note a Hong Kong. Sotto osservazione è finito in particolare il comportamento della polizia che, in almeno due occasioni, è ricorsa alla forza per reprime proteste pacifiche.

La prima il 15 maggio, durante la giornata internazionale contro l’omofobia. La seconda per gli arresti tra i partecipanti all’annuale marcia per la democrazia del 1 luglio, anniversario del ritorno dell’ex colonia britannica alla Cina.

Non manca infine un riferimento ai casi di discriminazione di cui sono vittime i domestici di origine straniera e che si battono affinché sia riconosciuto loro il diritto di dimora.

[Foto Credits: amnesty.org.nz]