Lu Xun, forse il più importante scrittore moderno, riteneva che la comprensione della Cina si basi sulla capacità di scorgere le “omissioni” incastonate nelle tante storie ufficiali del paese. Rimasticare la storia è stata una costante verificabile tanto durante l’età imperiale cinese, quanto durante la storia più recente manovrata dal partito comunista. Secondo l’ex ambasciatore Alberto Bradanini– nel suo Oltre la Grande Muraglia (Egea, 2018)– mentre la società occidentale ruoterebbe intorno all’idea di peccato, quella cinese lo farebbe intorno all’idea di vergogna. Un’ipotesi confermata dal prolifico scrittore sino-malese Tash Aw (di genitori appartenenti a quella diaspora cinese che trovò da vivere in Malaysia) secondo il quale la storia cinese «ha a che fare con la vergogna. È per questo che ritagliamo le nostre storie in quel modo, cercando di modificare la nostra immagine non tanto per gli altri, ma per noi stessi» (Stranieri su un molo, Add, 2017).

E se non è vergogna assomiglia a tanto di omesso la battaglia di lavoratori e studenti della Shenzhen Jasic Technology azienda nata nel 2005 che produce macchinari industriali per saldatura, quotata alla borsa di Shenzhen, in lotta da mesi per ottenere la possibilità di formare un sindacato indipendente, alla luce del rifiuto del sindacato ufficiale (l’Acftu, l’unico sindacato in Cina) di supportarne la lotta. Una richiesta successiva alla constatazione di dover combattere da soli per le proprie rivendicazioni: miglioramento delle condizioni di lavoro, fine delle indagini condotte sulle vite personali, pagamenti regolari; tra le rivendicazioni anche la fine della «divulgazione di informazioni sull’identità dei dipendenti e la creazione illegale di liste nere di dipendenti, la violazione della privacy, come sbirciare i dipendenti che vanno al bagno». Il centro dello scontro è Shenzhen – metropoli cinese che in fatto di lavoro si era già distinta con la vicenda della catena di suicidi avvenuti alla Foxconn anni fa. Dire Shenzhen significa intrufolarsi nel mondo produttivo che ha costituito il cuore e le viscere del «miracolo» cinese. Deng Xiaoping nel 1980 la inserì tra le zone economiche speciali, territori meridionali cinesi, umidità appiccicata addosso e là davanti a soli 10 chilometri, Hong Kong. Shenzhen e l’ex colonia: una tratta percorsa da merci, dai passi sicuri dei businessmen e da quelli più pericolanti dei tanti laowai, gli stranieri, che in metropolitana da Shenzhen possono raggiungere il primo centro visti di Hong Kong per svoltare qualche settimana in più in Cina. Poco sopra c’è il “Lungo Fiume”, polmone territoriale che unisce lo Yunnan a Shanghai, tagliando in due il paese e determinando posture epocali.

I “viaggi dei leader” nel sud cinese

Nel 1992 Deng Xiaoping – ma non a caso qualche settimana fa Xi Jinping ha fatto un percorso analogo – intraprese il suo “viaggio a Sud”, marchiando nella storia il simbolo della Cina in piena crescita e proiettata verso il consesso internazionale. Ci sono delle omissioni, naturalmente: si celebra la crescita al 245% di Shenzhen. Si celebra il suo diventare «urbana», i tanti centri si riempiono di grattacieli e questi accolgono tantissimi cittadini: la popolazione delle città passa da 30mila abitanti a oltre un milione e duecentomila. L’omissione: la maggioranza di quella popolazione è migrante, si tratta di contadini partiti dalle zone rurali per trovare lavoro nelle fabbriche della «fabbrica del mondo». Sono i mingong, la popolazione fluttuante, migranti che si ritrovano sfruttati, clandestini di fatto nel proprio stato, spalle e fatica del miracolo cinese, sottopagati e senza uno straccio di diritti sociali. Ma per i più (in totale si parla di oltre 280 milioni di persone), è sempre meglio di prima. Del resto, la patria chiama e in mezzo a slogan in cui viene richiesta fatica, Deng Xiaoping lascia intravedere il lieto fine alla cinese: «Arricchitevi».

Nella recente storia cinese Shenzhen e il Guangdong sono il simbolo della Cina: la regione che da sola ha prodotto un quinto delle esportazioni cinesi, la regione del «modello Guangdong», quello pseudoriformista dell’allora astro nascente Wang Yan, contrapposto al «modello Chongqing» del neomaoista Bo Xilai. Il Guangdong è considerato il cuore operaio della Cina: è il fulcro delle principali lotte, degli scioperi più importanti. I lavoratori di questa regione nel tempo hanno imparato a farsi sentire e hanno imparato a maneggiare la complicata relazione con il Partito comunista cinese. Nelle fabbriche straniere – come la Foxconn – hanno trovato la capacità di scardinare le chiusure del Pcc. Nelle fabbriche straniere hanno compreso di poter lottare per migliorare le condizioni anche delle fabbriche cinesi. Omissioni e vergogna: anche il governo centrale, anche il partito comunista, vuole che le aziende straniere rispettino i lavoratori cinesi. Tutto questo però, da tempo, è cambiato.

La «Nuova era» di Xi Jinping richiede un paese meno dipendente dalle esportazioni e più dinamico sui servizi e il mercato interno. Un trend in atto fin dal 2009 con Hu Jintao e che Xi Jinping non ha fatto che accelerare. Il piano quinquennale targato Xi – il tredicesimo e sulla balestra temporale che va dal 2016 al 2020 – si pone dieci obiettivi da realizzare, tra cui il primo, il sommo, obiettivo del «Sogno cinese» di Xi Jinping, raddoppiare il reddito individuale dei cinesi. Si prevede una crescita al 6,5 (confermata dai dati più recenti), si punta ad aumentare il peso del terziario dal 50 al 56%, contenere il totale di energia consumata entro 5 miliardi di tonnellate di carbone, espandere la rete ferroviaria ad alta velocità fino a 30mila chilometri, realizzare 50 nuovi aeroporti. Unitamente al piano quinquennale c’è il progetto simbolo della «nuova era» di Xi Jiping: «Made in China 2025», con il quale la Cina punta a diventare una «potenza» manifatturiera mondiale. Più qualità, meno quantità, robotica, automazione, intelligenza artificiale, più prodotti di alta qualità tecnologica esportata; aumento della produzione di semiconduttori e minore dipendenza dall’importazione di tecnologia dall’estero. La fine della fabbrica del mondo, l’inizio dell’epoca con la Cina leader nel mondo dell’alta tecnologia.

Quanto è accaduto a Shenzhen, dunque, potrebbe essere concepito come una delle ultime urla, non l’ultima perché ne seguiranno tante, provenienti dal mondo del lavoro cinese in profonda trasformazione. E – seppure in miniatura – rappresenta un problema decisivo per il numero uno cinese Xi Jinping, perché i lavoratori e gli studenti accorsi in loro sostegno a Shenzhen si professano marxisti e maoisti. Nella fase più calda della loro lotta, lo scorso agosto, hanno scritto un appello direttamente a Xi Jinping specificando di non essere «una forza straniera». Sono i figli di questa Cina, sballottata tra sviluppo economico e una ricerca intellettuale che vaga tra valori antichi. D’altronde lo sta facendo anche Xi Jinping: nel bicentenario della nascita ha celebrato Marx – «Aveva ragione» ha specificato – da tempo ha recuperato il concetto di «linea di massa» di eco maoista. Anche se in realtà Xi Jinping sembra puntare più al recupero di Confucio per rimodellare l’identità cinese nella sua «Nuova Era». Xi Jinping, come ha scritto il professor Maurizio Scarpari, mira a tratteggiare su di sé l’immagine dello junzi confuciano, l’uomo retto, saggio, colto che vive in perfetta armonia (Ritorno a Confucio, Il Mulino). Dopo aver portato all’abolizione del limite del doppio mandato alla presidenza della Repubblica, avere ottenuto che il suo pensiero politico – «il socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era» – fosse inserito nello statuto del partito comunista (come era capitato solo a Mao e Deng), Xi Jinping ha raccolto su di sé le principali cariche del paese accentrando notevolmente i propri poteri. Contemporaneamente ha spinto per una stretta letale su ogni forma di contrasto o opposizione al proprio potere. In questo modo Xi Jinping ha potuto definirsi confuciano tanto nell’approccio esterno, alla ricerca di un’armonia capace di regolare le «comunità dai destini comuni», come Xi ha definito sostanzialmente il mondo “sotto” la guida cinese, quanto nell’approccio interno laddove ha finito per recuperare gli aspetti più gerarchici del confucianesimo.

I giovani operai e studenti cinesi, invece, si rifanno a Marx per un motivo molto semplice: sanno che dello sviluppo cinese non raccolgono e rischiano di non raccogliere neanche le briciole. La lotta di classe per loro è pane quotidiano, è quanto di più evidente e tangibile esista al mondo, molto più della Nuova via della Seta e dei progressi cinesi sull’intelligenza artificiale che, anzi, rischiano di porre nuovi e inquietanti dilemmi alla classe operaia cinese. Lo scrittore cinese Yu Hua nel suo recente Mao Zedong è arrabbiato(edito in Italia da Feltrinelli), pur cercando un gioco ironico sulla storia cinese, non ha torto quando afferma che mai come oggi in Cina si dovrebbe parlare proprio di lotta di classe.

Questi giovani marxisti, fino ad ora, hanno trovato solo la repressione. Magari dopo un diniego ridicolo dei sindacati che pure, in Cina lo stabilisce la legge, dovrebbero garantire il supporto ai lavoratori. L’Acftu è ormai diventato uno strumento di propaganda, quasi arruolato all’interno di quel “front work unit” – voluto da Mao – che Xi ha ormai piegato a ogni forma di controllo sociale e ideologico. Eppure, nella Cina che cresce al 6,5 per cento e nella quale la classe media comincia a dare segnali di fastidio – molto pragmaticamente dimostrata dal tentativo di portare soldi all’estero – la protesta dei giovani neomaoisti rischia di diventare pericolosa.

Scene di lotta di classe a Shenzhen

Nelle settimane scorse almeno dodici studenti e attivisti in solidarietà con gli operai di Shenzhen, sono stati rapiti e sono spariti dai dormitori delle università presso le quali studiavano. Secondo testimonianze riportate sui social e via mail – all’interno di “gruppi” formati da attivisti – le autorità avrebbero portato via almeno nove studenti a Pechino, Shanghai, Guangzhou e Shenzhen e altri tre attivisti sono stati portati via domenica nella città di Wuhan. Le detenzioni – come hanno scritto alcune agenzie di stampa – «sembrano essere l’ultima azione delle autorità contro un movimento piccolo ma in crescita guidato da studenti e laureati di alcune migliori università che hanno affermato di essere marxisti. Il Partito comunista cinese, che abbraccia il marxismo come una delle sue principali ideologie, si oppone a qualsiasi forma di attivismo o organizzazione che abbia il potenziale per sfuggire al suo controllo».

Tutto era cominciato quest’estate. Alcuni lavoratori della fabbrica della Jasic Technolgy di Shenzhen, colosso dell’industria cinese, specializzata in macchinari per la saldatura, erano stati prima arrestati, poi rilasciati grazie alla pressione di altri lavoratori giunti in loro soccorso. Ma in loro soccorso erano arrivati anche studenti della Peking University, della Nanjing University, della Renmin University e da altri istituti. Avevano formato gruppi di solidarietà ma erano stati contrastati dalla polizia: in un raid 40 sono stati presi in un appartamento a Huizhou – vicino a Shenzhen – e sono stati detenuti. Un video girato all’interno dell’abitazione ha mostrato il momento dell’irruzione dei poliziotti. Una delle persone che ha appoggiato la protesta dei lavoratori, prima detenuta e poi rilasciata, ha denunciato gli abusi dei consueti mazzieri utilizzati in questi casi dalle aziende: sono gli stessi, manovalanza gretta, che sgomberano i migranti dagli hutong di Pechino; gli stessi che sgomberano la popolazione da terreni sui quali devono sorgere nuovi scintillanti grattacieli: sembrano usciti da un libro di Su Tong, svolgono le mansioni più bieche, per pochi soldi o talvolta solo per crediti futuri, per futuri “maneggi”.

Uno degli studenti picchiati e poi rilasciati ha scritto una lettera pubblica a Xi Jinping nella quale, oltre a ribadire l’importanza della lotta dei lavoratori, delinea in modo netto il perimetro del conflitto: «Nessuno può resistere al flusso della storia – ha scritto – siamo una “forza straniera”, né studenti rivoluzionari, né abbiamo richieste politiche. Quello che vogliamo è giustizia per i lavoratori. Ricordiamo e conosciamo la fiducia e le speranze che la leadership del partito ripongono in noi. Crediamo che giustizia sarà fatta. Lo stato di diritto in Cina continuerà sicuramente ad ampliarsi. Noi ci crediamo fermamente e sinceramente non vediamo l’ora di ricevere il sostegno della leadership del partito centrale e del Segretario generale Xi Jinping!».

Il ruolo del sindacato ufficiale

Un ruolo importante è stato giocato dal sindacato cinese, l’Acftu, cui proprio nelle settimane scorse Xi Jinping ha celebrato la fedeltà al partito invitando anzi ad aumentare produttività e controllo sui lavoratori. Secondo le ricostruzioni di quanto accaduto a Shenzhen, in un primo momento il sindacato, unico e strettamente dipendente dal Partito comunista cinese, aveva appoggiato la richiesta dei lavoratori della Jasic, come previsto, peraltro, dalla legge. Come racconta Zhang Yueran su Chinoiresie, «Nel maggio 2018, quando ricevettero i lavoratori da Jasic che erano venuti a presentare reclami, i leader della sezione Acftu del distretto di Pingshan presentarono loro l’idea che sindacalizzare servisse ad affrontare le lamentele sul posto di lavoro. Questo incoraggiamento ufficiale è stato uno dei fattori cruciali che hanno stimolato e incoraggiato gli sforzi dei lavoratori per organizzarsi verso la sindacalizzazione. All’inizio di giugno, i dirigenti sindacali di Pingshan hanno inoltre suggerito che il primo passo per i lavoratori che cercano di aderire dovrebbe essere quello di chiedere ai colleghi di mettere la loro firma sulle forme di petizione per esprimere sostegno alla creazione di un sindacato. Fino a quel momento, sembrava che il sindacato ufficiale sostenesse gli sforzi di sindacalizzazione. A luglio, tuttavia, i leader sindacali di Pingshan hanno drasticamente cambiato atteggiamento, chiedendo a Mi Jiuping, uno dei principali attivisti operai, di sottoscrivere una dichiarazione che afferma che gli sforzi dei lavoratori per formare un sindacato non avevano nulla a che fare con l’Acftu. Da lì in poi, i leader del sindacato Pingshan si sono schierati con il datore di lavoro, bollando i tentativi degli attivisti operai di sindacalizzare autonomamente come “assurdità” e minacciando di denunciarli per le loro azioni».

Di che lotte stiamo parlando

La nuova era di Xi Jinping prosegue quanto cominciato da Hu Jintao ma cerca spunti di originalità. Solo che il paese sta cambiando, non sarà semplice trovare un’armonia confuciana capace di rispettare tutti gli elementi in gioco. Le proteste dei lavoratori hanno a che fare proprio con  i mutamenti in atto: meno manifestazioni nelle capitali operaie del paese, perché le coste meridionali cominciano a non essere più il centro produttivo. Più battaglie e campagne sparse sul territorio, anche nelle zone interne. Rivendicazioni più basilari. Più in generale, pare di assistere all’arrivo della precarietà e del dilagare dei lavori targati gig economy.

Scioperi, proteste, manifestazioni, scontri: Pechino li cataloga come “incidenti di massa”, sono migliaia ogni anno, ma sono un numero considerato “segreto di stato”. Come ha ricordato uno dei massimi esperti del mondo del lavoro cinese, George Crothall di Chinese Labour Bullettin, Ong fondata da un noto attivista cinese, «per i lavoratori cinesi, i primi cinque anni della regola di Xi Jinping (dal 2013 al 2018) sono stati caratterizzati da una crescita economica più lenta, dal declino delle industrie tradizionali come la produzione e l’estrazione mineraria, da una rapida crescita delle industrie di servizi e dall’uso crescente di flessibilità o precarietà lavoro».  Il bollettino dell’organizzazione conta 8.696 proteste collettive di lavoratori dal primo gennaio 2013 al 31 dicembre 2017. Ma si assiste a qualcosa di nuovo: dalle fabbriche del Guangdong, cuore operaio e cuore delle esportazioni cinesi, «le proteste si sono spostate in zone più interne dove urbanizzazioni e spinte sui servizi hanno prodotto lotte di lavoratori. Il cambiamento non è stato solo geografico, ma anche rivendicativo, portando parecchio indietro le lotte operaie in Cina. Nella stragrande maggioranza dei casi, l’azione collettiva durante questo periodo è stata innescata non dalle richieste di migliori condizioni di lavoro, bensì dall’incapacità dei padroni, sia nelle industrie tradizionali che in quelle nuove, di rispettare anche le disposizioni più basilari del diritto del lavoro».

Ancora, prosegue Crothall, nei primi anni del 2010, «il settore manifatturiero era di gran lunga il contesto più importante dell’attivismo operaio in Cina», con i lavoratori organizzati per «chiedere salari più alti e pagamenti per le assicurazioni sociali». Poi, «con il decennio in corso la proporzione di proteste in fabbrica è diminuita», mentre cominciava ad aumentare in altri settori. La percentuale di proteste nel settore manifatturiero «è scesa dal 47% circa nel 2013 a solo il 21% nel 2017». Dove sorgono oggi, dunque, le nuove lotte dei lavoratori cinesi? Nei settori dei servizi e della vendita al dettaglio. «Qui si è estesa su una vasta gamma di attività commerciali, tra cui negozi, bar, ristoranti, hotel, palestre, aziende It, banche e società finanziarie, strutture mediche, asili nido, parchi di divertimento, stazioni televisive e altri media locali. Anche gli insegnanti del settore pubblico hanno intrapreso un’azione collettiva su una vasta gamma di questioni da bassi salari, pensioni, indennità e stipendi arretrati». Per fare un esempio: perfino l’Acftu ha lanciato una sorta di «iscrizione» on line per riuscire ad avvicinare i lavoratori di questa nuova fase economica. E proprio la presenza degli studenti, in solidarietà con i lavoratori di Shenzhen, indica un dato: i giovani cinesi cresciuti nella bolla della crescita a due cifre, sanno che dovranno confrontarsi e dovranno trovare il modo migliore di farlo, con il novello «imperatore». Insomma, se Xi recupera Confucio, perché i lavoratori di molti tipi non dovrebbero recuperare la lotta di classe?

[Pubblicato su Jacobin]