Lo scorso fine settimana il premier britannico Boris Johnson, accompagnato dalla fidanzata Carrie Symonds, si è presentato allo Shri Swaminarayan Mandir di Neasden, Londra nord-occidentale. Si tratta di un tempio hindu imponente e sfarzoso. Un luogo altamente simbolico per la comunità hindu britannica, scelto da Johnson per un comizio destinato a mobilitare una minoranza religiosa potenzialmente decisiva per il voto di oggi.

«Gli indiani britannici hanno giocato un ruolo vitale nell’aiutare i conservatori a vincere le elezioni in passato. Quando l’ho detto a Narendrabhai (“fratello Narendra” Modi, ndr), si è messo a ridere, dicendo che gli indiani stanno sempre dalla parte dei vincitori» ha detto Johnson, riportato da India Today, aggiungendo che «non può esserci spazio per alcun razzismo o sentimento anti-indiano in questo paese».

Riferimento chiaro alla tempesta che lo scorso settembre ha investito il partito laburista e il suo leader Jeremy Corbyn, «colpevoli» di aver approvato una mozione d’urgenza durante il congresso di partito auspicando l’invio di osservatori internazionali per far luce sulla situazione nel Kashmir amministrato dall’India. Il governo Modi aveva appena tolto l’autonomia allo stato, mandato in carcere decine di politici dell’opposizione e instaurato una sorta di legge marziale tuttora in vigore, e la presa di posizione laburista è subito risultata indigesta ai vertici del partito nazionalista hindu Barathiya Janata Party. Che, ricalcando un modus operandi ampiamente collaudato in India, hanno immediatamente attivato la macchina della propaganda oltreoceano.

Nel giro di poche settimane, diversi esponenti illustri della comunità hindu britannica hanno iniziato a rilasciare interviste condannando pubblicamente l’uscita dei Labour sul Kashmir, mentre in privato la macchina del consenso su Whatsapp inondava i gruppi hindu britannici di messaggi chiarissimi: alle prossime elezioni, non votate Labour, è un partito pro-Islam. Campagna architettata, tra gli altri, dal gruppo Overseas Friends of Bjp Uk (amici d’oltremare del Bjp, sezione Uk).

È difficile quantificare con rigore scientifico quanto pesi, nel Regno Unito, il voto hindu. Ma sappiamo, grazie a una ricerca condotta nel 2018 dalla Runnymede Trust, che tra tutte le minoranze etniche e religiose – intorno a 4 milioni di voti, tradizionalmente bacino elettorale laburista – gli indiani sono i più propensi a votare conservatore.

Una tendenza su cui Boris Johnson sembra aver scommesso, aggiungendosi con entusiasmo al club di amici di Modi che già conta il presidente brasiliano Jair Bolsonaro (ospite d’onore del Republic Day indiano 2020), il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu (protagonista di indimenticabili set fotografici in riva al mare a piedi nudi con Modi) e, in una qual misura, lo stesso presidente americano Donald Trump.

Johnson, dal palco del tempio, ha promesso di sostenere pienamente gli sforzi di Modi «che so sta costruendo una nuova India». Tanto basta per infervorare gli animi di una diaspora capace di mantenere contatti saldissimi con una madrepatria sempre più propensa alla svolta autoritaria per furor di popolo.

Nonostante il voto indiano sia proiettato comunque a maggioranza laburista, è pacifico che i sostenitori del celodurismo hindu di Modi nel Regno Unito si troveranno molto più a loro agio a votare un partito apertamente islamofobo come il partito conservatore.

Islamofobo e anti-immigrazione come una delle esponenti di riferimento tra i tories per la comunità hindu britannica: Priti Patel. Quarantasette anni, figlia di migranti gujarati arrivati nel Regno Unito dall’Uganda negli anni Sessanta, attuale ministro degli interni e brexiter di ferro.

Memorabile, qualche anno fa, l’appello di Patel a «lasciare l’Europa per salvare le nostre curry houses», ristoranti che offrono piatti della tradizione dell’Asia Meridionale rivisitati per soddisfare il palato dei colonizzatori.

Come memorabile la vicenda di Syed Jyonu, raccontata da Bloomberg un anno fa. Originario del Bangladesh, ristoratore e fervente brexiter, dopo il referendum vinto dal leave Jyonu ha dovuto chiudere il suo locale: gli impiegati rumeni, spaventati dalla Brexit, avevano fatto armi e bagagli e l’avevano lasciato da solo a Make Uk Great Again.

[Pubblicato su il manifesto]