La Cina e l’Italia

In by Simone

L’analisi di Vincenzo Comito si incarica di ribaltare pregiudizi e stereotipi sulla Cina  in un saggio che fa «parlare» i numeri dell’impetuosa crescita cinese (non solo quelli del Pil) e la molecolare influenza che essa sta avendo sui destini del suo popolo e dell’intero mondo. China Files vi regala uno stralcio di La Cina è vicina? (per gentile concessione della casa editrice Ediesse).
Le storie di successo delle imprese italiane nel «Paese di Mezzo» sono poche e limitate. La nostra più grande impresa, la Fiat, è a suo tempo riuscita ad aprirsi un varco nel settore dei veicoli industriali e commerciali con impianti produttivi relativamente importanti e consolidati nel Paese, mentre ora tenta (tardivamente) la carta dell’auto, così come diverse nostre aziende operanti nel settore della moda stanno riuscendo a creare una rete distributiva di un certo prestigio e qualche risultato è stato ottenuto anche da parte della nostra meccanica strumentale.

Abbiamo, comunque, scoperto tardi il Paese. Ne abbiamo sottovalutato le potenzialità e, d’altro canto, ci vogliono grandi risorse per insediarvisi con successo: cosa che le nostre piccole e medie imprese, che costituiscono la parte essenziale del nostro sistema economico, riescono a fare solo con grandi difficoltà, in carenza anche di adeguati meccanismi di sostegno da parte delle strutture pubbliche.

Di tanto in tanto scoppiano nel nostro Paese allarmi per l’espansionismo cinese sul fronte commerciale, per la concorrenza sleale derivante dai bassi salari, dalla contraffazione dei prodotti, dal lavoro in nero. Per quanto riguarda il sistema della mancata protezione della proprietà intellettuale, di cui frequentemente si lamentano gli investitori esteri ed i relativi governi, va ricordato che, allo stesso modo della Cina oggi, si sono a suo tempo comportati diversi altri Paesi.

In particolare, Stati Uniti, Giappone, Corea. E occorre ricordare che immediatamente dopo la dichiarazione di indipendenza proprio il governo degli Stati Uniti, per accelerare la crescita industriale del Paese, adottò quale politica ufficiale quella di ‘rubare’ le invenzioni dall’Europa. D’altro canto, appare singolare che un Paese come l’Italia, che continua a contraffare in larga misura i prodotti altrui, che ‘vive’ di economia parallela, di lavoro in nero, di bassi salari, di evasione fiscale, critichi gli stessi metodi quando essi sono applicati da altri Paesi.

Peraltro, ormai i salari medi cinesi sono superiori a quelli di milioni di lavoratori italiani e fra qualche anno è plausibile che essi li raggiungano e li superino. Piuttosto che cercare delle vie oblique e alla lunga inutili, se non controproducenti, per affrontare adeguatamente la sfida rappresentata dallo sviluppo asiatico, il nostro Paese dovrebbe cercare di raddoppiare gli sforzi, con l’apertura e la collaborazione da una parte, con l’innovazione di prodotto, di processo e di sistema dall’altra.

La signora Merkel nel solo 2013 ha effettuato tre viaggi in Cina. Non è casuale che gli investimenti cinesi nel nostro Paese e gli interscambi non siano ad oggi nel complesso molto rilevanti. Tuttavia, potrebbero diventarlo in un prossimo futuro in conseguenza della grave crisi che ha nell’ultimo quinquennio investito tante nostre imprese.

Tale crisi, come è noto, è dovuta anche ad una scarsa incisività dei processi di internazionalizzazione e alla scarsa disponibilità di capitali delle nostre imprese. In molti casi le imprese cinesi (e quelle di altri Paesi asiatici) potrebbero rivelarsi complementari alle nostre e si potrebbero realizzare delle partnership (anche di capitale) di rilevante interesse. Basti pensare, ad esempio, all’Ilva, alla Pirelli, all’Indesit, alla Fincantieri.

Purtroppo la confusione, il lassismo, l’incompetenza che caratterizzano da troppo tempo la politica e l’imprenditoria italiana stanno facendo svanire delle rilevanti opportunità. Questo in particolare su due fronti. Il primo fronte è quello dei porti. Il grande interscambio di merci tra Cina ed Europa si svolge essenzialmente via mare.

L’Italia è potenzialmente un punto di approdo e di partenza ideale per tali traffici. Ci vorrebbero infrastrutture adeguate, capacità di imbastire adeguate relazioni politiche ed economiche, una strategia industriale e commerciale. Avremmo in particolare due approdi nel Sud, Taranto e Gioia Tauro, che potrebbero adempiere bene a questa missione e assicurare grandi livelli di occupazione.

L’altro fronte è quello del turismo. Il numero dei turisti cinesi sta crescendo molto rapidamente. Una massa considerevole di essi è molto interessata all’Europa, ma a catturarne la gran parte sono sin qui state la Francia e la Gran Bretagna.

*Vincenzo Comito ha lavorato per molti anni nell’industria (Gruppo IRI, Olivetti, Movimento Cooperativo). Consulente aziendale, ha insegnato Economia aziendale presso l’Università LUISS Guido Carli di Roma e presso l’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo. Autore di diversi libri di successo sulle grandi imprese italiane, sulla finanza, sulle imprese multinazionali. Collabora con il manifesto e con il sito Sbilanciamoci.info.